E’ poesia?

Ho spesso trasferito nello scritto
d’anima mia i sogni e le bellezze
ed una penna é andata sempre
a riempire d’emozioni un foglio.
Mi chiedo adesso, all’occorrenza,
se è poesia questa sofferenza
che pure voglio registrar stasera,
chiaro d’inchiostro dalla china nera
come solerte garrulo ronzio.
Le affibbierò parole senza senso
‘sì da confonderla con vaga follia
ed ordinarle a brutto muso e lesto
di abdicar da un trono di regina.
Dovrò usare ingegno e fantasia
perché io presto la esorcizzi tutta
adoperando un po’ di tatto, forse,
e qualche verso d’abile ironia.

Aurelio Zucchi

Tabula rasa

Ancora il filo
s’attorciglia dalla radice
all’unghia,
colpisce duro
e inaspettato,
nessun proclama
solo un crampo intorno
fitto,
e poi la resa
sul letto già provato,
la testa in abbandono
scivola il pensiero stanco,
e quel che resta di un’idea,
è il ghigno a muso piatto
del re degli inferi:
– un piagnisteo – mi dice
che non sostiene forza
né l’audacia…
Ma che ne sa in fondo el diablo,
curvo sulla schiena mia
spaccata,
mi schiaccia dentro un satiro
villoso,
e il male oscuro gira il verso
alla civetta,
– disgrazia canta – voce di banditore antico,
per me è solo vita inconcludente,

e lo stoppino brucia la candela.

Beatrice Zanini

Notte strana

Sono alla fine del secondo pacchetto,
e forse ne fumerò altre ancora
in questa notte strana che di me
non ne vuole sapere.
Vorrei viaggiare nei sogni che
mi vedono vittima e carnefice,
coraggioso e impaurito.
Questa è una notte strana amica mia,
silenzio ideale per nuova poesia,
pensare a te che lontana mi pensi
e mi scacci.
Pensiero leggero e ingombrante,
essenza di incertezza per te
Notte strana che non vuole essere
nè madre ne culla
Sono fuori dal mondo che aspetto
ogni sera per fermare la morte
che ogni giorno mi entra negli occhi,
nelle orecchie che ha voce di donna,
pianto di bambino, disperazione
di uomini senza patria, senza lavoro.
Maledetta notte che mi ha chiuso fuori
negandomi il suo onirico abbraccio.
Dorme il mio cane sulla poltrona,
ha il muso sereno di chi di una carezza
gioisce, sogna le corse sui prati
chissà se il tuo lume ha smesso di brillare,
se anche tu hai cominciato a sognare
notte strana la mia, dormi tu , dorme
il mio cane…svegli restiamo io e …
questa notte infame.

Claudio Pompi

Inverno

Pensieri rappresi
tra albe gelate,
figure ghiacciate
avvolgono l’aria,
si sente un latrare inciso
sulla corteccia del pioppo,
il fiato condensa parole
fumetti di labbra socchiuse,
il fiume bisbiglia sommesso
navigando a vista tra infide lastre,
il cerbiatto rovista col muso
annusando il rumore della primavera.

Lorenzo Poggi

Published in: on febbraio 11, 2012 at 06:57  Comments (9)  
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A muso duro

E adesso che farò, non so che dire
e ho freddo come quando stavo solo
ho sempre scritto i versi con la penna
non ordini precisi di lavoro.
Ho sempre odiato i porci ed i ruffiani
e quelli che rubavano un salario
i falsi che si fanno una carriera
con certe prestazioni fuori orario
Canterò le mie canzoni per la strada
ed affronterò la vita a muso duro
un guerriero senza patria e senza spada
con un piede nel passato
e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.
Ho speso quattro secoli di vita
e ho fatto mille viaggi nei deserti
perchè volevo dire ciò che penso
volevo andare avanti ad occhi aperti
adesso dovrei fare le canzoni
con i dosaggi esatti degli esperti
magari poi vestirmi come un fesso
per fare il deficiente nei concerti.
Canterò le mie canzoni per la strada
ed affronterò la vita a muso duro
un guerriero senza patria e senza spada
con un piede nel passato
e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.
Non so se sono stato mai poeta
e non mi importa niente di saperlo
riempirò i bicchieri del mio vino
non so com’è però vi invito a berlo
e le masturbazioni cerebrali
le lascio a chi è maturo al punto giusto
le mie canzoni voglio raccontarle
a chi sa masturbarsi per il gusto.
Canterò le mie canzoni per la strada
ed affronterò la vita a muso duro
un guerriero senza patria e senza spada
con un piede nel passato
e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.
E non so se avrò gli amici a farmi il coro
o se avrò soltanto volti sconosciuti
canterò le mie canzoni a tutti loro
e alla fine della strada
potrò dire che i miei giorni li ho vissuti.

PIERANGELO BERTOLI

Il Po

Da questo fiume pieno di vigore,
da questo fiume, così silenzioso
e così calmo e violento, traspare
una smarrita dolcezza.
Sulle onde imbizzarrite
viaggiano i miei pensieri,
ad occhi chiusi assaporo il fluire
di sensazioni, di emozioni.

Sul sentiero che lo accompagna,
sfilano biciclette frusciando sui ciottoli,
negli orti vicini alcuni cani
comunicano fra loro, dei bimbi
si rincorrono garruli, mentre nel cielo
la luna incomincia il suo apparire.

Io accovacciato su un letto di pietra
assaporo il profumo che emana.
Luke, muso appoggiato
sul mio ginocchio mi osserva.
Alcuni gabbiani volteggiano
ed una coppia di aironi amoreggia sul greto,
in un gioco di piume e volteggi.
Più lontani alcuni pescatori
attendono pazientemente la preda.

Lassù Superga mi osserva,
pare voglia invitarmi a salire,
mio viatico per anni e mio dolore.
La piccola cascata copre ogni rumore
Il sole si allontana, scende dietro i monti,
e la sera incombe dando spazio
ai raggi della luna sempre più
luminosa e lucente.

Le stelle l’accompagnano.
E, fra esse mi fingo
il viso di chi è lassù,
parlo a loro, sorrido e così
appagato torno al mio abitare
mi sdraio sul letto, penso
e rannicchiato in me stesso
finalmente piango.

Marcello Plavier

Vacca

VACA

Se tendió la vaca herida;

Árboles y arroyos trepaban por sus cuernos.

Su hocico sangraba en el cielo.

Su hocico de abejas

bajo el bigote lento de la baba.

Un alarido blanco puso en pie la mañana.

Las vacas muertas y las vivas,

rubor de luz o miel de establo,

balaban con los ojos entornados.

Que se enteren las raíces

y aquel niño que afila su navaja

de que ya se pueden comer la vaca.

Arriba palidecen

luces y yugulares.

Cuatro pezuñas tiemblan en el aire.

Que se entere la luna

y esa noche de rocas amarillas:

que ya se fue la vaca de ceniza.

Que ya se fue balando

por el derribo de los cielos yertos

donde meriendan muerte los borrachos.

 §

Si accovacciò la vacca ferita.

Alberi e ruscelli s’arrampicavano sulle sue corna.

Il muso sanguinava nel cielo.

Il suo muso d’api,

sotto il baffo lento della bava.

Un urlo bianco alzò la mattina.

Le vacche morte e le vive,

rossore di luce o miele di stalla,

muggivano con gli occhi socchiusi.

Lo sappiano le radici

e quel bambino che affila il suo temperino

che ormai si possono mangiare la vacca.

In alto impallidiscono

lune e giugulari.

Quattro zampe tremano nel vento.

Lo sappia la luna

e questa notte di rocce gialle:

che ormai se n’è andata la vacca di cenere.

Che se n’andò muggendo

nella rovina dei cieli rigidi

dove mangiano morte gli ubriachi.

FEDERICO GARCIA LORCA

Nel cielo, di cielo, al cielo

Nel cielo libero ricordi,
riverberi di luci incandescenti,
passi discreti in ore della notte
per chiuder bene le imposte ai figli,
quattro fratelli tutti quanti intorno,
pesci e salsedine attaccati all’amo,
scogliere nude alla mercé del sole,
vagoni dietro la locomotiva
di legno nero giallo rosso e azzurro
col muso degno del miglior Pierrot.

Di cielo vesto le speranze,
le manne scese nell’età del verde,
aneliti del divenir migliore
mentre correggo i tanti miei errori,
rincorse a sentir di Dio la voce
quando altre voci non so ascoltare,
sorrisi persistenti dentro i giorni
immaginati eterni per i figli,
speranze di rileggere nel sempre
il sunto d’una vita spesa bene.

Al cielo do in custodia i sogni,
preziosi ossigeni da ingurgitare
al palesarsi d’anima che cede,
reami d’acqua e terra da salvare
in una donna fiera del suo amore,
abbracci intensi pieni di stupore
con la paura che l’istante voli,
le simmetrie dei valori veri,
pugni e carezze a vita che m’invita
a crederle – di più – per non morire.

In quei giorni farciti con il crudo,
dentro spirali senza via d’uscita,
quando il quadrante l’ora mi rallenta
e un arlecchino perde i suoi colori,
in un dolce standby lassù affido
i sogni, le speranze e i ricordi,
lungi dall’essere contaminati
dai freddi numeri dell’equazione
che linfa somma e tanta ne sottrae
a chi vorrebbe solo equa razione.

Aurelio Zucchi

Rinascere?

Se potessi
nascere di nuovo
aspetterei
di saper per certo
che certi ceffi
con muso a sorriso
e le mani dentro l’altro
siano spariti e
più non si riproducano
che il vento e le nuvole
il grano e i papaveri
le oche e i passeri
ci siano ancora
che la polvere spessa
e il puzzo di marcio
siano stati spazzati
da una giovane tramontana
e che i bambini
giochino in strada
o in piane di luce
colorati di sangue
rosso nero giallo e verde
e che la luna e e stelle
mi guardino di nuovo
d’amore materno
indicando la via..
Non più occhi
senza domani
o sguardo cupo di
belva
via dolore assurdo
d’impotenza.

Ritorno di fantasia
contro il nulla.

Altrimenti non torno
neanche sotto forma
di lucciola.

Tinti Baldini

J’eroi s’arpos’no

Giron giù, j’eroi de cappa e spada,
dopo esse stati a dàssele su ‘n piazza
co’ la solita banda de nemice.
E scenne e scenne arriveno ‘nto ‘n campo
coi cicomb’li pronti da magnasse.
“El ve’…! Tòcc’acchiappanne un per uno…
madonna, che magnata!
Sbrigam’se cocchi, che tir’no col sale!
Li mettemo ‘ntol fiume a rinfrescasse;
facemo ‘l bagno e doppo
‘n tassello…’na spaccata…
e giù con tutto ‘l muso a succhià ‘l sugo!”
“O Giù, st’attento! Che ce ston le spade
tlà ‘ntol prato, ‘nce le fa fregae!
Che quann’argimo su, je l’em da dà
ta quei du’ fanfaron de’ Minestrini.”

“Oh! E ch’ete fatto! Ch’en tutte ‘ste scorze!
Gite a buttalle via da n’antra parte.
E pu’ sbrigateve…ch’em d’artornà!”

J’eroi, tutt’arpuliti e rinfrescati,
artornon su la piazza de Bettona.
“Ete visto? La fifa fà novanta;
mica ncionn’ aspettato
quii maruan del bebo!”.
“L’acchiapperem domani…
‘nve stete a preoccupavve. Mo’, piuttosto,
gim tutti a facce ‘l giro de le mura,
che a st’ora llà ce vònn’a passeggià
certe freghin de quelle…!
E sempre guerra è…sempre battaja…
e è mejo de quell’altra a cappa e spada!”

§

GLI EROI SI RIPOSANO

Se ne andarono giù, gli eroi di cappa e spada,
dopo essersele date in piazza di santa ragione
con la solita banda di nemici.
Scendi che ti riscendi arrivano su un campo
con i cocomeri pronti da mangiare.
“Guarda, bisogna prenderli uno per uno…
madonna che mangiata!
Sbrighiamoci ragazzi, che sparano a sale!
Li mettiamo nel fiume a rinfrescare;
facciamo il bagno e poi
un tassello… una spaccata…
e giù con tutto il muso a succhiare il sugo!”
“O Giulio, sta’ attento,
ci stanno le spade là nel prato,
non ce le far fregare!
Che quando torniamo su
gliele dobbiamo suonare
a quei due fanfaroni dei Minestrini!”
“Oh, ma che avete fatto, che sono tutte queste bucce!
Andate a buttarle da un’altra parte
e poi sbrigatevi, che dobbiamo tornare!”
Gli eroi, tutti ripuliti e rinfrescati
tornano alla piazza di Bettona.
“Avete visto? La paura fa novanta,
mica ci hanno aspettato
quella razza di zoticoni!
“Li piglieremo domani,
non vi state a preoccupare!
Adesso piuttosto andiamo tutti
a farci il giro delle mura,
che a quest’ora ci vanno a passeggiare
certe ragazzine che non ti dico!
E sempre guerra è, sempre una battaglia!
ed è meglio di quell’altra a cappa e spada!”

Armando Bettozzi