La notte mi prende per mano

Ora che il mare aspro diventa
e d’antracite la luna si veste,
alta e discreta la notte s’accosta
mentre la stasi mi fa prigioniero.

Nella collina non più contornata,
dove presumo ancora c’è il borgo,
con ostinazione cerco una luce
capace di dare la continuità.

Lassù neanche una stella intravedo
che si riveli delle altre più furba
nell’infinito rigato di nero,
avaro nel dare spazio al respiro.

Riporto lo sguardo dov’era prima
e di una nave pretendo la scia,
il tocco mirabile a soppiantare
il bianco disordine di onde folli.

Vorrei che arrivasse l’aurora
del tipo fucsia, netta e impaziente
d’aprire in cielo lo squarcio ribelle,
l’effetto euforia di sistole errante…

In quest’attesa del via alle danze,
conforto mi è nel prendere tempo
l’idea di essere non del tutto solo.
É la notte che mi prende per mano.

Aurelio Zucchi

Nel mio scrigno


Ho percorso tremando giorni
di tormentati monti.
Su e giù a violare vette,
avanzando incerto sull’orlo dell’essere.
Su e giù a non distinguere
le mie orme ghiacciate;
esiliato da freddi concetti,
arabescati frantumi di confuse sinestesie,
stupidamente appagato
dall’ostinazione di lancette esistenziali.
Sfinito anche nel sogno.
Finché ti ho sentita
sfiorarmi piano le ferite nel sonno,
e tutta una lunga notte
parlare alla mia anima
colorando,
cantando, carezzandole ricordi,
lenendo stanche piaghe.
Le hai mostrato sguardi,
sorrisi
orizzonti stupendi tra monti
e l’aurora, fatata creatura
ha strappato al buio colori
e ha fatto la notte una culla antica
atavico scrigno incantato
dove ora adagio tenero il domani

Flavio Zago