Stragi italiane

Mi piacerebbe
gettare a mare scialuppe d’ortiche
e lunghe scie
per aprire i sentieri di morte
che lastricano il fondo.

Mi piacerebbe
portare ginestre sui morti sparati
dalla cima del monte
o fatti saltare nella frazione di tempo
d’un telecomando.

Mi piacerebbe
conoscer le mani di chi ha mischiato
la vita e la morte,
caffè e cianuro per incollare
la lingua per sempre.

Mi piacerebbe
capire qualcosa dell’intreccio indelebile
tra potere e denaro
come se Cristo
non fosse mai nato.

Lorenzo Poggi

Abuso (dedicata)

 
Si proprio tu… amico dico
a te
ricordi?
le dicevi che era la tua bambina
facevate capriole la mattina a colazione
accendevi per lei la lampada  
le confessavi all’orecchio che eri Aladino…
le sprimacciavi il cuscino
dolcemente le dicevi -sei il mio fiore!-
avevi quel tuo sorriso strano d’incantatore
pareva amore
Come un giocattolo sulle tue ginocchia
era stella cadente
la carezzavi con le tue mani d’ortiche
/lei non riusciva a piangere/
ascoltava la favola dell’orco
/lei non riusciva a ridere/
Era cambiata, non capiva perché
ogni volta che sgattaiolava da te
s’attorcigliava con gli arti nudi
in quella piccola stanza
lontana
dall’ anomalia
                          da quella tua pazzia.

Aurelia Tieghi

Belle di notte

In quel campo vicino all’autostrada
tra siringhe e covi di serpenti
qualche volta fiorisce un ciclamino
tra le ortiche e i rampicanti
Forse è il segno per chi lo può capire
che l’amore è la cosa più importante
solamente per chi lo vuol vedere
al di là delle solite apparenze.

Ai viandanti che perdono la via
una stella illumina il cammino
affamati ritrovano la strada
come fosse un segno del destino
Sotto il ponte del cavalcavia
dove in mostra accanto ai fuochi accesi
si contrattano minuti di passione
all’amore non si sono mai arresi.

Sotto un pino al limitar del bosco
fra cartacce e bottiglie rotte
oramai ciò che riconosco
son soltanto le belle di notte
son chiamate così per via dell’ora
in cui sbocciano tutte colorate
variopinte sul fare della sera
abbelliscono di molti le giornate.

Ma il vento a volte è dispettoso
si diverte con dita sottili
sposta spighe color dell’oro fuso
rivelando le sembianze giovanili
di quel viso di giovane cerbiatta
occhi grandi ancora spalancati
di quel corpo nudo e un po’ sfrontato
bianco neve ma di rosso sfregiato.

Ed il sole che illumina la notte
manda raggi tra spighe fiori e frutti
fa richiudere le belle di notte
e rischiara il giorno per noi tutti
ma a quel corpo di donna bambina
con i segni ancora della notte
non riesce a ridare la vita
e l’amore si arrende alla morte.

Così noi sdegnati benpensanti
ci guardiamo come in uno specchio
ci sentiamo indignati e siamo in tanti
a cercare un motivo non detto
Ma colui che uccide per piacere
fa apprezzare ancor di più la vita
perché in fondo il bene senza il male
non sarebbe che una noia infinita.

Sandro Orlandi

Sono venuta ancora

Sono venuta a cercarti
ancora e ancora
tra le rocce del capo
quelle che saltavi
a piedi uniti
e dicevi cantando
“io sono legno
son fatta di castagno duro
le ferite non si vedono
se non mi spezzo”
e correvi di monti e valli
scorticavi fossi
e mangiavi ortiche
pelle di pesca
non aveva segni nè
spelonche
solo luce.
Eri castagna
dura e brillavi
mai scalfita
e le tue gambe
di nodi e scatto
pulsavano vita
e sapienza.
Le rocce
del tuo ieri
sanno
di te
e l’acqua ci passa
sopra piano.

Tinti Baldini

Published in: on giugno 20, 2010 at 07:11  Comments (6)  
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I miei giorni da occhi di cielo

Andavamo a cogliere
gli occhi di Maria
per avere una giornata tutta azzurra,
quel piccolo fiore fragile
come noi bambine d’ossa
e ginocchia sbucciate,
con quelle biciclette
regalate per la Cresima
lungo le salite della ferrovia
ché i treni sono stati la nostra vita
e i vagoni mezza casa.
Lungo le scarpate si andava a viole
con il sole in bocca
e marmellata sulle labbra,
un panino per non morir di fame
nell’età del misurarsi al muro.
Noi che siam state
le bambine beneducate
alzate di buonora
per la messa alla domenica
– con permesso, buonasera –
sulle dita piene di bugie
che non sapevamo tenere per un’ora
e ancora non conoscevamo
le ortiche degli anni a venire
ché noi avevamo solo pensieri di fiori,
il vento tra i capelli,
un vestito leggero per Pasqua
pareva confetto di rosa
e una fettina di cioccolato bicolore
di poca cosa.

barche di carta