Noi che facciamo?

Ci hanno gridata la croce addosso i padroni
per tutto che accade e anche per le frane
che vanno scivolando sulle argille.
Noi che facciamo? All’alba stiamo zitti
nelle piazze per essere comprati,
la sera è il ritorno nelle file
scortati dagli uomini a cavallo,
e sono i nostri compagni la notte
coricati all’addiaccio con le pecore.
Neppure dovremmo ammassarci a cantare,
neppure leggerci i fogli stampati
dove sta scritto bene di noi!
Noi siamo i deboli degli anni lontani
quando i borghi si dettero in fiamme
dal Castello intristito.
Noi siamo figli dei padri ridotti in catene.
Noi che facciamo?
Ancora ci chiamiamo
fratelli nelle Chiese
ma voi avete la vostra cappella
gentilizia da dove ci guardate.
E smettete quell’occhio
smettete la minaccia,
anche le mandrie fuggono l’addiaccio
per qualche stelo fondo nella neve.
Sentireste la nostra dura parte
in quel giorno che fossimo agguerriti
in quello stesso Castello intristito.
Anche le mandrie rompono gli stabbi
per voi che armate della vostra rabbia.
Noi che facciamo?
Noi pur cantiamo la canzone
della vostra redenzione.
Per dove ci portate
lì c’è l’abisso, lì c’è il ciglione.
Noi siamo le povere
pecore savie dei nostri padroni.

ROCCO SCOTELLARO

La verità non può morire

Solo, con le sue verità scritte perché
gli uomini sappiano in che mondo
stanno morendo, lentamente uccisi
da veleni incontrollati.
Tumulati nel cemento che come
fredda lava li avvolge
non hanno del pericolo sentore
alcuno.
Solo, tra la colpevole indifferenza,
vive senza di vita certezza
e con gli occhi scruta i volti di chi
della morte la tragica maschera
potrebbe calare.
Strade bagnate che non odorano di pioggia,
ma di sangue che mai si raggruma,
mai si cancella perché nuovo sangue
ad esso si aggiunge.
Percorse da anime nere alle quali
vi inchinate deferenti e pavidi.
Semmai il fato triste avrà l’osceno
trionfo, sarete silenziosi carnefici.
Non rallegratevi della vostra
atavica, radicata schiavitù.
Agli antichi padroni dei vostri corpi,
di nuovi ne avete,
delle vostre anime pavide e imbelli
signori assoluti.
Tornate ad esser emuli di chi
a suo tempo al tallone straniero
si sottrasse.
Tornate ad esser persone tra le genti,
orgogliosi di guardare i vostri figli
negli occhi.
Fate che la vostra terra sia degli uomini,
non delle bestie.

Claudio Pompi

a Roberto Saviano che non deve morire

L’armadio

nelle scansie degli intenti
falliti
capi stanchi sulle grucce
appesi
ciondoloni o coi risvolti lisi
piangono rosari
e cristi mai risorti

lacrime e bestemmie -misura unica –
mi stringono la vita
e mia madre un nuovo santo
da pregare.

Io non ho santi né padroni
e ho smesso di contare i giorni
osservo le Tineidi sbrindellare stoffe
di cheratina ingorde
e allora faccio scorte di pensieri buoni
chè la fame non abbia
il brontolio di pancia a pezzi.

Beatrice Zanini

A chi non ha pace

Un tempo
quando non credevamo
di essere padroni
di Dio
la morte
era cosa naturale;
abbiamo teso
tutte le nostre scienze
verso la sua
sconfitta,
come se fosse
davvero possibile
e anziché
imparare a guardarla
da vicino
siamo riusciti, allontanandola,
soltanto
a prolungarne
l’attesa
e la paura.

Gian Luca Sechi

Published in: on marzo 15, 2010 at 07:44  Comments (3)  
Tags: , , , , , , ,

Una di noi – tutte –

Ai piedi delle donne
ci sono sempre bucce di lupini
loro mangiano sale e polpa amara
quando lo chef di turno
salta in padella l’anitra all’arancia
o inchioda l’oca – chi ha inventato il patè
de fois gras?- preferiamo catene
alle caviglie e ai denti
e diamo vita ad angeli e assassini
a chi ci copre d’oro e a chi ci stupra

li nutriamo di noi
ci costa il sonno il ripetere gesti
alleviare i decubiti e la morte
quando gli uomini tacciono
vestiti d’ermellino
o fusciacche sgargianti
ergendosi a padroni
d’uteri e vite.

Ci vuol coraggio ad esser noi
ci vuole essere donne.

Cristina Bove

Che non sia


Il giorno che saremo larve
assediate da glitter e fuochi d’artificio
a nascondere il nero
(perfino il grigio sembrerebbe offesa
a pagliacci liftati)
quel giorno portatemi una luce
un’azione di pace ardita
fatta di barricate di pensiero almeno
e ditemi che pagine di secoli
bui
non hanno spento fame e sete
di fratellanza vera.
Ma se vedrete il gioco dal rovescio
se scoprirete i nodi del potere
occulto e sommo
al vertice i padroni della terra
troni di sangue a incombere sui miti
sulle manovalanze e sui perduti
che già solo nel nascere
serviranno da schiavi
turlupinati dalla dea procace
di culi e tette a fare da bandana
a consumare ciechi come talpe
il gheriglio di noce cerebrale
allora disponete la mia stella
sotto mucchi di terra
o gettatela in mare
ch’io non veda i miei figli prigionieri
i loro sogni infranti
gli amici diventare ombre fugaci.
Ch’io non abbia timore di parlare
e mi riduca a spolverare frasi
tra libellule e rose – arresa al marcio –
chinata per viltà.

Cristina Bove

Published in: on dicembre 18, 2009 at 07:00  Comments (5)  
Tags: , , , , , , , ,