Il cuore

 
Muscolo che non posso comandare,
brocca di vetro con pesce rosso
che gira in tondo ignaro del proprio destino,
dente malato che cade all’improvviso,
buco nel mio soffitto e piove ormai da ore.
Campana stonata che segue i suoi rintocchi
senza riconoscerli mai rassegnata,
pagina letta e riletta  da un vento troppo caldo,
fiato corto dopo una corsa inutile,
stanco e solo come chi nasce per essere unico
in qualunque posto del mondo,
il mio cuore.

Maria Attanasio

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Published in: on luglio 2, 2012 at 07:44  Comments (3)  
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Sfogliando…

 
una cartolina segna la pagina
indietro nel tempo vola il pensiero
s’illumina il viso, un sorriso.
Tornerò! Ti ho nel cuore
i tuoi luoghi alti
dove ammirare l’intorno
l’infinito e unico azzurro.
L’eco dei nostri sorrisi
t’invadeva come cicale al sole
accaldata ti svelavi tutta
mentre ai piedi ti baciava il mare

Rosy Giglio

(Poesia I^ Classificata all’ottava edizione del Premio “Tortoreto alla Cultura 2012”)

Published in: on giugno 20, 2012 at 07:22  Comments (10)  
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Ho raccolto chiavi…

Ho raccolto chiavi lungo le strade della vita,
percorrendo vicoli e perlustrando angoli
con nel cuore la disperata e dolorosa ansia
che nasce nel cercare di cogliere
il senso segreto, nell’immobile bellezza,
dell’atmosfera creata da un bacio appassionato.

Ho raccolto chiavi lungo il cammino
dall’aspetto malinconico nell’apparenza,
mentre la luna diafana e trasparente
impotente udiva parole intrise di menzogne
che come pulviscolo ricoprivano
le orme lasciate dal mio passaggio.

Ho raccolto chiavi nel mio peregrinare
nell’illusione, di trovare ancora
in un futuro intatto e armonioso,
gocce sanguigne sul virginale candore
di una pagina in attesa di parole
nate dal cuore di chi non ha paura della verità.

Patrizia Mezzogori

IL LIBRO DI MELISSA

 
Avrei potuto averti come alunna,
vederti vestita di primavera,
con lo zainetto pieno di futuro,
e con la testa china sui quei libri,
ma con lo sguardo libero di volare.
.
Ne ho visti tanti anch’io
di banchi vuoti,
vuoti con sopra un fiore
a ricordare.
.
Ma il tuo è macchiato
di violenza assurda ,
quella studiata nei libri di storia,
che mai avresti immaginato
colpirti potesse tanto crudelmente.
.
Ora anche tu, inconsapevolmente,
entri nella storia
e scrivi pagina di un libro
che resterà nel tempo,
a monito di quanti leggeranno.

Sandra Greggio

(A ricordo dell’attentato di Brindisi, il 19 maggio 2012)

Schizofrenia

 
Chi vive in me
oltre il velo di Maia?
Bianca pagina aspetta
e invano aspetterai
che, come un guanto,
io rivolti il mio inconscio.
La mente,  pigra
chiude i suoi occhi al dubbio
per non soffrire;   eppure
come alterne stagioni
ineluttabilmente
affiorano emozioni… opposte;
umiltà  e presunzione,
altruismo e insofferenza
scaldano e intirizziscono
questo mio cuore.
Misteriosa scintilla
che attivi od interrompi
i circuiti d’amore
chi ti dà vita?
Quale atipica cellula
della grigia materia
mi snatura a tal punto
da confonder chi sono?
Solitudine,  è in me
fardello…….eppure scelta,
la ripudio e la inseguo
è prigione e libertà.
Bramo la tenerezza,
ma di leggerla temo
dentro ai suoi occhi;
la disprezzo e la fuggo:
Insondabile psiche!
Potrà mai mente umana
misurare l’inconscio?
Dagli abissi i concetti
affiorando scolorano
restan vuote parole,
frammentari rigurgiti
della schizofrenia.

Viviana Santandrea

Vorrei

vorrei
essere la pagina bianca
su cui scrivi le tue poesie d’amore
vorrei
essere corteccia
di cuori trafitti
rivolo di sangue
sul dorso profumato di miele
vorrei
essere l’anima
che tu carezzi la sera
confondendo la pelle alla luna
nel riflesso di stelle e sospiri
azzurra come il sogno
candida come una promessa
rossa come la bocca che ama.

astrofelia franca donà

Origami

scrittura di carta
amalgamata
rosa- ritorta
pagina senza ritagli
volta all’illusione:
semplice lato sfumato
della mia condizione
Giorno giocato con la regola
dell‘impaginazione
che si reclina osservata
dalla mia piega sorridente sul foglio.

Aurelia Tieghi

Quello che va detto

WAS GESAGT WERDEN MUSS

Warum schweige ich, verschweige zu lange,
was offensichtlich ist und in Planspielen
geübt wurde, an deren Ende als Überlebende
wir allenfalls Fußnoten sind.

Es ist das behauptete Recht auf den Erstschlag,
der das von einem Maulhelden unterjochte
und zum organisierten Jubel gelenkte
iranische Volk auslöschen könnte,
weil in dessen Machtbereich der Bau
einer Atombombe vermutet wird.

Doch warum untersage ich mir,
jenes andere Land beim Namen zu nennen,
in dem seit Jahren – wenn auch geheimgehalten –
ein wachsend nukleares Potential verfügbar
aber außer Kontrolle, weil keiner Prüfung
zugänglich ist?

Das allgemeine Verschweigen dieses Tatbestandes,
dem sich mein Schweigen untergeordnet hat,
empfinde ich als belastende Lüge
und Zwang, der Strafe in Aussicht stellt,
sobald er mißachtet wird;
das Verdikt “Antisemitismus” ist geläufig.

Jetzt aber, weil aus meinem Land,
das von ureigenen Verbrechen,
die ohne Vergleich sind,
Mal um Mal eingeholt und zur Rede gestellt wird,
wiederum und rein geschäftsmäßig, wenn auch
mit flinker Lippe als Wiedergutmachung deklariert,
ein weiteres U-Boot nach Israel
geliefert werden soll, dessen Spezialität
darin besteht, allesvernichtende Sprengköpfe
dorthin lenken zu können, wo die Existenz
einer einzigen Atombombe unbewiesen ist,
doch als Befürchtung von Beweiskraft sein will,
sage ich, was gesagt werden muß.

Warum aber schwieg ich bislang?
Weil ich meinte, meine Herkunft,
die von nie zu tilgendem Makel behaftet ist,
verbiete, diese Tatsache als ausgesprochene Wahrheit
dem Land Israel, dem ich verbunden bin
und bleiben will, zuzumuten.

Warum sage ich jetzt erst,
gealtert und mit letzter Tinte:
Die Atommacht Israel gefährdet
den ohnehin brüchigen Weltfrieden?
Weil gesagt werden muß,
was schon morgen zu spät sein könnte;
auch weil wir – als Deutsche belastet genug –
Zulieferer eines Verbrechens werden könnten,
das voraussehbar ist, weshalb unsere Mitschuld
durch keine der üblichen Ausreden
zu tilgen wäre.

Und zugegeben: ich schweige nicht mehr,
weil ich der Heuchelei des Westens
überdrüssig bin; zudem ist zu hoffen,
es mögen sich viele vom Schweigen befreien,
den Verursacher der erkennbaren Gefahr
zum Verzicht auf Gewalt auffordern und
gleichfalls darauf bestehen,
daß eine unbehinderte und permanente Kontrolle
des israelischen atomaren Potentials
und der iranischen Atomanlagen
durch eine internationale Instanz
von den Regierungen beider Länder zugelassen wird.

Nur so ist allen, den Israelis und Palästinensern,
mehr noch, allen Menschen, die in dieser
vom Wahn okkupierten Region
dicht bei dicht verfeindet leben
und letztlich auch uns zu helfen.

§

Perché taccio e passo sotto silenzio troppo a lungo
una cosa che è evidente e si è messa in pratica in giochi di guerra
alla fine dei quali, da sopravvissuti,
noi siamo al massimo delle note a piè di pagina.

Il diritto affermato ad un decisivo attacco preventivo
che potrebbe cancellare il popolo iraniano,
soggiogato da un fanfarone
e spinto alla gioia organizzata,
perché nella sfera di quanto gli è possibile realizzare
si sospetta la costruzione di una bomba atomica.

E allora perché proibisco a me stesso
di chiamare per nome l’altro paese,
in cui da anni — anche se si tratta di un segreto —
si dispone di crescenti capacità nucleari,
che rimangono fuori dal controllo perché mantenute
inaccessibili?

Un fatto tenuto genericamente nascosto:
a questo nascondere sottostà il mio silenzio.
Mi sento oppresso dal peso della menzogna
e costretto a sottostarvi, avendo ben presente la pena in cui si incorre
quando la si ignora:
il verdetto di “antisemitismo” è di uso normale.

Ora però, poiché da parte del mio paese,
un paese che di volta in volta ha l’esclusiva di certi crimini
che non hanno paragone, e di volta in volta è costretto a giustificarsi,
dovrebbe essere consegnato a Israele
un altro sommergibile
-di nuovo per puri scopi commerciali, anche se
con lingua svelta si parla di «riparazione»-
in grado di dirigere testate devastanti laddove
non è provata l’esistenza di una sola bomba atomica,
una forza probatoria che funziona da spauracchio,
dico quello che deve essere detto.

Ma perché ho taciuto fino ad ora?
Perché pensavo che le mie origini,
stigmatizzate da una macchia indelebile,
impedissero di aspettarsi questo dato di fatto
come una verità dichiarata dallo Stato d’Israele;
Stato d’Israele al quale sono e voglio restare legato.

Perché dico solo adesso,
da vecchio e col mio ultimo inchiostro,
che le armi nucleari di Israele minacciano
una pace mondiale già fragile?
Perché deve essere detto
quello che domani potrebbe essere troppo tardi per dire;
anche perché noi — come tedeschi già con sufficienti colpe a carico —
potremmo diventare quelli che hanno fornito i mezzi necessari ad un crimine
prevedibile, e nessuna delle solite scuse
varrebbe a cancellare questo.

E lo ammetto: non taccio più
perché sono stanco 
dell’ipocrisia dell’Occidente; perché è auspicabile
che molti vogliano uscire dal silenzio,
che esortino alla rinuncia il promotore
del pericolo che si va prospettando
ed insistano anche perché
un controllo libero e senza limiti di tempo
del potenziale atomico israeliano
e delle installazioni nucleari iraniane
esercitato da un’organizzazione internazionale
sia consentito dai governi di entrambi i paesi.

Solo in questo modo per tutti, israeliani e palestinesi,
e più ancora per tutti gli uomini che vivono
da nemici confinanti in quella regione
occupata dalla follia
ci sarà una via d’uscita,
e alla fine anche per noi.

GÜNTER GRASS

Io, gli arcobaleni

.
Prova a  navigare
i miei occhi chiusi;
ma portati le preghiere
dai nodi fini
per contare le bufere
d’indaco.
 
La mia porta
è un oceano senza
zavorre
ma entra solo chi sa
morire
per un sorriso in più;
il mio selciato
è fatto di respiri levigati.
 
Io gli arcobaleni
li ho seminati tra le zolle
più nere,
io gli arcobaleni
li raccolgo tra abisso
e abisso.
 
E sto in silenzio
eppure,
ho scritto favole,
ma non so la pagina
dell’io
.
Stefano Lovecchio
.

Zirudella della Vaccamatta

ZIRUDÈLA DLA VACAMATA

 
Zirudèla a una fantèsma
d’editåur ch’l’um fa vgnîr l’èsma,
gnint recâpit o letûr,
abunè, baiûc e unûr!
Diretåur Gino Duprè
ch’l’é ardupè in mèz dla strè,
Cló ch’al scrîv sta Vacamata
(ch’ai trarêv una zavâta!)
ló as firmé Banmodabån
e sunâi, ste gran minciån,
Pannadóca e infén Filfrén
tant ch’am véns un mèz smalvén;
pò con Lèctor e Mike Hatt’
l’um fé avrîr al rubinàtt!
Diziunèri e lîber rèr
a druvé par dezifrèr,
par risòlver gl’insgunbiè
e al mesâg’ tótt quant zifrè!
In ajût am vens la Lidia
Lanzarén, che trè l’aczîdia
– s’êren vésst la sîra prémma
pr una zanna can la rémma –
l’am lasé in segreterî
d’avàir dscuért la gióssta vî!
Zirca egli óng’ i êren dla sîra
quand curiåus pió d na braghîra
cminzipié la ciacarè
cun la Lidia, tante inpgnè
int l’arspàndrum ai quisît,
ch’la dscurèva quant dîs prît!
Dapp pió ed trantanôv minûd
am scapé dû trî stranûd
e gli uràcc’ infuganté
svélt la Lidia a ringrazié.
Pò am fiché int la cultûra
e a zarché int la spartûra,
in cantéina int i scatlón
dovv a téggn i lîber bón,
in campâgna ai Prè ed Cavrèra
da mi ziéina pêrla rèra,
par truvèr un alfabêt
ch’s’arvi§éss al quèsi grêc
adruvè int la Vacamata
dal furbàtt ch’al crûv la pgnâta.
Guèrda e zàirca quand eurèca,
bvûda adèsi una ciuféca,
al conpiùter a pensé
e a quî dl’Enel al taché!
Dantr a un mócc’ ed scarabâtel
dapp a Uórd, Fàil e Carâter
zónt in Sìmbol l’um fó cèr
che al furmànt l’era in granèr:
“Int al vèsper dal dsnôv d mâz,
quand s’avséina l’ùltum râz,
Cló l’arîva intànt ch’ai pâsa,
dnanz a la Madòna Grâsa,
ed San Lócca la Madòna
ch’pôrta piôva ed aria bôna!”
E a la Lidia ed Lanzarén,
masstra ed cinno grand e cén,
che dal grêc l’avé l’idéa
i é da fèri… un’epopéa!
Quand fó vèner dsdòt ed mâz
am sintèva mât cme un sdâz:
bôna nôva, mé a pinsé,
parché zêrt, arêv zurè,
l’Ebdromedèri é arivè!
zà int la pòsta andé d vulè
e int na bóssta pajaréina
i era al “Fói” ed chèrta féina,
mo int la pàgina secånda
n’i era brîsa gnanc un’ånda
dal mesâg’ tótt quant zifrè
che mé asptèva! E acsé intignè
l’indmàn sîra in Saragoza
dnanz ala Madóna Grâsa
drétt smagnåus a srêv andè
pr incuntrèr… l’Innuminè!
Mai dîr gât s t an l’è int al sâc,
e al progèt l’andé a tarsâc,
parché al sâbet la mi amråusa,
che mé ai fîl par fèrla spåusa
fén da quand fónn in America
dantr a Disni in teleférica,
la mi amràusa quand l’um vdé
biånda e sacca la cmandé:
“Al Salån dal Pass Zelèst,
môvet, svélt, ch’al n’é pió prèst!”
A cal pónt l’um fó inpusébbil
cgnósser cl’Èser Invi§ébbil
haccatìtipi://Bim.tu/
vacamata – ch’i én pió ed dû? –
che in bulgnàis al fà la gâta
e al mitrêv “só par la râta”,
e ch’al dscårr d Bonzi e Biancån
cm’ed Rufén, Pzôl e zambån;
dla batâglia dal Primèr
ed Gîg Longhi al marinèr,
dal “spziarî” ed Nén Marcàtt
o ed Zarvlè nostr architàtt;
pò ed Nasìca détt Majàn
cme d’Ermete, Tstån e Uriàn,
ed Gandåulf ch’l’avèva al Cåurs
e dla Flèvia dla vî dl’Åurs!
Dal teàter pr al dialàtt
Cló as fà un trésst mègher quadràtt;
dla prunónzia ed zért atûr,
di chepcómic e di autûr,
Cló as in dîs d tótt i culûr:
a san pròpi armès al bûr!
Un mazlèr o un chepstaziån,
Gianni o Ànzel, cal “Sdundlån”,
Adri o Elio cal “Maicàtt”:
mo chi él ste “Fapugnàtt”?
Él Carpàn cantànt bagiàn,
o él Tén barzlatta in man?
Fôrsi é Sandro opûr Vidèl,
o un sugèt ed S. Rafèl?
Mo s’al fóss Lîvra Gigèn
Cló ch’l’ha l’èpis birichén?
Oh! i é un grâs tåurd ch’l’ûrla e al zîrla,
dånca qué l’é åura ed finîrla!
Zért ai é di èter scritûr
in bulgnài§, str’al cèr e al bûr,
mo quall ch’vèl l’é avàir na vétta,
col conpiùter só in sufétta
o nés pr aria in strè Mazåur,
in dialàtt e con dl’amåur!
Pò ed Budri in Piaza bèla
toc e dài la zirudèla!
 

§

Zirudella a una fantasma
d’editore che mi fa venir l’asma,
niente recapito o lettori,
abbonati, soldi e onori!
Direttore Gino Delprato
ch’è nascosto in mezzo alla strada,
Colui che scrive sta Vaccamatta
(che gli tirerei una ciabatta!)
lui si firmò Benmadavvero
e scemo, sto gran minchione,
Pennadoca e Fildiferrino
tanto che mi venne un mezzo malore;
poi con Lector e Michele Cappellaio
mi fece aprire il rubinetto!
Dizionari e libri rari
consultai per decifrare,
per risolver le incrociate
e il messaggio tutto cifrato!
In soccorso mi venne la Lidia
Lanzarini, che gettata l’accidia
– c’eravam visti la sera prima
per una cena con la rima –
mi lasciò in segreteria
d’aver scoperto la giusta via!
Circa le undici eran di sera
quando curioso più d’una pettegola
cominciai la chiacchierata
con la Lidia, tanto impegnata
nel rispondermi ai quesiti,
che parlava quanto dieci preti!
Dopo oltre trentanove minuti
mi scapparno due tre sternuti
e con le orecchie infuocate
svelto la Lidia ringraziai.
Poi mi misi nella cultura
e cercai dentro la madia,
in cantina negli scatoloni
dove tengo i libri buoni,
in campagna ai Prati di Caprara
da mia zia donna preclara,
per trovare un alfabeto
che rassomigliasse al quasi greco
adoperato nella Vaccamatta
dal furbetto che sta in camuffa.
Guarda e cerca quando eureka,
bevuta adagio una ciofeca,
al computer io pensai
e a quelli dell’Enel lo attaccai!
Dentro a un mucchio di carabàttole
dopo Word, File e Caratteri
giunto in Symbol mi fu chiaro
che avevo trovato la soluzione:
“Al vespro del 19 maggio,
quando s’avvicina l’ultimo raggio,
Colui arriva mentre passa,
davanti alla Madonna Grassa,
di San Luca la Madonna
che porta pioggia ed aria buona!”
E alla Lidia Lanzarini,
maestra di bimbi grandi e piccini,
che del greco ebbe l’idea
c’è da farle… un’epopea!
Quando fu venerdì 18 maggio
mi sentivo matto come un setaccio:
buona nuova, io pensai,
perché certo, avrei giurato,
l’Ebdromedario è arrivato!
Giù nella posta andai di volata
e in una busta paglierina
c’era il “Foglio” di carta fine,
ma nella pagina seconda
non c’era neanche un’onda
del messaggio tutto cifrato
che io aspettavo! Ed irritato
l’indomani sera in Saragozza
dinanzi alla Madonna Grassa
dritto agitato sarei andato
per incontrare… l’Innominato!
Mai dir gatto se non l’hai nel sacco,
e il progetto andò a catafascio,
perché il sabato la mia amorosa,
che io filo per averla sposa
fin da quando fummo in America
dentro a Disney in teleferica,
la mia amorosa quando mi vide
bionda e secca comandò:
“Al Salone del Pesce Azzurro,
muoviti, svelto, che non è più presto!”
A quel punto mi fu impossibile
conoscere quell’Essere Invisibile
http://Beam.to/
vacamatta – che sono più di due? –
che in bolognese sta sornione
e lo metterei “su per la salita”,
che discorre di Bonzi e Bianconi
come di Ruffini, Pezzoli e Zamboni
della battaglia del Primaro
di Luigi Longhi il marinaro,
delle “spezie” di Nino Marchetti
o di Cervellati nostro architetto;
poi di Nasìca detto Majani
come d’Ermete, Testoni e Oriani,
di Gandolfi che aveva il Corso
e della Flavia di via dell’Orso.
Del teatro per il dialetto
Colui ci fa un triste magro quadretto;
della pronuncia di certi attori,
dei capocomici e degli autori,
Colui ce ne dice di tutti i colori:
siamo proprio rimasti al buio!
Un macellaio o un capostazione,
Gianni o Angelo, quel “Perdigiorno”,
Adri o Elio il “Villanello”:
ma chi è questo “Prendingiro”?
È Carpani cantante baggiano,
o è Tino barzelletta in mano?
Forse è Sandro oppur Vitali,
o è un tipo di S. Ruffillo?
Ma se fosse Lepri Luigino
Colui che ha il lapis birichino?
Oh! c’è un grasso tordo che urla e zirla,
dunque qui è or di finirla!
Certo ci sono degli altri scrittori
in bolognese, sull’imbrunire,
ma ciò che vale è avere una vita,
col computer su in soffitta
o naso per aria in strada Maggiore,
in dialetto e con dell’amore!
Poi di Budrio in Piazza bella
toc e dai la zirudella!
 

Sandro Sermenghi

Published in: on febbraio 10, 2012 at 07:10  Comments (2)  
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