Ottobre

Nei mattini d’ottobre
quando i sogni
di me fanciullo
cominciavano a empirsi di brezza e di voci
(qualcuno aveva aperto una finestra
e se n’era andato lieve)
il treno che passava a quell’ora
non lontano, con la sua criniera di fumo
e i fischi, mi dava un dolce e muto terrore.
Io gli giacevo sotto senza pensieri
con il fragore nelle orecchie,
finchè era passato tutto
e la mamma correva verso di me
dall’orizzonte, sudata e fresca
in una vestaglia rosa.
Ero sveglio
e un’ape volava
per l’aria radiosa.
Avrei voluto chiamare e stavo zitto.

ATTILIO BERTOLUCCI

Un cielo senza voli

Spoglia i silenzi questa notte.
Echi di sussurri ravvivano
immagini di fiori lungo il fiume
e nubi setose vestono l’azzurro.

Culla il vento papaveri opulenti
e strappa sorrisi alle orecchie
traboccanti della tua voce calda
che m’accompagna sul sentiero.

È quasi estate e l’alba arriva presto
a incorniciare di rosa le colline.
Eterni istanti da ricordare
ora che è inverno e il cielo è senza voli.

Elide Colombo

Nonostante noi

 
Saturo
di crisi
di rivendicazioni
di accuse
di chiacchiere inutili
al mattino
volgo gli occhi
alla luce che sale
e le orecchie
al canto degli uccelli
offro la pelle
alla carezza del vento
ed il naso
al profumo delle campagne
e sono ben lieto
di vedere
che il mondo
continua a vivere
nonostante tutto
nonostante noi.

Gian Luca Sechi

Disonesto con me – e crudele

Come lo è il bambino che tortura la lucertola
Una risposta così maleducata
A me – che non ti avevo chiesto niente

In quel verde sporco non ho visto altro
Che la spensieratezza di quella cascata
Che tempo fa si riversava su di me…
Questa volta la sua spuma
Non si calmava nel solito specchio d’acqua

Ma spariva in una voragine così nera
Che l’avrei detta un tappeto di formiche
Per la sensazione che avevo sulla pelle –
Ora vedo che nulla si muove – perchè era il Vuoto:

Ero piena di aria nera – stagnante
Forse un po’ umida – e di un silenzio
Così profondo che le mie orecchie caotiche
Hanno preso a fischiare

Sei stato Disonesto con me – ed io
Non ti avevo chiesto niente
Volevo solo passare un altro po’ di tempo
In quel luogo scrosciante
Soltanto ascoltarlo – non volevo berne

Quando sedevo sul grande sasso
In riva a quel fresco lago
Ne sentivo il calore ed il Movimento nel profondo
E mi nutrivo di quella leggerezza…

Ma era solo uno splendido quadro
L’acqua fresca solo olio secco
Come anche la profondità di quel lago
Un quadro firmato «Disonestà»

Nicole Marchesin

Notte strana

Sono alla fine del secondo pacchetto,
e forse ne fumerò altre ancora
in questa notte strana che di me
non ne vuole sapere.
Vorrei viaggiare nei sogni che
mi vedono vittima e carnefice,
coraggioso e impaurito.
Questa è una notte strana amica mia,
silenzio ideale per nuova poesia,
pensare a te che lontana mi pensi
e mi scacci.
Pensiero leggero e ingombrante,
essenza di incertezza per te
Notte strana che non vuole essere
nè madre ne culla
Sono fuori dal mondo che aspetto
ogni sera per fermare la morte
che ogni giorno mi entra negli occhi,
nelle orecchie che ha voce di donna,
pianto di bambino, disperazione
di uomini senza patria, senza lavoro.
Maledetta notte che mi ha chiuso fuori
negandomi il suo onirico abbraccio.
Dorme il mio cane sulla poltrona,
ha il muso sereno di chi di una carezza
gioisce, sogna le corse sui prati
chissà se il tuo lume ha smesso di brillare,
se anche tu hai cominciato a sognare
notte strana la mia, dormi tu , dorme
il mio cane…svegli restiamo io e …
questa notte infame.

Claudio Pompi

La gioia di scrivere

Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?
Ad abbeverarsi ad un’acqua scritta
che riflette il suo musetto come carta carbone?
Perché alza la testa, sente forse qualcosa?
Poggiata su esili zampe prese in prestito dalla verità,
da sotto le mie dita rizza le orecchie.
Silenzio – anche questa parola fruscia sulla carta
e scosta
i rami generati dalla parola “bosco”.

Sopra il foglio bianco si preparano al balzo
lettere che possono mettersi male,
un assedio di frasi
che non lasceranno scampo.

In una goccia d’inchiostro c’è una buona scorta
di cacciatori con l’occhio al mirino,
pronti a correr giù per la ripida penna,
a circondare la cerva, a puntare.

Dimenticano che la vita non è qui.
Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.
Un batter d’occhio durerà quanto dico io,
si lascerà dividere in piccole eternità
piene di pallottole fermate in volo.
Non una cosa avverrà qui se non voglio.
Senza il mio assenso non cadrà foglia,
né si piegherà stelo sotto il punto del piccolo zoccolo.

C’è dunque un mondo
di cui reggo le sorti indipendenti?
Un tempo che lego con catene di segni?
Un esistere a mio comando incessante?

La gioia di scrivere
Il potere di perpetuare.
La vendetta d’una mano mortale.

WISŁAWA SZYMBORSKA

Lettera di Capodanno

Dicono che repetita iuvant;
che il primo bacio è insipido, ma è il secondo che conta;
che il bis d’un minuto radioso
s’insaporisce d’un miele che ci sfuggì quella sera …
Ma l’anno che ritorna col suo rauco olifante
a soffiarci dentro le orecchie
l’ennesima Roncisvalle,
e ingrossa i fiumi, impoverisce gli alberi;
l’anno che nello specchio del bagno consegna
a uno svogliato rasoio la barba sempre più bianca;
l’anno che cresce su sé con l’ingordigia dei numeri,
sgranando sul calendario
il recidivo blues del Mai più …
chi oserebbe dire che meriti la festa del Benvenuto?
chi potrebbe giurare che non sia peggio degli altri?
Il male si moltiplica e repetita non iuvant.
Eppure … Eppure nella tombola arcana del Possibile
fra i dadi e il caso la partita è aperta;
gonfiano fiori insoliti il grembo d’una zolla;
lune mai viste inonderanno il cielo,
due ragazzi in un giardino
si scambieranno i telefoni, i nomi,
stupiti di chiamarsi Adamo ed Eva;
verrà sotto i balconi
un cieco venditore d’almanacchi
a persuaderci di vivere …
Crediamogli un’ultima volta.

GESUALDO BUFALINO

Magna Grecia e dintorni

 
Il Pollino imbiancato
innanzi mi compare.
Su un arido terreno,
contorti come ulivi,
quei pini loricati
profumano già l’aria.
E querce e faggi e cerri
compongon boschi eterni.
.
Vestigia d’un maniero,
a coronar la cresta,
 sovrastano la strada.
La nebbia che m’avvolge
 dissolve selve e prati.
Corro una galleria,
cerco la luce in fondo,
neve e rifugio trovo.
.
Poi verso sud m’appresso.
Svelta la strada scorre
tra forre e casolari
di quell’antica Sila,
prospera di foreste,
da valli lacerata.
 Delle megar le timpe
comprendo il loro arcano.
.
 L’ampio respir del mare
un tuffo al cuor mi dona:
Falerna v’è distesa
e il nome a lei deriva
da quella dolce ambrosia
che consolò Pilato
quando emanò, perplesso,
all’unto ostil sentenza
.
Quell’acque basse e chiare
risplendono di raggi,
 e rendon sfumature
d’ogni color turchese.
Scintilla all’orizzonte
la vela d’una barca
e gridano i  gabbiani,
dal vento sostenuti.
.
Si snoda poi la riva
fino alla Costa Viola,
con Pizzo a quell’estremo
che domina quel lido.
Scendendo l’erta china,
ad ogni suo tornante,
precipitar mi sembra
in quel lucente mare.
.
E’ qui che Gioacchino,
di Napoli re breve
e condottier valente,
da Ferdinando quarto
fu vinto e condannato.
Murat, borbon spregiando,
in un comando estremo
volle il ploton guidare.
.
Volare su quel mare,
correndo su quei ponti,
m’inebria la ragione
e di stupore colma.
Così, lontana, arriva
Scilla  col suo castello.
Innanzi a lei Cariddi,
col suo proteso artiglio.
.
In quell’acque cobalto
Ulisse spiar volle
quelle, che un tempo ninfe,
la gelosia di Circe
in mostri trasformò.
Perciò si fè legare,
 con cera nelle orecchie,
per ingannar sirene.
.
In Reggio alfin riposo.
Le voci di mercanti
ridestan la città.
 E’ come un dolce canto
“A ‘stura v’arrifrisca”.
Panieri giù calati,
ossequio al nuovo giorno,
colgono fichi e gelsi.
.
Da strade strette e scure,
tra voci concitate
e clacson impazziti,
all’improvviso appare
del duomo la gran luce.
Romanico si sposa
con gotico ispirato.
Risplende il suo candore.
.
Ed eccomi al museo.
Fu forse Policleto
oppure il sommo Fidia
che i bronzi un dì crearon ?
Svettanti in una sala,
dal mar guerrier risorti,
benignamente guardano
folle da tutt’il mondo.
.
Quel lungomar ch’è sogno,
percorro un po’ stordito
e nelle ville ammiro
del liberty il retaggio.
Trinacria ora mi chiama.
Il ventre d’una nave,
all’urbe, un tempo felix,
doman mi condurrà.
.
E lascio la Calabria
con nostalgia nel cuore,
terra dimenticata
da tutti i governanti.
Nessuno più ricorda
di Campanella il libro,
nè Repaci od Alvaro.
Da ‘ndrangheta avvilita.

Piero Colonna Romano

 “Pino loricato”: è una conifera, non autoctona ma importata dalla Spagna, presente soltanto in Basilicata. Cresce su terreni di tipo carsico, normalmente in cima ad una montagnola. Albero basso (3, 4 metri) ha l’aspetto contorto dell’ulivo, rami penduli e corteccia particolarmente dura. “Delle megar le timpe”: la Sila è solcata da numerosi valloni che corrono perpendicolarmente all’autostrada. Timpa = vallone, megara = maga, strega. Sull’A3 un cartello avverte che stiamo passando accanto alla “Timpa delle megare”. “A ‘stura v’arrifrisca”: significa “a quest’ora vi rinfrescano” ed è il canto col quale, in ore molto vicine al sorgere del giorno, gli ambulanti offrono gelsi bianchi e fichi. Dai balconi scendono i panieri con dentro i soldi per l’acquisto. E’ un mio ricordo palermitano dell’immediato dopoguerra, e l’ho risentito a Reggio qualche anno fa. “Vos et ipsam civitatem benedicimus”: è la scritta incisa ai piedi d’una stele, al vertice della quale è posta la statua d’una madonna, all’ingresso del porto di Messina. E’ un saluto a tutti i viaggiatori ed un segnale di fratellanza.

Zirudella della Vaccamatta

ZIRUDÈLA DLA VACAMATA

 
Zirudèla a una fantèsma
d’editåur ch’l’um fa vgnîr l’èsma,
gnint recâpit o letûr,
abunè, baiûc e unûr!
Diretåur Gino Duprè
ch’l’é ardupè in mèz dla strè,
Cló ch’al scrîv sta Vacamata
(ch’ai trarêv una zavâta!)
ló as firmé Banmodabån
e sunâi, ste gran minciån,
Pannadóca e infén Filfrén
tant ch’am véns un mèz smalvén;
pò con Lèctor e Mike Hatt’
l’um fé avrîr al rubinàtt!
Diziunèri e lîber rèr
a druvé par dezifrèr,
par risòlver gl’insgunbiè
e al mesâg’ tótt quant zifrè!
In ajût am vens la Lidia
Lanzarén, che trè l’aczîdia
– s’êren vésst la sîra prémma
pr una zanna can la rémma –
l’am lasé in segreterî
d’avàir dscuért la gióssta vî!
Zirca egli óng’ i êren dla sîra
quand curiåus pió d na braghîra
cminzipié la ciacarè
cun la Lidia, tante inpgnè
int l’arspàndrum ai quisît,
ch’la dscurèva quant dîs prît!
Dapp pió ed trantanôv minûd
am scapé dû trî stranûd
e gli uràcc’ infuganté
svélt la Lidia a ringrazié.
Pò am fiché int la cultûra
e a zarché int la spartûra,
in cantéina int i scatlón
dovv a téggn i lîber bón,
in campâgna ai Prè ed Cavrèra
da mi ziéina pêrla rèra,
par truvèr un alfabêt
ch’s’arvi§éss al quèsi grêc
adruvè int la Vacamata
dal furbàtt ch’al crûv la pgnâta.
Guèrda e zàirca quand eurèca,
bvûda adèsi una ciuféca,
al conpiùter a pensé
e a quî dl’Enel al taché!
Dantr a un mócc’ ed scarabâtel
dapp a Uórd, Fàil e Carâter
zónt in Sìmbol l’um fó cèr
che al furmànt l’era in granèr:
“Int al vèsper dal dsnôv d mâz,
quand s’avséina l’ùltum râz,
Cló l’arîva intànt ch’ai pâsa,
dnanz a la Madòna Grâsa,
ed San Lócca la Madòna
ch’pôrta piôva ed aria bôna!”
E a la Lidia ed Lanzarén,
masstra ed cinno grand e cén,
che dal grêc l’avé l’idéa
i é da fèri… un’epopéa!
Quand fó vèner dsdòt ed mâz
am sintèva mât cme un sdâz:
bôna nôva, mé a pinsé,
parché zêrt, arêv zurè,
l’Ebdromedèri é arivè!
zà int la pòsta andé d vulè
e int na bóssta pajaréina
i era al “Fói” ed chèrta féina,
mo int la pàgina secånda
n’i era brîsa gnanc un’ånda
dal mesâg’ tótt quant zifrè
che mé asptèva! E acsé intignè
l’indmàn sîra in Saragoza
dnanz ala Madóna Grâsa
drétt smagnåus a srêv andè
pr incuntrèr… l’Innuminè!
Mai dîr gât s t an l’è int al sâc,
e al progèt l’andé a tarsâc,
parché al sâbet la mi amråusa,
che mé ai fîl par fèrla spåusa
fén da quand fónn in America
dantr a Disni in teleférica,
la mi amràusa quand l’um vdé
biånda e sacca la cmandé:
“Al Salån dal Pass Zelèst,
môvet, svélt, ch’al n’é pió prèst!”
A cal pónt l’um fó inpusébbil
cgnósser cl’Èser Invi§ébbil
haccatìtipi://Bim.tu/
vacamata – ch’i én pió ed dû? –
che in bulgnàis al fà la gâta
e al mitrêv “só par la râta”,
e ch’al dscårr d Bonzi e Biancån
cm’ed Rufén, Pzôl e zambån;
dla batâglia dal Primèr
ed Gîg Longhi al marinèr,
dal “spziarî” ed Nén Marcàtt
o ed Zarvlè nostr architàtt;
pò ed Nasìca détt Majàn
cme d’Ermete, Tstån e Uriàn,
ed Gandåulf ch’l’avèva al Cåurs
e dla Flèvia dla vî dl’Åurs!
Dal teàter pr al dialàtt
Cló as fà un trésst mègher quadràtt;
dla prunónzia ed zért atûr,
di chepcómic e di autûr,
Cló as in dîs d tótt i culûr:
a san pròpi armès al bûr!
Un mazlèr o un chepstaziån,
Gianni o Ànzel, cal “Sdundlån”,
Adri o Elio cal “Maicàtt”:
mo chi él ste “Fapugnàtt”?
Él Carpàn cantànt bagiàn,
o él Tén barzlatta in man?
Fôrsi é Sandro opûr Vidèl,
o un sugèt ed S. Rafèl?
Mo s’al fóss Lîvra Gigèn
Cló ch’l’ha l’èpis birichén?
Oh! i é un grâs tåurd ch’l’ûrla e al zîrla,
dånca qué l’é åura ed finîrla!
Zért ai é di èter scritûr
in bulgnài§, str’al cèr e al bûr,
mo quall ch’vèl l’é avàir na vétta,
col conpiùter só in sufétta
o nés pr aria in strè Mazåur,
in dialàtt e con dl’amåur!
Pò ed Budri in Piaza bèla
toc e dài la zirudèla!
 

§

Zirudella a una fantasma
d’editore che mi fa venir l’asma,
niente recapito o lettori,
abbonati, soldi e onori!
Direttore Gino Delprato
ch’è nascosto in mezzo alla strada,
Colui che scrive sta Vaccamatta
(che gli tirerei una ciabatta!)
lui si firmò Benmadavvero
e scemo, sto gran minchione,
Pennadoca e Fildiferrino
tanto che mi venne un mezzo malore;
poi con Lector e Michele Cappellaio
mi fece aprire il rubinetto!
Dizionari e libri rari
consultai per decifrare,
per risolver le incrociate
e il messaggio tutto cifrato!
In soccorso mi venne la Lidia
Lanzarini, che gettata l’accidia
– c’eravam visti la sera prima
per una cena con la rima –
mi lasciò in segreteria
d’aver scoperto la giusta via!
Circa le undici eran di sera
quando curioso più d’una pettegola
cominciai la chiacchierata
con la Lidia, tanto impegnata
nel rispondermi ai quesiti,
che parlava quanto dieci preti!
Dopo oltre trentanove minuti
mi scapparno due tre sternuti
e con le orecchie infuocate
svelto la Lidia ringraziai.
Poi mi misi nella cultura
e cercai dentro la madia,
in cantina negli scatoloni
dove tengo i libri buoni,
in campagna ai Prati di Caprara
da mia zia donna preclara,
per trovare un alfabeto
che rassomigliasse al quasi greco
adoperato nella Vaccamatta
dal furbetto che sta in camuffa.
Guarda e cerca quando eureka,
bevuta adagio una ciofeca,
al computer io pensai
e a quelli dell’Enel lo attaccai!
Dentro a un mucchio di carabàttole
dopo Word, File e Caratteri
giunto in Symbol mi fu chiaro
che avevo trovato la soluzione:
“Al vespro del 19 maggio,
quando s’avvicina l’ultimo raggio,
Colui arriva mentre passa,
davanti alla Madonna Grassa,
di San Luca la Madonna
che porta pioggia ed aria buona!”
E alla Lidia Lanzarini,
maestra di bimbi grandi e piccini,
che del greco ebbe l’idea
c’è da farle… un’epopea!
Quando fu venerdì 18 maggio
mi sentivo matto come un setaccio:
buona nuova, io pensai,
perché certo, avrei giurato,
l’Ebdromedario è arrivato!
Giù nella posta andai di volata
e in una busta paglierina
c’era il “Foglio” di carta fine,
ma nella pagina seconda
non c’era neanche un’onda
del messaggio tutto cifrato
che io aspettavo! Ed irritato
l’indomani sera in Saragozza
dinanzi alla Madonna Grassa
dritto agitato sarei andato
per incontrare… l’Innominato!
Mai dir gatto se non l’hai nel sacco,
e il progetto andò a catafascio,
perché il sabato la mia amorosa,
che io filo per averla sposa
fin da quando fummo in America
dentro a Disney in teleferica,
la mia amorosa quando mi vide
bionda e secca comandò:
“Al Salone del Pesce Azzurro,
muoviti, svelto, che non è più presto!”
A quel punto mi fu impossibile
conoscere quell’Essere Invisibile
http://Beam.to/
vacamatta – che sono più di due? –
che in bolognese sta sornione
e lo metterei “su per la salita”,
che discorre di Bonzi e Bianconi
come di Ruffini, Pezzoli e Zamboni
della battaglia del Primaro
di Luigi Longhi il marinaro,
delle “spezie” di Nino Marchetti
o di Cervellati nostro architetto;
poi di Nasìca detto Majani
come d’Ermete, Testoni e Oriani,
di Gandolfi che aveva il Corso
e della Flavia di via dell’Orso.
Del teatro per il dialetto
Colui ci fa un triste magro quadretto;
della pronuncia di certi attori,
dei capocomici e degli autori,
Colui ce ne dice di tutti i colori:
siamo proprio rimasti al buio!
Un macellaio o un capostazione,
Gianni o Angelo, quel “Perdigiorno”,
Adri o Elio il “Villanello”:
ma chi è questo “Prendingiro”?
È Carpani cantante baggiano,
o è Tino barzelletta in mano?
Forse è Sandro oppur Vitali,
o è un tipo di S. Ruffillo?
Ma se fosse Lepri Luigino
Colui che ha il lapis birichino?
Oh! c’è un grasso tordo che urla e zirla,
dunque qui è or di finirla!
Certo ci sono degli altri scrittori
in bolognese, sull’imbrunire,
ma ciò che vale è avere una vita,
col computer su in soffitta
o naso per aria in strada Maggiore,
in dialetto e con dell’amore!
Poi di Budrio in Piazza bella
toc e dai la zirudella!
 

Sandro Sermenghi

Published in: on febbraio 10, 2012 at 07:10  Comments (2)  
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Basta

Basta con questa rabbia che mi uccide
per non essere abbastanza forte.
Basta con quei gridi che salgono al cielo
da corpi di donna violata.
Basta con il volto di una lei che piange
tra le mie mani e le lacrime al suolo
scendono come gocce di sangue.
Basta con la morte dell’anima
che corpo di donna rende un’automa,
di una bambina che non saprà scoprire
l’amore, che non accenderà i suoi sensi.
Basta con gli occhi truci di un bastardo
che non s’abbasseranno davanti
a quelli di colei che più luce non avranno
ma che per strada incontreranno.
Basta, mille volte basta, eternamente basta.
Basta con l’ipocrisia del perdono seme
di futura violenza.
Basta con il silenzio del dolore taciuto
per pudore, per colpa solo d’essere donna.
Vorrei su quella piazza centomila donne
che gridino basta e il loro grido
squassi i vetri e le orecchie di coloro
che in un palazzo non vedono ma si fanno
vedere.

Claudio Pompi

Ndr:  Claudio lavorava nel reparto di radiologia di un ospedale del centro di Roma, e per questo motivo si trovò spesso a contatto con realtà tristi e drammatiche come quelle che descrive in questa poesia.  Noi lo ringrazieremo sempre per la sua testimonianza, vera e preziosa, di uomo giusto e sensibile.