Venezia

 
Sul rio di San Zanipolo
avanza lenta una barca
nella calura soffocante
di un agosto di guerra
Un vecchio gondoliere
spinge gentile il remo
a tramutare urti in carezze
per il suo carico di vita
Più non giungono fuochi e bagliori
nè grida insanguinate
da quella terraferma di dolore
Dita magre di fame hanno smesso
di raschiare una madia ingrata
Oggi è un giorno di pane e di sole
e tutto intorno ridono al tuo cuore
anche gli opachi umori
di questa serenissima città
Rilucono le muffe smorte
ed anche gli angeli scrostati
di questi antichi capitelli
sembrano vivi di nuova luce
nell’aria di un sogno sospeso
tra il cielo incerto dei tempi
e questo verde smisurato mare
Oggi è un giorno di dolce timore
e tu difendi il grembo e tremi
come in bilico trema questo Novecento
sulle palafitte di una storia amara
Stasera poserai lo sguardo
sul mite frutto del tuo amore
stanca di una felicità raggiunta
dimentica di lotte e di tormenti
Sarai madre di una speranza
e avrai donato un uomo al mondo
Non ti faranno più paura
i malanni gli odii  e le maree
perché non sarai sola
ad affrontare questo lungo viaggio
Io già lo vedo quel bambino nuovo
mentre lo culla eterna
l’onda della laguna d’oro
Splende brillante il cielo del Leone
fiera sembra che innalzi per lui
questa città la sua bandiera

Massimo Reggiani

Dedicata a Venezia, sempre nel mio cuore, ma anche a mia madre che andò in gondola a partorire in ospedale  il 15 agosto 1944. Quel bambino è mio fratello, naturalmente la dedico anche a lui.

La passeggiata


Partiam partiamo, partiamo pure
del ludibrio in liquidazione
verso le folli ematiche avventure
vendesi un’oncia di illusione
con lampone panna e cioccolato
e latte fresco di Pigmalione
il sindaco è stato avvisato
sull’invetriata si fa produzione
di talco sottovuoto inscatolato
audace odoroso apireno limone
sosta negli angoli della via
come candido flaccido lenone
refrigerati galloni di poesia
con stringhe ecologicamente mute
vivacizzate da vaporosa zia
volpi mattamente astute
introdotte dentro a scritte
regalano sacchi di vedute
su fitte palafitte di ditte
smercianti liriche con carmi
avanzan pinte di motoslitte
a decalitri sfilano gendarmi
pubblicitariamente inermi
per evitare azzardati allarmi
intanto kilometri di vermi
si sbracciano per contrabbandare
l’utilità di trilioni di germi
tu! non te ne devi mai andare
da questo splendor di parapiglia
il consumo è virile adorare
spanne fantastiche di meraviglia
subdolamente ad arte preparata
con due quattro palle e una biglia
seminar di metrica squinternata
di single su triangoli di terra
intenzionalmente sgraffignata
offresi slanciato zappaterra
per produrre bulbi di Tropea
da esportare in Inghilterra,
per un tantino di prosopopea
lo strambotto entra in idillio
con una lifting rifatta dea
scatta esternazione e cipiglio
in povero pleonasmo ridondante
di presunzione certamente figlio
sbilenco guercio stravagante
fra tesi ed arsi perde piede
stralunando il supremo garante
tutti quanti il con cui si siede
posate bene ad INIZIO APRILE
se in primavera ponete fede
si può svuotare il vecchio barile
perché il parlar non sia indarno
è pronto il detersivo del Brasile,
si scancelli quel figuro scarno
risciami allegramente la gente
peripateticamente sul lungarno
poi di nuovo a casa finalmente
torniam torniamo, torniamo pure
seduti all’ombra di alloro aulente!

Sandro Sermenghi