La vita

il fatto smarrito
nel nulla; ed è questo l’ uomo:
bambino piangente, una culla,
l’ òbito inizia….

Chi ha fortuna gode , pena
chi langue ed in mestizia soffre
(a volte) odiando, perché senza scampo
oppresso è dal più forte:

mastro di cattiverie ed egoismi
atàviche ingiustizie, del creato
a séguito progènie tramandato.

E solo un giusto – buononesto
timorato d’Iddio – retto, probo:
benedetto; se quel giusto esiste,
nel morir può godere della vita –
non solo quella eterna – anche mortale:
scoppio d’ azzurro e strepito di mare.

Ma questo prima d’autodistruzione,
ingorda per qualcuno che s’accresce
in rapporto d’egoismo inquinante,
umana creazione delinquente
e, peggiore realtà, che sempre mente.

Paolo Santangelo

Quaderno chiuso


Sul  chiuso
quaderno  la  stilla
salata,  è  caduta . . .
Sarà,  sarai,  sarò
e  vedo  un  bocciolo  di  rosa
che  ormai  più  non  coglierò.
Sì  morirò.
Come  dice  il  tempo
col  suo  passare  lento,  senza fine,
apparente eterno
ma  inesorabile
di  viva  luce  notte.
E  poi  morrò.
Cuore  va’  più  lento
in questo  intrìco
oscuro,  misterioso
di  questa  valle  piccola,  insidiosa,
fatta  così . . .
E  anch’ io morrò.
Mani  siete  belle,
un  po’  dispiace  pensarvi  disseccate,
mummificate  insieme  a  me,  spolpate,
anzi  cremate.
Eppur  sarà.
Certo  morrò!
Inutile  scongiuro
è  sbeffeggiare  l’ òbito del  “fato”,
or  ti  ho  scoperto
so  che  hai  combinato:
anch’ io  morrò.
La   progènie  umana,
la  luce  e  la  speranza,
sono  la  stanza  d’ aspettativa  il  Vero
non  lo  temo;  né  l’ ho  mai  temuto.
Col  bene  rido del  verdétto
che  ha  detto:  morte  sarà!

Paolo Santangelo