Ali all’altezza del cuore

 
Restare in questo stato
d’animo sospeso
leggerezza del respiro
attrazione all’alto
sensazione di non avere
più piedi
ma ali
all’altezza del cuore
.
restare in questa sensazione
.
il più a lungo possibile
.
dilatare il tempo
.
l’assenza di gravità
.
così si fugge dalla dura
legge della terra
dal qui e ora e ogni giorno
.
si allarga come nuvole
come zucchero filato
su cui una fata
poggia la punta
del piede e lascia
l’impronta
.
questa orma o
la sua ombra
è la traccia che lasciano
le mie dita sul foglio
sono le mie parole
accanto alle tue

azzurrabianca

Fermenti di-vini

 
Nell’otre silenzioso
si pigia semplice mosto
sapore agrodolce
d’anima passa,
resta indelebile
l’idea come orma
di piede e mano
tutt’uno
a tracciare muti
arabeschi lucenti,
a indicare sentieri smarriti.
Noi, corpo indivisibile
di singoli e solitari poeti,
camminiamo per strade
di-versi
tutti appagati
e rischiarati da quei
benedetti
per alcuni dalla sorte
maledetti
fermenti di-vini.

Roberta Bagnoli

Published in: on novembre 28, 2011 at 07:22  Comments (19)  
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Acqua nera

Acqua nera che passa fra le case
rotola trascina sul suo fianco
l’orma del cipresso lo sfacelo il pianto
acqua che sopravvanza tracima
sgretola sfascia annega
improvvisa onda di piena
porta via con rumore cupo
agita il manto scuro di morte
acqua nera striscia forte sui muri
legni che fa cadere e inutilmente
se ne ingravida putrida oscena
sbatacchia navi le frantuma
sotto i ponti e restano
quando tutto si ferma
auto legni e corpi inerti

immenso il silenzio sui volti

dopo il tremore della terra
il vortice nel mare e l’onda
anomala a rovesciare la sciagura
e ancora la terra tremare e la centrale
cede all’aria altra tremeda morte
silenziosa e leggera si spande
come un sogno nefasto incubo
la nube tossica la pioggia acida
mani umane l’han fatta inconsapevoli
incoscienti irrispettose di Natura

è arrivata Apocalisse

forse davvero è vicina la fine
allora non voglio essere lontana
da te che mi sei affine e senti
voglio adesso ancora la tua mano
sul mio fianco nel gesto protettivo
che rimbocca la coperta attorno

siamo sotto coperta amore
fuori infuria la tempesta
ma noi restiamo qua
nel tepore dei nostri corpi vicini
che l’uno all’altro regala
ancora vita ancora amore

azzurrabianca

Kavaja

Kavaja ha finestre affacciate sull’Adriatico
Davanzali di gerani, con mani in attesa
Vicini di casa con Bari, sono, li senti parlare a volte
O li vedi, a prendere un caffè nella veranda del mare

Avviene quasi sempre nelle belle notti d’estate
In cui le tarde ore ci trovano ancora fuori
A contemplare il cielo, i boschi fitti dei pini
Pilastri illuminati dal chiarore argenteo

Ha un suono mistico il suo silenzio
Le sue piccole case dalle rosse tegole
Le sue strade, spoglie da notturni rumori
Da vani luccichii e vanità giovanili

Due bianche dita al cielo si volgono
L’uno libertà, democrazia l’altro
Inciso di sangue in ogni soglia e pietra
Echeggiano orgogliosi in ogni cuore di Kavaja

Kavaja dalla rughe sul volto
Dalle mille sofferenze che ti squarciano l’anima
Nelle polveri di burocrazie, sepolta
Dalle sorgenti in secca, Kavaja assetata

Kavaja è donna di casa, dal capo coperto
Dalle lunghe vesti o minigonne e tacchi a spillo
Che orma non lasciano sul marciapiede
Ove giovani ragazzi,  fuori dalle botteghe, attendono

Kavaja dalla generosità di bellezza autentica
Tempio d’armonia e rispetto, t’accoglierà in ugual modo
Che tu sia uno che prega Allah, nell’antica moschea
O candele accendi, dinnanzi ad una croce, nella giovane chiesa

Kavaja terra del grano, del granturco e degli
Insonni poeti, che tessono versi per belle fanciulle
Kavaja dalle timide e sognanti palpebre
L’epicentro del mio cuore e dei miei pensieri

Anileda Xeka

Ironia

 
S’abbuia.  Un altro giorno è scivolato
fra suoni e gesti noti, inutilmente
e ripete Dicembre le sue usanze
nel via-vai convulso della gente.
Grigie le previsioni alla TV
E poi notizie ancora più agghiaccianti;
spengo, e sfoglio le pagine del tempo:
vedo dolce un’estate e… c’eri tu.
Un altro mondo, altra filosofia
discutibile forse e disperata
ma piena di passione e d’ironia
in nome di una fede. Oggi la vita
non è che lenta e lesta, vana attesa
di esaurire un disegno ormai scontato.
Quante volte la penna ho sollevato
invano, per lasciarla ricadere
sulla pagina vergine;  banale
mi pare ogni pensiero, ed il piacere
di andar per versi spesso mi è negato
Tra gli impervi sentieri dell’inverno
che sottraggono linfa al mio coraggio
vado cercando l’orma tua impietosa
persa tra ricci schiusi e foglie morte;
ormai che importa!
Se vorrà la sorte
dissotterrare lì la mia ironia,
come già detto da certa Rossella,
“ci penserò domani” e a garanzia
mi farò un lifting e ritornerò bella.

Viviana Santandrea

Sete di te m’incalza

SED DE TI ME ACOSA

Sed de ti me acosa en las noches hambrientas.

Trémula mano roja que hasta tu vida se alza.

Ebria sed, loca sed, sed de selva en sequía.

Sed de metal ardiendo, sed de raíces ávidas.

Hacia dónde, en las tardes que no vayan tus ojos

en viaje hacia los ojos, esperándote entonces.

Estás llena de todas las sombras que me acechan.

Me sigues como siguen los astros a la noche.

Mi madre me dio lleno de preguntas agudas.

Tú las contestas todas.

Eres llena de voces.

Ancla blanca que cae sobre el mar que cruzamos.

Surco para la turbia semilla de mi nombre.

Que haya una tierra mía que no cubra tu huella.

Sin tus ojos viajeros, en la noche, hacia dónde.

Por eso eres la sed y lo que ha de saciarla.

Cómo poder no amarte si he de amarte por eso.

Si esa es la amarra cómo poder cortarla, cómo.

Cómo si hasta mis huesos tienen sed de tus huesos.

Sed de ti, sed de ti, guirnalda atroz y dulce.

Sed de ti que en las noches me muerde como un perro.

Los ojos tienen sed, para qué están tus ojos.

La boca tiene sed, para qué están tus besos.

El alma está encendida de estas brasas que te aman.

El cuerpo incendio vivo que ha de quemar tu cuerpo.

De sed.

Sed infinita.

Sed que busca tu sed.

Y en ella se aniquila como el agua en el fuego.

§

Sete di te m’incalza nelle notti affamate.
Tremula mano rossa che si leva fino alla tua vita.
Ebbra di sete, pazza di sete, sete di selva riarsa.
Sete di metallo ardente, sete di radici avide.
Verso dove, nelle sere in cui i tuoi occhi non vadano
in viaggio verso i miei occhi, attendendoti allora.

Sei piena di tutte le ombre che mi spiano.
Mi segui come gli astri seguono la notte.
Mia madre mi partorì pieno di domande sottili.
Tu a tutte rispondi. Sei piena di voci.
Ancora bianca che cadi sul mare che attraversiamo.
Solco per il torbido seme del mio nome.
Esista una terra mia che non copra la tua orma.
Senza i tuoi occhi erranti, nella notte, verso dove.

Per questo sei la sete e ciò che deve saziarla.
Come poter non amarti se per questo devo amarti.
Se questo è il legame come poterlo tagliare, come.
Come, se persino le mie ossa hanno sete delle tue ossa.
Sete di te, sete di te, ghirlanda atroce e dolce.
Sete di te, che nelle notti mi morde come un cane.
Gli occhi hanno sete, perché esistono i tuoi occhi.
La bocca ha sete, perché esistono i tuoi baci.
L’anima è accesa di queste braccia che ti amano.
Il corpo, incendio vivo che brucerà il tuo corpo.
Di sete. Sete infinita. Sete che cerca la tua sete.
E in essa si distrugge come l’acqua nel fuoco.

PABLO NERUDA

Cliché

Dimmi chi sono io,
tu che m’hai dato l’abito
ornata come bambola,
dimmi se son io quella che vedi.
M’hai toccata
ritoccata l’immagine
più di quante volte ormai,
non so più se vivo, appaio
se di notte in giorno
mi creo o mi subisco.
Ho remore in contorno
interiora d’attributi vani e vari
che m’hai pigiato dentro
accozzato senza senso.
Dimmi chi sono cosa o chi
io ero prima del tuo attacco,
chè oggi m’ascolto
ma non è il vagito mio che piango.
Non è mia la traccia impersonale
che mi s’aggrappa al collo
quel fatuo balordo stereotipo
che l’anima non rende.

Assolvimi ora
lasciami ritrovarla pura sostanza
fuori dai tuoi effimeri confini.
Concedimi una corsa sola,
lieve,
in punta di piedi appena,
veloce,
perchè sguarnita dentro
terso il maquillage
non mi si veda l’immane trasparenza.
Accordami la fuga se non altro,
lascia che domani mi sovvenga
ancora l’essere che nacqui
là dove l’orma nuova che m’è innanzi
calzi il passo vergine
dell’ultimo incedere.

Daniela Procida

Un impero di soprusi

Un impero di soprusi                                                                                                                                                                                                                                           sta crollando,
sogni
voltano verso l’alba,
guardano
sotto zolle di sdegno
l’onda che si scioglie
dal patrio opportunismo
dei predoni.
Le gocce di grano
sono forti di cielo,
domani forse fiori
nasceranno
sull’orma di radici
profumo amalgamando
sulle sponde.
Ora nel silenzio della sera
mentre il sangue
scorre nelle strade,
stelle si radunano nel cielo
dove rapaci
lasciano il potere,
si sente più forte l’incontro
di sguardi abbracciati,
e l’urlo pacato dei morti
diventa un vento
forte
come un canto
che scuote l’indolenza.

Giuseppe Stracuzzi

Io non posso darti di più

Yo no puedo darte más.
No soy más de lo que soy

¡Ay cómo quisiera ser
arena, sol , en esto!
Que te tendieses
descansada a descansar.
Que me dejaras
tu cuerpo al marcharte, huella
tierna, tibia, inolvidable.
Y que contigo se fuese
sobre ti, mi beso lento:
color,
desde la nuca al talón
moreno.

¡Ay cómo quisiera ser,
vidrio, o estofa o madera
que conserva su color
aquí, su perfume aquí,
y nació a tres mil kilómetros!

Ser
la materia que te gusta,
que tocas todos los días
y que ves, ya sin mirar
a tu alrededor, las cosas
-collar, frasco, seda antigua-
que cuando tú hechas de menos
preguntas: “¡Ay!, ¿dónde está?”

¡Y, ay!, cómo quisiera ser
una alegría entre todas,
una sola, la alegría
con que te alegraras, tú!
Un amor, un amor solo:
el amor del que tú te enamorases.

Pero
no soy más que lo que soy.

§

Io non posso darti di più
Non sono più di quello che sono.
Ah come vorrei essere
sabbia, sole in estate!
Che ti sdraiassi
rilassata a rilassarti.
Che mi lasciassi
il tuo corpo quando te ne vai, orma,
tenera, tiepida, indimenticabile.
E che con te se ne andasse
su di te, il mio bacio lento:
colore,
dalla testa ai piedi
bruno.
Ah come vorrei essere
vetro, o stoffa o legno
che conserva il suo colore
qui, il suo profumo qui,
e nacque a tremila chilometri!
Essere
la materia che ti piace,
che tocchi tutti i giorni
e che vedi già senza guardare
vicino a te, le cose
collana, boccetta, seta antica
di cui, quando senti la mancanza
chiedi: “Ah! Dov’è?”
A come vorrei essere
un’allegria fra tutte,
una sola, l’allegria
di cui ti rallegri tu!
Un amore, un amore solo:
l’amore di cui tu ti innamoreresti.

Però non sono più di quello che sono.

PEDRO SALINAS Y SERRANO

Tracce

Come mai il seme
aspetta il vento nomade
senza sapere dove andrà
non lo saprò mai

ma ho capito
seduto sulle radici
di un pino spogliato
disteso sulla spiaggia

un vecchio sul mare
alla fine dei suoi sogni
che rapito dal silenzio
prigioniero
non ha spezzato
le sue catene

sotto un alba di pensieri
orfano del sole
ho conosciuto il dubbio

compagno delle fragilità
di noi uomini in attesa
che si chiuda il cerchio
per vedere se c’è
rimasta almeno….
………un orma

Pierluigi Ciolini