Uomo inutile

Se nulla ho da dire, nulla ho da chiedere,
nulla ho da dare…sarò amore negato.
Se non saprò dare forza al mio pensiero,
farlo diventare grido in un coro di grida,
sarò inutile voce che a se stesso parla.
Se mi chiuderò nel giardino incantato,
fatto di versi che solo io riesco a sentire,
mi nutrirò di me stesso in un mondo
che ha sete di giustizia, fame di verità,
che è stanco di morire senza ragione
semmai di morire ragione vi sia,
sarò albero dai frutti a terra caduti.
Sarò morto senza saperlo se lascerò
che la mia coscienza sia arenile dove
impronte di dolore cancellate vengano
da onda di calcolata indifferenza.
Sarò un offesa al creato se incapace
sarò di amare, capire, parlare e far mio
ogni attimo di vita che con dolore
da questo mondo nasce.

Claudio Pompi

Sempre si troverà una donna

Sempre si troverà una donna,

che, fredda e lieve,

compatendo e un poco amando,

ti plachi come un fratello.

Sempre si troverà la spalla di una donna

dove, abbandonata la testa scapestrata,

tu possa respirare con ardore

e a cui possa affidare il tuo ribelle sonno.

Sempre si troveranno gli occhi di una donna

che, smorzando il tuo dolore,

in parte almeno, se non proprio tutto,

vedano la tua sofferenza.

Ma c’è una mano

che ha particolare dolcezza

quando la fronte tormentata sfiora,

come l’eternità e il destino.

Ma c’è una spalla

che, un mistero il perché,

in eterno ti è data, non per una notte sola,

e questo tu da tanto l’hai capito.

Ma ci sono occhi

che appaiono sempre tristi,

e sono gli occhi del tuo amore e della tua coscienza,

fino ai tuoi ultimi giorni.

Ma tu vivi malgrado te stesso,

e quella mano, quella spalla,

quegli occhi tristi non ti bastano…

Quante volte in vita li hai traditi!

Ma eccolo, arriva, il castigo.

<<Traditore!>> – ti schiaffeggia la pioggia.

<<Traditore!>> – i rami ti sferzano il viso.

<<Traditore!>> – rimbalza l’eco nel bosco.

Ti rattristi, ti agiti, ti tormenti.

Non saprai perdonare tutto questo a te stesso.

E solo quella mano diafana perdona,

anche se grave l’offesa,

e solo quella spalla stanca

perdona adesso e perdonerà ancora,

e solo quegli occhi tristi

perdonano quello che non si può perdonare.

EVGENIJ ALEKSANDROVIC EVTUSHENKO

Se non ora, quando?

Ci riconoscete? Siamo le pecore del ghetto,
Tosate per mille anni, rassegnate all’offesa.
Siamo i sarti, i copisti ed i cantori
Appassiti nell’ombra della Croce.
Ora abbiamo imparato i sentieri della foresta,
Abbiamo imparato a sparare, e colpiamo diritto.
Se non sono io per me, chi sarà per me?
Se non cosi, come? E se non ora, quando?
I nostri fratelli sono saliti al cielo
Per i camini di Sobibór e di Treblinka,
Si sono scavati una tomba nell’aria.
Solo noi pochi siamo sopravvissuti
Per l’onore del nostro popolo sommerso
Per la vendetta e la testimonianza.
Se non sono io per me, chi sarà per me?
Se non cosi, come? E se non ora, quando?
Siamo i figli di Davide e gli ostinati di Massada.
Ognuno di noi porta in tasca la pietra
Che ha frantumato la fronte di Golia.
Fratelli, via dall’Europa delle tombe
Saliamo insieme verso la terra
Dove saremo uomini fra gli altri uomini.
Se non sono io per me, chi sarà per me?
Se non cosi, come? E se non ora, quando?

PRIMO LEVI

Come lucertole al sole


Senza capire
senza più sperare
strade lucide di pioggia
da strisciare
e ridere al ricordo
di labbra piene di vita
e piangere con gli occhi offesi
l’odio dei calci presi
all’angolo
o sotto un portone
sotto i cartoni
per difendersi dalla notte gelata
ma c’è stato un tempo in cui
inseguivi aquiloni
e ti ripromettevi di imparare
i nomi delle costellazioni
ed avevi il fiato corto
degli amori veloci
sapevi a memoria
le poesie di Neruda
nessuna offesa
solo qualche ferita
ora il vino dal cartone
scende giù in gola
e stranamente non ti scalda
ma un po’ consola
e non c’è fede qui
che lavi via lo sporco
che liberi dai cattivi odori
solo quel tempo che resta
nella pace della notte
finché quiete duri
prima che il mondo
ritorni a correre ed urlare
quel poco e niente che vale
poi come lucertole
ci si scalderà al sole.

Maria Attanasio

Chiese


Chiese come tombe di orrori
dove persino Dio si ferma
per non entrare e inorridire
Chiese nel cui ventre giace
corpo di ragazza in scempio
dove un criminale ha la pace
con nome in brillanti
Chiese dove la verità è offesa
negata senza ragioni apparenti
Chiese come mattatoi di corpi
templi di infinito dolore che la vita
non cancellerà mai più.
Chiese come serraglio di bestie
in abito nero come la loro anima.
sorrisi sdentati, mani sudate
occhi senza luce come il male.
Voci rassicuranti che parlano
E seducono gli innocenti.
Gesti rapidi, tremanti e osceni
quel che era un sorriso
trasformato in terrore muto.
Silenzi di colpa che non c’è
la mente confusa da infiniti perché
immagini di Santi che guardano altrove
verso un cielo divino
ma l’orrore è terreno
Madonne che stringono Gesù al seno
fuori madri che non sanno
di un figlio violato.
Io credo in Dio, ma fuori dalle mura
di quella casa che non è sua…non mia
dove muore l’anima e regna la paura
dove i corpi sono statue di marmo
come quelle che l’adornano.

Claudio Pompi

Ora finalmente

Ora finalmente imparerai il gioco delle nuvole
saprai il perché dell’abbaiare dei cani
leggerai nei sogni dei bambini
ed avrai tutto tra le mani
e la possibilità di lasciare andare ogni cosa
non dovrai decidere da che parte guardare l’offesa,
finalmente saprai quanto vale la preghiera
il fruscio del vento tra i rami
per te, non avrà segreti.

Ora finalmente sei libera dagli aghi
e conosci il percorso esatto di vene ed arterie
del mio corpo che conserva il battito del tuo cuore.

Maria Attanasio

Published in: on marzo 28, 2010 at 07:23  Comments (11)  
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L’ape

L’ABEILLE

Quelle, et si fine, et si mortelle,
Que soit ta pointe, blonde abeille,
Je n’ai, sur ma tendre corbeille,
Jeté qu’un songe de dentelle.

Pique du sein la gourde belle,
Sur qui l’Amour meurt ou sommeille,
Qu’un peu de moi-même vermeille,
Vienne à la chair ronde et rebelle !

J’ai grand besoin d’un prompt tourment :
Un mal vif et bien terminé
Vaut mieux qu’un supplice dormant !

Soit donc mon sens illuminé
Par cette infime alerte d’or
Sans qui l’Amour meurt ou s’endort !

§

Quale che sia, e mortale,
e fina la tua punta,
il mio cestello tenero
non ti velo, ape bionda,
che d’un sogno di trina.

Pungi al seno la bella
mela, cui posa Amore
e vi langue o vi muore;
alla mia carne tonda
e ribelle che affiori
di me vermiglia un poco.

D’un alacre tormento
bramo l’offesa; meglio,
cresciuto e vivo, un male
che una sopita pena.

Illumini il mio senso
l’infima sveglia d’oro,
di cui se privo, Amore
perisce o s’addormenta.

PAUL VALÉRY

Published in: on dicembre 5, 2009 at 07:10  Comments (3)  
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