Mi ascolto

É a notte della non deriva
quando friggono – i silenzi –
quando mutano – le stelle –
che io mi ascolto…

Voce, allora, arriva chiara.
Contro muro si fa palla,
fino ai bordi l’aria colma,
del respiro m’assicura.

E mi ascolto dentro l’ora
di felicità aggiustata
e non fiato, non rispondo
se non per dirmi ciao.

Aurelio Zucchi

Published in: on marzo 9, 2012 at 07:27  Comments (2)  
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Continuano a scendere i fiocchi

 
Continuano a scendere i fiocchi
fini leggeri e costanti riempiono tutto
lo spazio fuori del cielo e della terra
al di là del vetro tutto ne è compreso
è ipnotico movimento lento e continuo
Devo essere finita in una enorme palla di vetro
di quelle col paesaggino e i personaggi in basso
e tutto vuoto sopra nello spazio racchiuso a sfera
Sembrano insulse
ma poi le prendi in mano le giri
le rigiri ed ecco la magia di neve
tutto si confonde e smarrisce fra le particelle bianche
che si agitano e piano piano si depositano
Oggetti kitch per un adulto
ancora affascinanti per i bambini credo
Dev’esserci qualcuno che si diverte molto
un dio-bambino o un adulto in fase regressiva
che ha scoperto da poco il gioco e continua
a girare fra le mani la boccia di vetro nella quale
siamo immersi a vivere
– strano che non ci giri la testa –
a bocca aperta lo sguardo ebete
non si accorge o non si cura
dei danni collaterali.

azzurrabianca

La sfida

Scendi in strada, fiero e arrogante,
io sono qui ad aspettarti, non ti temo.
Mi piace la tua incoscienza che ti fa
eroe per una notte.
Sei forte al volante con lo stereo a palla,
corri più forte ragazzo che il bello
deve ancora venire…lunga è la notte.
Lama splendente in notte di rabbia,
tagli di luce accecante, rombo di motore
che nel buio si perde.
Ride lei al tuo fianco, rido anch’io
che te sto aspettando.
Sei forte ragazzo, la sfida mi piace,
beviamoci sopra senza pensare.
Io resto qui fuori mentre tu ti lasci sfondare
orecchie e cervello da suoni e pasticche.
Mi piaci ragazzo perché ancora reggi,
ormai sei esperto di notti da sballo.
È l’alba ormai e devo andar via,
hai vinto la sfida, la tua vita ancora
non è mia.
Voglio la rivincita, mettiamoci anche lei
che ride al tuo fianco.
Vincerai ancora, può darsi, chissà…
Ma alla fine una sfida la vincerò.
Tu non sai quanto infame io sia,
con me rivincita non avrai
la tua vita vinta sarà soltanto mia.

Claudio Pompi

Parlami

 
Quando vedi la luna maculata,
palla tra palle di nubi antracite,
distante da me oltre il normale,
parlami perché ne ho bisogno.
.
Se il mare più non risponde
al minimo accenno di un abbraccio
o l’alba tradisce il migliore intento,
parlami perché voglio ascoltarti.
.
Guardando il nostro luna park,
non arriverà la musica del gioco
o lo schiamazzo di un bambino re.
Sono io che ho spento tutto.
.
Ho consumato notti promettenti,
le ho imbrattate di colori assurdi.
Ho cadenzato stelle al mio capriccio
e ora, credo, è meglio non guardarle.
.
Ho spinto il cuore in un dirupo
e adesso cerco di recuperarlo
mentre freddo pioggia e vento
fanno di tutto per scoraggiarmi.
.

Aurelio Zucchi    (2006)

Colorare l’anima

Come fa la notte a colorare l’anima?

Eppur per sua natura è scura
tranne quando sequestra la luna.
La zittisce, lungo i tondi la ritaglia
e la incolla dove il cielo raccomanda.

Poi la stacca, falce o palla la riprende,
l’accarezza, la plasma, l’ammaestra
e la spreme contro l’offuscata volta
perché succo d’una luce se ne ottenga.

E allora, come fa la luna a colorare l’anima?

Eppur per sua natura è luce riflessa
tranne quando sequestra il mare
o di un suo spicchio s’accontenta
e lo incolla dove nascono gli amori.

Bagna l’acqua, calda o fredda la pareggia,
la dispiega, l’addolcisce, la inganna
e da riva all’orizzonte la percorre
perché incanto alla vista se ne ottenga.

E quindi, come fa il mare a colorare l’anima?

Sssss…….vi prego!
Lasciamolo fare, all’identica maniera
di come nella vita ci si innamora.
A che serve chiedersi il perché?

Aurelio Zucchi

Published in: on luglio 13, 2011 at 07:39  Comments (6)  
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Er carnevale de’ ‘r sor Ughetto

Quanno che ‘na matina sor Ughetto,
‘n po’ prima da ‘r lavoro t’aritorna,
vede ‘na scena da fa’ spunta’ le corna,
la moje co’ l’amante drento a ‘r letto.

Le scatole de corpo je girorno,
se ‘nturcinorno tutte le budella,
mollò tre sberle ‘n faccia a sora Lella,
e a ‘r boiaccia du’ carci j’arivorno.

Botte da orbi e pe’ li dolori,
‘sti due quasi più gonfi de ‘na palla.
cercanno d’aggrappasse e rest’a ggalla,
pijano a recita’ come l’attori.

So’ mejo de ‘na compagnia teatrale:,
“Ugo ch’hai fatto?, m’hai mezz’ammazzato…”,
“a sor’ Ughe’, ma che te sei scordato?,
oggi è ‘n giorno speciale, è carnevale…” .

“ …T’avemo preparato ‘sto scherzetto,
ce sei cascato drento come ‘n pollo… “,
“ …aò, ‘n antro poco po’ me stacchi er collo,
j’hai fatto sarta’ ‘n dente a ‘sto poretto… “.

“ Visto c’aritornossi così presto,
d’annassene a balla’ nun te vie’ voglia ?,
a divertisse ‘n po’ che qua è ‘na noia,
e ‘n fonno er carnevale serve a questo…” .

Er sor’Ughetto nun risponde ‘n’ acca,
penzò drento de se: “ …o m’aruvino,
o resta tutto a tarallucci e vino…,
…e poi che faccio?, er bove co’ la vacca ? “ .

“ Mo vedi che ce mette ‘sto gran fesso,
a organizza’ ‘na spece de missione,
pe’ vendicamme più a ripetizione,
vojo da cumincia’ subbito adesso “ .

Allora se n’annò ne’ ‘r monno ‘ntero,
a puni’ l’omo co’ la donna bbona,
de carnevale no, nun te perdona,
te fa spunta’ le corna pe’ ddavero.

S’aggira mascarato sor’Ughetto,
occhio a chi co’ tu’ moje fa ‘r monello,
basta ‘n corpo de mazza o manganello,
e t’aritrovi che già sei micchetto.

Gian Franco  D’Andrea

N.B.: Micco, in romanesco significa cornuto, per cui micchetto è piccolo cornuto

Fuga di morte

TODESFUGE

Schwarze Milch der Frühe wir trinken sie abends
wir trinken sie mittags und morgens wir trinken sie nachts
wir trinken und trinken
wir schaufeln ein Grab in den Lüften da liegt man nicht eng
Ein Mann wohnt im Haus der spielt mit den Schlangen der schreibt
der schreibt wenn es dunkelt nach Deutschland dein goldenes Haar Margarete
er schreibt es und tritt vor das Haus und es blitzen die Sterne er pfeift seine Rüden herbei
er pfeift seine Juden hervor läßt schaufeln ein Grab in der Erde
er befiehlt uns spielt auf nun zum Tanz

Schwarze Milch der Frühe wir trinken dich nachts
wir trinken dich morgens und mittags wir trinken dich abends
wir trinken und trinken
Ein Mann wohnt im Haus der spielt mit den Schlangen der schreibt
der schreibt wenn es dunkelt nach Deutschland dein goldenes Haar Margarete
Dein aschenes Haar Sulamith wir schaufeln ein Grab in den Lüften da liegt man nicht eng

Er ruft stecht tiefer ins Erdreich ihr einen ihr andern singet und spielt
er greift nach dem Eisen im Gurt er schwingts seine Augen sind blau
stecht tiefer die Spaten ihr einen ihr andern spielt weiter zum Tanz auf

Schwarze Milch der Frühe wir trinken dich nachts
wir trinken dich mittags und morgens wir trinken dich abends
wir trinken und trinken
ein Mann wohnt im Haus dein goldenes Haar Margarete
dein aschenes Haar Sulamith er spielt mit den Schlangen
Er ruft spielt süßer den Tod der Tod ist ein Meister aus Deutschland
er ruft streicht dunkler die Geigen dann steigt ihr als Rauch in die Luft
dann habt ihr ein Grab in den Wolken da liegt man nicht eng

Schwarze Milch der Frühe wir trinken dich nachts
wir trinken dich mittags der Tod ist ein Meister aus Deutschland
wir trinken dich abends und morgens wir trinken und trinken
der Tod ist ein Meister aus Deutschland sein Auge ist blau
er trifft dich mit bleierner Kugel er trifft dich genau
ein Mann wohnt im Haus dein goldenes Haar Margarete
er hetzt seine Rüden auf uns er schenkt uns ein Grab in der Luft
er spielt mit den Schlangen und träumet der Tod ist ein Meister aus Deutschland

dein goldenes Haar Margarete
dein aschenes Haar Sulamith

§

Nero latte dell’alba lo beviamo la sera
lo beviamo a mezzogiorno e al mattino lo beviamo la notte beviamo e beviamo
scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
lo scrive ed esce dinanzi a casa e brillano le stelle e fischia ai suoi mastini
fischia ai suoi ebrei fa scavare una tomba nella terra
ci comanda ora suonate alla danza.

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino e a mezzogiorno ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
Nella casa abita un uomo che gioca con i serpenti che scrive
che scrive all’imbrunire in Germania i tuoi capelli d’oro Margarete
I tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una tomba nell’aria là non si giace stretti

Lui grida vangate più a fondo il terreno voi e voi cantate e suonate
impugna il ferro alla cintura lo brandisce i suoi occhi sono azzurri
spingete più a fondo le vanghe voi e voi continuate a suonare alla danza

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno e al mattino ti beviamo la sera
beviamo e beviamo
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith lui gioca con i serpenti

Lui grida suonate più dolce la morte la morte è un maestro tedesco
lui grida suonate più cupo i violini e salirete come fumo nell’aria
e avrete una tomba nelle nubi là non si giace stretti

Nero latte dell’alba ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno la morte è un maestro tedesco
ti beviamo la sera e la mattina beviamo e beviamo
la morte è un maestro tedesco il suo occhio è azzurro
ti colpisce con palla di piombo ti colpisce preciso
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
aizza i suoi mastini contro di noi ci regala una tomba nell’aria
gioca con i serpenti e sogna la morte è un maestro tedesco

i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith

PAUL CELAN

Una vita in più

Ma se a volte questa
mi pare troppa
tanta di massi
al petto e
foglie secche
in astio di solchi
arrivati in fretta
come fustigate
tanta di neve pestata
troppa d’imbrogli attorno
e mascherate
spessa
di spilli
e di nodi a palla
e la voglia
di scansarla
prende la
notte
che tutto tace e
il cuore spegne
lampade e frecce.

Ma se guardo le
costellazioni
le guardo
come l’uomo nei millenni
famigliari in miracolo
di forme
e strisce e
molecole e materia
e
mai vorrei smettere di vedere
quel piccolo mio
cielo.

Se quelle pagine stropicciate
mi son sottratte
furia divento in
furto di vita
se non vedo bambini
per un giorno mi manca l’aria
e
non chiudo la notte finestre
per non perdere un alito del vento
e
vorrei ancora certi baci che
raccontar non posso
senza i colori

e vorrei mercati
e sangue veloce in circolo
e amanti in fila
e figli che cantano
e mani prensili davvero di cieli e stelle
e tatuati
sulla pelle i sorrisi
di tutti i miei morti
e camminare camminare
per
altro dolore magari
ma che sia andare
e poi ritrovare tutte le parole
che mi sono lasciata dietro
tutte le promesse che sventolate
mi hanno
fatto vento

una vita in più
fosse anche solo per espiare
questo
troppo amore
che non ci fa fermare
e ci fa di cristallo e di roccia
di
pioggia scrosciante o goccia
donne e madri
amanti e compagne con i
fianchi esposti
a chissà quanti colpi…

Tinti Baldini e Maria Attanasio

Disegnatore di case


Ricordi ancora quelle belle volte
quand’aspettando il fine primavera
o la fanfara della festa estate,
staccavi scaglie di meriggi al giorno?
.
Salivi, con la palla ed un fratello,
per quei gradini che contavi sempre,
le rampe di riverberi e fragranze
e su quei muri si segnava un nome.
.
La vita era di mille vite insieme,
pistacchio e cioccolato a far la torta
che panna e frutta sormontavan tutta.
Poteva capitarti un pezzo grande
o il poco che giustificasse il gusto
e succedeva che in quella fetta
neanche l’ombra della bianca crema
od il color di fragola o ciliegia!
.
Ma poi, appena quella era ingoiata,
tu t’accorgevi ch’era pure buona
e, al diavolo, se per una  volta
il caso favorito non ti aveva.
.
Lasciamelo dir,  la tua terrazza
era a dir poco un po’ particolare
qual campo noi da gioco pensavamo
su un mattonato di seconda scelta
pieno di gobbe ed indecenti crepe.
.
Ma come facevate, tu e Antonello
a tirar sempre quasi rasoterra?
D’accordo, tu eri già un po’ calciatore
ma lui …. che undici anni aveva appena?
.
Quando alla fine stanco si sedeva
o per falso dolore si lagnava,
per te era segno ch’era giunta l’ora
della merenda che giù l’aspettava.
.
Te lo prendevi in braccio a spupazzarlo
e insieme guardavate il vostro mare
e quindi, giù, correndo di gran lena
a riportarlo al covo interno 6
dove qualcuna l’aspettava fiera
con nella mano pane e mortadella.
.
Tu invece lesto sopra ritornavi,
stavolta a due a due i tuoi gradini
che sempre tutti bene ricontavi
per il timor d’averne perso uno.
.
Lasciavi l’uscio d’abbaino aperto
e t’affacciavi al vento e al parapetto
dal lato di quell’ultimo tramezzo
e da gendarme perlustravi il porto.
.
Confessa, maledici quel palazzo
che alto, troppo alto, t’impediva
di buttar l’occhio pure sul naviglio
verso quel molo nell’aperto mare?
.
Chissà le quante volte t’hanno chiesto
qual è il mestier che tu vuoi far da grande?
Il pescatore o il marinaio oppur
del faro più lontan sarai guardiano?
.
Disegnator di case voglio fare
tu rispondevi e non avei dieci anni,
e, via, cucine letti sale e bagni
tracciati e ritracciati sui quaderni
per poi strapparli in mille e mille pezzi
se una misura giusta non tornava.
.
Poi nella vita tu hai fatto d’altro
così come la vita t’ha permesso
ma, per favore, se lo vuoi, mi tiri
planimetrie perfette dal cassetto,
con tutte le finestre della casa
rivolte al mare che da quel terrazzo…?

Aurelio Zucchi

Poesia vincitrice del XIV Concorso Internazionale di Poesia “Il Saggio-Città di Eboli” (Eboli 31/07/2010)
Motivazione della giuria: il poeta ripercorre il ricordo dell’estate della sua infanzia in un’atmosfera onirica ma sempre lucida, ma con frequenti richiami alla realtà dal gusto del gelato al numero civico della casa del protagonista. Percorso che porta a una riflessione sulla vita, sulla realtà di oggi e i sogni di ieri e la certezza che l’amicizia è una delle proprie costanti di tutta la vita. L’originalità del tema, un bambino che da grande vuol fare il geometra, è di per se un elemento qualificante nel contrasto fra utopia e concretezza. Il componimento è lungo ma scorrevole. Si divide in stanze di differente grandezza in cui si alternano riflessioni e sensazioni dell’autore. E’ impossibile distrarsi dal primo all’ultimo verso.

Uomini persi

Anche chi dorme in un angolo pulcioso
coperto dai giornali le mani a cuscino,
ha avuto un letto bianco da scalare
e un filo
di luce accesa dalla stanza accanto,
due piedi svelti e ballerini
a dare calci al mare
nell’ ultima estate da bambino,
piccole giostre con tanta luce
e poca gente e un giro soltanto.
Anche questi altri
strangolati da cravatte
che dentro la ventiquattrore
portano la guerra,
sono tornati
con la cartella in braccio al vento
che spazza via le foglie
del primo giorno di scuola,
raggi di sole che allungavano i colori
sugli ultimi giochi
tra i montarozzi di terra
e al davanzale di una casa
senza balconi, due dita a pistola.
Anche quei pazzi
che hanno sparato alle persone
bucandole come biglietti da annullare,
hanno pensato che i morti li coprissero
perché non prendessero freddo
e il sonno fosse lieve,
hanno guardato l’aereoplano
e poi l’ imboccano e son rimasti così
senza inghiottire e nè sputare,
su una stradina e quattro case
in una palla di vetro
che a girarla viene giù la neve.
Anche questi cristi,
caduti giù senza nome e senza croci,
son stati marinai dietro gli occhiali
storti e tristi
sulle barchette coi gusci delle noci
e dove sono i giorni di domani,
le caramelle ciucciate nelle mani
di tutti gli uomini persi dal mondo,
di tutti i cuori dispersi nel mondo.
Quelli che comprano la vita degli altri
vendendogli bustine
e la peggiore delle vite,
hanno scambiato figurine e segreti
con uno più  grande,
ma prima doveva giurare,
teste crollate nel sedile di dietro
sulle vie lunghe e clacksonanti
del ritorno dalle gite
e un po’ di febbre nei capelli
ed una maglia che non vuole passare.
E i disperati che seminano bombe
tra poveri corpi
come fossero vuoti a perdere
come se fossero pupazzi,
seduti sui calcagni han rovesciato sassi
e un mondo di formiche che scappava,
le voci aspre delle madri
che li chiamavano
sotto un quadrato di stelle,
dentro i cortili dei palazzi
e la famiglia a comprare
il cappotto nuovo
e tutti intorno a dire come gli stava.
Anche questi occhi,
fame di nascere per morir di fame,
si son passati un dito di saliva
sui ginocchi
e tutti dietro a un pallone
in uno sciame
leggeri come stracci
e dove fanno a botte,
dov’è un papà che caccia via la notte
di tutti gli uomini persi dal mondo,
di tutti i cuori dispersi nel mondo.

CLAUDIO BAGLIONI  E  ANTONIO COGGIO