Carezze perse

Piccole mani
uscite dalla porta del tempo,
che impietoso passa,
e ti regalano carezze,
perse,
per giorni tiranni,
sciupati,
che l’orgoglio
e la stizza,
inutili,
hanno sottratto
alla gioia dei sentimenti,
alla tenerezza del cuore,
che non ha ascoltato le prime parole,
che ha perso i primi sorrisi,
che non ha visto i primi passi.
Ecco,
ora quelle mani rincorrono
una pelle più avvizzita,
una lacrima che solca una guancia
e si confonde
con un singhiozzo che sale dal cuore
e strozza la gola.

Salvatore Armando Santoro

Canzone quasi d’amore

Non starò più a cercare parole che non trovo
per dirti cose vecchie con il vestito nuovo,
per raccontarti il vuoto che, al solito, ho di dentro
e partorire il topo vivendo sui ricordi, giocando coi miei giorni, col tempo…

O forse vuoi che dica che ho i capelli più corti
o che per le mie navi son quasi chiusi i porti;
io parlo sempre tanto, ma non ho ancora fedi,
non voglio menar vanto di me o della mia vita costretta come dita dei piedi…

Queste cose le sai perchè siam tutti uguali
e moriamo ogni giorno dei medesimi mali,
perchè siam tutti soli ed è nostro destino
tentare goffi voli d’ azione o di parola,
volando come vola il tacchino…

Non posso farci niente e tu puoi fare meno,
sono vecchio d’ orgoglio, mi commuove il tuo seno
e di questa parola io quasi mi vergogno,
ma c’è una vita sola, non ne sprechiamo niente in tributi alla gente o al sogno…

Le sere sono uguali, ma ogni sera è diversa
e quasi non ti accorgi dell’ energia dispersa
a ricercare i visi che ti han dimenticato
vestendo abiti lisi, buoni ad ogni evenienza, inseguendo la scienza o il peccato…

Tutto questo lo sai e sai dove comincia
la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia
perchè siam tutti uguali, siamo cattivi e buoni
e abbiam gli stessi mali, siamo vigliacchi e fieri,
saggi, falsi, sinceri… coglioni!

Ma dove te ne andrai? Ma dove sei già andata?
Ti dono, se vorrai, questa noia già usata:
tienila in mia memoria, ma non è un capitale,
ti accorgerai da sola, nemmeno dopo tanto, che la noia di un altro non vale…

D’ altra parte, lo vedi, scrivo ancora canzoni
e pago la mia casa, pago le mie illusioni,
fingo d’ aver capito che vivere è incontrarsi,
aver sonno, appetito, far dei figli, mangiare,
bere, leggere, amare… grattarsi!

FRANCESCO GUCCINI

 

Per favore

Frenami le parole in bocca
fa che il tuo bacio non mi lasci ferirti
non ti percuota mai la stizza che mi dà il cercarti,
collera che incalza quando altera mi rifiuto
o nego la donna che vorrebbe il suo uomo.

Risoluto afferrami i polsi
fermali sui fianchi tondi, tienili stretti
mentre accosti il petto tuo al mio, adagiati, fremi!
E se virile orgoglio t’invita a resistermi
lasciati legare, per favore, le parole in bocca…

per favore, lasciami fare.

Daniela Procida

Published in: on giugno 18, 2011 at 07:43  Comments (3)  
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Io sono l’unica

I am the only being whose doom

No tongue would ask no eye would mourn

I never caused a thought of gloom

A smile of joy since I was born

In secret pleasure – secret tears

This changeful life has slipped away

As friendless after eighteen years

As lone as on my natal day

There have been times I cannot hide

There have been times when this was drear

When my sad soul forgot its pride

And longed for one to love me here

But those were in the early glow

Of feelings since subdued by care

And they have died so long ago

I hardly now believe they were

First melted off the hope of youth

Then Fancy’s rainbow fast withdrew

And then experience told me truth

In mortal bosoms never grew

‘Twas grief enough to think mankind

All hollow servile insincere –

But worse to trust to my own mind

And find the same corruption there

§

Io sono l’unica il cui destino

lingua non indaga, occhio non piange;

non ho mai causato un cupo pensiero,

né un sorriso di gioia, da quando sono nata.

Tra piaceri segreti e lacrime segrete,

questa mutevole vita mi è sfuggita,

dopo diciott’anni ancora così solitaria

come nel giorno della mia nascita.

E vi furono tempi che non posso nascondere,

tempi in cui tutto ciò era terribile,

quando la mia triste anima perse il suo orgoglio

e desiderò qualcuno che l’amasse.

Ma ciò apparteneva ai primi ardori

di sentimenti poi repressi dal dolore;

e sono morti da così lungo tempo

che stento a credere siano mai esistiti.

Prima si dissolse la speranza giovanile,

poi svanì l’arcobaleno della fantasia;

infine l’esperienza mi insegnò che mai

crebbe in un cuore mortale la verità.

Era già amaro pensare che l’umanità

fosse insincera, sterile, servile;

ma peggio fu fidarmi della mia mente

e trovarvi la stessa corruzione.

EMILY JANE BRONTË

Tristezza

TRISTESSE

J’ai perdu ma force et ma vie,
Et mes amis et ma gaieté;
J’ai perdu jusqu’à la fierté
Qui faisait croire à mon génie.

Quand j’ai connu la Vérité,
J’ai cru que c’était une amie;
Quand je l’ai comprise et sentie,
J’en étais déjà dégoûté.

Et pourtant elle est éternelle,
Et ceux qui se sont passés d’elle
Ici-bas ont tout ignoré.

Dieu parle, il faut qu’on lui réponde.
Le seul bien qui me reste au monde
est d’avoir quelquefois pleuré.

§

Ho perso la mia forza e la mia vita

E i miei amici e l’allegria;

Ho perso finanche l’orgoglio

Che dava l’impressione del mio genio.

Quando ho visto la Verità

Ho pensato che fosse un’ amica;

Quando l’ho compresa e sentita,

Io ero già disgustato.

Eppure ella è eterna

E quelli che sono passati da qui

Tutto hanno ignorato.

Dio parla, bisogna rispondergli.

L’unico bene che mi resta al mondo

È quello di aver pianto talvolta.

ALFRED DE MUSSET

Il discorso

interroga la geometria celeste
dove il sole condannato dalla legge
lotta per la riforma dell’ellisse,
vuole allontanarsi
dall’orbita inquinata del pianeta.
Il progetto che pubblica risorse
ha perso il controllo
sulla piattaforma
dove si fondono scienza e l’incoscienza
seminando la plaga di rovine.
Il tragitto che apre uno spiraglio
da cui trapela luce di domani
è monito severo
a questa civiltà
tarata dagli abusi
che predica la pace e insozza l’uso,
gridano le ragioni nucleari
con la voce venefica potente
che aspettano un errore per sognare…
ed il velo rognoso sotto il cielo
ha preso piede.
L’abbozzo di fede di speranza e carità
sono sterili voci
soffocate dall’orgoglio e da brame
arrampicati all’albero di mele
per la mela più grossa della cima.

Giuseppe Stracuzzi

Questo mondo

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Questo mondo da conquistare
lo misura il passo lento delle donne,
orme di fatica che recintano il domani.
Questo mondo da scoprire
lo vedi attraverso i loro sguardi,
occhi di dignità, lacrime di nascosti deserti.
Tutto questo mondo da amare,
scavato di orgoglio e dolore
gridato al vento dei secoli,
lasciato ai figli in pegno
frutto del ventre e della speranza,
pianta da crescere, bimbo da cullare,
questo mondo violato e tradito,
rifiorito quando era sterile,
riconsacrato quando era maledetto,
risanato quando era sordido e marcio,
questo mondo lo devi al gesto antico
di chi porta un fardello di offese
e in cambio dona il silenzio
e un grembo di germogli.
Il mondo dell’uomo è un duro cuore
che si cela dietro chiusi portoni,
e la sola chiave è una mano di donna.

Massimo Reggiani

Orgoglio

“Le persone orgogliose allevano le pene tristi dentro se stesse”

EMILY JANE BRONTË

Published in: on marzo 6, 2011 at 07:20  Comments (4)  
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Castel del Rio

A mio padre

Era qui che saresti ritornato
dov’è il tuo ponte
dove ti tuffavi
e, ragazzo, pescavi.
Solido vecchio ponte
proteso al cielo come il dorso di un mulo
coi piedi ben piantati sul Santerno.
Trovo riposo qui su una panchina
tra ombrose fronde e frinir di cicale
poi ritorno bambina, e tu sei qui:
nei tuoi occhi e nel mesto sorriso
vedo la nostalgia
e l’orgoglio dell’uomo di montagna
per i suoi luoghi;
il doverli lasciare, andare via.
Mi opprime a un tratto come un dolore antico
tutta la pena per le illusioni infrante
le vite, tante, troppo presto spezzate
e gli affetti incompiuti.
Scorrono i nomi e i volti
tanti i germogli di un’unica pianta
che han trovato la quiete al camposanto.
Io, uno fra i tanti,
qui ancora a ricordare.
Poi riapro gli occhi e c’è un paese nuovo:
altra gente, altri sassi
niente è più lo stesso
soltanto il fiume che un dì raccolse le loro voci
e le portò al piano
come allora, adesso continua lento
nell’abbraccio del ponte.

Viviana Santandrea

Sonetto XVII

No te amo como si fueras rosa de sal, topacio
o flecha de claveles que propagan el fuego:
te amo como se aman ciertas cosas oscuras,
secretamente, entre la sombra y el alma.

Te amo como la planta que no florece y lleva
dentro de sí, escondida, la luz de aquellas flores,
y gracias a tu amor vive oscuro en mi cuerpo
el apretado aroma que ascendió de la tierra.

Te amo sin saber cómo, ni cuándo, ni de dónde,
te amo directamente sin problemas ni orgullo:
así te amo porque no sé amar de otra manera,
sino así de este modo en que no soy ni eres,
tan cerca que tu mano sobre mi pecho es mía,
tan cerca que se cierran tus ojos con mi sueño.

§

Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t’amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, tra l’ombra e l’anima.

T’amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.

T’amo senza sapere come, né quando, né da dove,
t’amo direttamente senza problemi né orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti
che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.

PABLO NERUDA