Tedio invernale

Ma ci fu dunque un giorno

Su questa terra il sole?

Ci fur rose e viole,

Luce, sorriso, ardor?

Ma ci fu dunque un giorno

La dolce giovinezza,

La gloria e la bellezza,

Fede, virtude, amor ?

Ciò forse avvenne a i tempi

D’Omero e di Valmichi:

Ma quei son tempi antichi,

Il sole or non è piú.

E questa ov’io m’avvolgo

Nebbia di verno immondo

È il cenere d’un mondo

Che forse un giorno fu.

GIOSUÉ CARDUCCI

Giunge la sera

con veli di tulle
e ha le braccia dell’amore.
Sull’omero poso la fronte
libero le parole del cuore
che dilagano
sui campi biondi
canticchiano
tra foglie d’acacia
sui fossi trinati d’avena
risplendono.

Graziella Cappelli

Published in: on settembre 8, 2011 at 07:48  Comments (14)  
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Liguria

Scarsa lingua di terra che orla il mare,
chiude la schiena arida dei monti;
scavata da improvvisi fiumi; morsa
dal sale come anello d’ancoraggio;
percossa dalla farsa; combattuta
dai venti che ti recano dal largo
l’alghe e le procellarie
– ara di pietra sei, tra cielo e mare
levata, dove brucia la canicola
aromi di selvagge erbe.
Liguria,
l’immagine di te sempre nel cuore,
mia terra, porterò, come chi parte
il rozzo scapolare che gli appese
lagrimando la madre.
Ovunque fui
nelle contrade grasse dove l’erba
simula il mare; nelle dolci terre
dove si sfa di tenerezza il cielo
su gli attoniti occhi dei canali
e van femmine molli bilanciando
secchi d’oro sull’omero – dovunque,
mi trapassò di gioia il tuo pensato
aspetto.

Quanto ti camminai ragazzo! Ad ogni
svolto che mi scopriva nuova terra,
in me balzava il cuore di Caboto
il dì che dal malcerto legno scorse
sul mare pieno di meraviglioso
nascere il Capo.

Bocconi mi buttai sui tuoi fonti,
con l’anima e i ginocchi proni, a bere.
Comunicai di te con la farina
della spiga che ti inazzurra i colli,
dimenata e stampata sulla madia,
condita dall’olivo lento, fatta
sapida dal basilico che cresce
nella tegghia e profuma le tue case.
Nei porti delle tue città cercai,
nei fungai delle tue case, l’amore,
nelle fessure dei tuoi vichi.
Bevvi
alla frasca ove sosta il carrettiere,
nella cantina mucida, dal gotto
massiccio, nel cristallo
tolto dalla credenza, il tuo vin aspro
– per mangiare di te, bere di te,
mescolare alla tua vita la mia
caduca.
Marchio d’amore nella carne, varia
come il tuo cielo ebbi da te l’anima,
Liguria, che hai d’inverno
cieli teneri come a primavera.
Brilla tra i fili della pioggia il sole,
bella che ridi
e d’improvviso in lagrime ti sciogli.
Da pause di tepido ingannate,
s’aprono violette frettolose
sulle prode che non profumeranno.

Le petraie ventose dei tuoi monti,
l’ossame dei tuoi greti;
il tuo mare se vi trascina il sole
lo strascico che abbaglia o vi saltella
una manciata fredda di zecchini
le notti che si chiamano le barche;
i tuoi docili clivi, tocchi d’ombra
dall’oliveto pallido, canizie
benedicente a questa atroce terra:
– aspri o soavi, effimeri od eterni,
sei tu, terra, e il tuo mare, i soli volti
che s’affacciano al mio cuore deserto.

Io pagano al tuo nume sacrerei,
Liguria, se campassi della rete,
rosse triglie nell’alga boccheggianti;
o la spalliera di limoni al sole,
avessi l’orto; il testo di garofani,
non altro avessi:
i beni che tu doni ti offrirei.
L’ultimo remo, vecchio marinaio
t’appenderei.

Chè non giovano, a dir di te, parole:
il grido del gabbiano nella schiuma
la collera del mare sugli scogli
è il solo canto che s’accorda a te.

Fossi al tuo sole zolla che germoglia
il filuzzo dell’erba. Fossi pino
abbrancato al tuo tufo, cui nel crine
passa la mano ruvida aquilone.
Grappolo mi cocessi sui tuoi sassi.

CAMILLO SBARBARO

Ti ho voluto per il dopo


Ti ho voluto per il dopo, avere un pensiero:
stare abbracciati e poi ricordare
sentire con la mano, sotto il morbido
della maglia, l’omero longilineo;
mentre mi baci scorrerti
trovare l’ossuto del gomito:
fino a lì ti amo, fino all’osso.
Sotto il mio palmo sento la tua schiena
sono qua per questo: il tuo corpo da toccare
a cui poggiare il mio che rotola nel vuoto.

azzurrabianca

Published in: on gennaio 10, 2011 at 07:26  Comments (6)  
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Non è tempo

Non siamo canti di Omero
né battaglie,
di un solo sterpo non copro le nudità
e Nausicaa, qui non è apparsa
né tu l’hai mai veduta.
Perché sul cuore ho il peso degli anni
e le vedute, di te infelice
a un sasso che è inciso
e che sorride, come se niente avesse il dolore
in sé scalfito.
E ancora più crudele è la sera che non viene
a prenderti sui fianchi
a spaccarti voce e vene.
Così che la bellezza s’avventa come croce
sull’innocenza tutta pagana
che ti luce.

Massimo Botturi

Published in: on aprile 4, 2010 at 07:42  Comments (4)  
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