Canzone d’autunno

Camminare ogni giorno, girovagare pensando,
osservare, paragonare, riflettere, incontrare gente,
parlare con loro, parlare da solo.
Entrare in un bar, uscire dal bar
bevendo da una lattina, alberi che si spogliano,
foglie ingiallite che volteggiano,
e sedersi in terra e pensare.

Una mamma, una carrozzina, un bimbo che piange,
un aquilone appeso ad un filo,
un pallone che rotola, ragazzini che si rincorrono
mentre un vecchio seduto li osserva e sorride,
due cani giocano fra loro abbaiando,
ed io continuo a pensare.

Cerco e trovo nella memoria la sua immagine,
il suo sorriso; quello sguardo gentile,
ironico e sensuale, che tanto mi manca
per vivere e sperare, per gridare e ridere
e baciare le sue labbra perdutamente.

Marcello Plavier

Cento grammi

(…anche meno…)

Cento grammi, bastano cento
grammi per fare del male.
Cento grammi di follia
nella mente dell’uomo
per spegnere un sorriso
senza morire.
Cento grammi per non diventare
più uomo di domani, esser padre,
cento grammi per non correre più
dietro a un pallone e distruggere
un povero sogno che aiuti
a crescere ignorando la guerra
per pochi istanti.
Cento grammi in un inganno
Per non poter più tendere una mano
e regalare una carezza, per non
poter impugnare un cucchiaio
Cento grammi, bastano cento grammi.
Cento grammi di odio perché
agli occhi non sia data la luce.
Bastano cento grammi di riso o
farina per sopravvivere.
Bastano cento grammi di polvere
grigia e aspra per morire su una
mina antiuomo.

Claudio Pompi

Published in: on febbraio 22, 2011 at 07:37  Comments (3)  
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E’ già Natale?


ÊL BÈLE NADÈL?

S’as conta i mîs e i dé chi en vulè
ban l’é Nadèl

s’a vdî tótti äl lûs ch’inbarbájan al vî
Indipandànza, Rizzoli, al Dåu Tårr
e l’âlbar là dnanz al Pudstè
sé, lé Nadèl

se i ûc di fangén i sbarlûsen
lé dnanz al vedrénni ed zuglén
lusént pió dal såul a meżdé,
t’at n’acôrż cl’ è Nadèl.

Mo se t’ guèrd tanti fâz furastîri
ch’i n’an da magnèr
e gnanc ónna cûerta pr’an żlèr
e murîr da par sé com un can
dåpp avair lavurè com un móll
par mandèr ai sô fiû un pèz ed pan
êl Nadèl?

Par chi żuven in vatta ai bastión
a svintlèr i strisón di dirétt
par na scôla pió gióssta, un lavurîr
e pr’avrîr äli urácc a chi sgnûr
chi fän cånt d’an sintîr
Êl  Nadèl?

Par chi ragazû adruvè
in infêren sänza speranza
che invêzi d un balån i an un bazooka
e i n’an gnanc al dirétt a onna cusïanza
êl Nadèl?
E pr i vcétt pensionè che a fén dal mais
an’i avanza al fantèsma d’un bajòc
par cumprèrs un decoder
sé, al srà Nadèl, mo i arän pôc da gôder!

§

Se si contano mesi e giorni ormai volati
ebbene è Natale

se vedete le luci che abbagliano le vie
Indipendenza, Rizzoli, le Due Torri
e l’albero davanti al Podestà
sì, è Natale
se gli occhi dei piccoli luccicano
davanti ai negozi di giochi
brillanti più del sole a mezzogiorno,
ti accorgi che è Natale.
Ma se guardi tanti visi stranieri
che non han da mangiare
senza una coperta per non gelare
e morire da solo come  un cane
dopo aver lavorato come mulo
per mandare ai figli un pezzo di pane
è Natale?
Per quei giovani sui monumenti
a sventolar gli striscioni dei diritti
per ‘na scuola più giusta, un lavoro
e per aprire le orecchie a quei signori
che fingono di non sentire
E’ Natale?
Per quei bimbi abusati
in inferni senza speranza
che al posto di un pallone hanno un bazooka
senza avere diritto a una coscienza
è Natale?
Infine per i vecchi pensionati
costretti a fine mese a rimanere
senza un soldo per comprarsi un decoder
sì, sarà Natale, ma han poco da godere!

Viviana Santandrea

Il mondo nella via

Ricordo ancora il sole di quelle estati.
Giornate lunghe senza pensieri.
La porta chiusa alle spalle senza far rumore.
Il mondo in una via chiusa da un muro era mio.
Seduto sul muretto aspettavo i compagni,
nuove avventure da vivere senza un copione.
Il mondo in una via prendeva vita, noi gliela davamo.
Che ne sapevamo del domani,
degli uomini che saremmo diventati,
di donne che ci avrebbero amati o feriti.
Il mondo era lì, la vita era lì.
Le nostre corse appresso ad un pallone sgonfio,
martire di spine di rose selvatiche,
crescevamo tra ginocchia ferite calzoni strappati.
Sotto quel sole come il grano crescevamo,
con il nostro ridere e le nostre bugie innocenti.
Il sole alto sulla via, profumo di cucina che più
d’un richiamo materno nell’ombra fresca della casa
ci riportava, stanchi e affamati.
Nel pomeriggio scendevamo come orda inarrestabile,
così ogni giorno fino a sera, per sempre e sempre non fu.
Scavalcammo al giusto tempo il muro della via,
lasciammo l’eco delle nostre voci che lentamente
per sempre si spense.

Claudio Pompi

Paese d’infanzia


E’ cambiata la strada,
ormai non si solleva
neanche più la polvere,
è cambiato il rumore
che entra dalle finestre,
incessante e straniero,
è diverso il vento
che non sussurra più dolce
ma insinua e scompiglia
parlando di cose
che di certo conosce
ormai meglio di me;
solo quelle rocce
mi ricordano, perché
troppo breve il mio passaggio
fu in questo paese,
quando correndo per le strade
dietro un pallone
ne ero il padrone
ed ora già mi sento
di lasciare ad altri
questo regno
dolce ed amaro ad un tempo
come gli anni perduti.

Gian Luca Sechi

Published in: on settembre 6, 2010 at 07:12  Comments (3)  
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Odor di primavera

Ventun marzo in Yucatan
primo dì di primavera
se ne vede anche l’odore
se ne sente anche il colore!

Dei bambini in piazza a Muna
stan giocando col pallone
fra le donne assai più d’una
vèston di color cotone.

Al mercato a far commerci
per sbarcare il rio lunario
stanno umani grassi o guerci
mentre scorre il calendario.

Sandro Sermenghi

Uomini persi

Anche chi dorme in un angolo pulcioso
coperto dai giornali le mani a cuscino,
ha avuto un letto bianco da scalare
e un filo
di luce accesa dalla stanza accanto,
due piedi svelti e ballerini
a dare calci al mare
nell’ ultima estate da bambino,
piccole giostre con tanta luce
e poca gente e un giro soltanto.
Anche questi altri
strangolati da cravatte
che dentro la ventiquattrore
portano la guerra,
sono tornati
con la cartella in braccio al vento
che spazza via le foglie
del primo giorno di scuola,
raggi di sole che allungavano i colori
sugli ultimi giochi
tra i montarozzi di terra
e al davanzale di una casa
senza balconi, due dita a pistola.
Anche quei pazzi
che hanno sparato alle persone
bucandole come biglietti da annullare,
hanno pensato che i morti li coprissero
perché non prendessero freddo
e il sonno fosse lieve,
hanno guardato l’aereoplano
e poi l’ imboccano e son rimasti così
senza inghiottire e nè sputare,
su una stradina e quattro case
in una palla di vetro
che a girarla viene giù la neve.
Anche questi cristi,
caduti giù senza nome e senza croci,
son stati marinai dietro gli occhiali
storti e tristi
sulle barchette coi gusci delle noci
e dove sono i giorni di domani,
le caramelle ciucciate nelle mani
di tutti gli uomini persi dal mondo,
di tutti i cuori dispersi nel mondo.
Quelli che comprano la vita degli altri
vendendogli bustine
e la peggiore delle vite,
hanno scambiato figurine e segreti
con uno più  grande,
ma prima doveva giurare,
teste crollate nel sedile di dietro
sulle vie lunghe e clacksonanti
del ritorno dalle gite
e un po’ di febbre nei capelli
ed una maglia che non vuole passare.
E i disperati che seminano bombe
tra poveri corpi
come fossero vuoti a perdere
come se fossero pupazzi,
seduti sui calcagni han rovesciato sassi
e un mondo di formiche che scappava,
le voci aspre delle madri
che li chiamavano
sotto un quadrato di stelle,
dentro i cortili dei palazzi
e la famiglia a comprare
il cappotto nuovo
e tutti intorno a dire come gli stava.
Anche questi occhi,
fame di nascere per morir di fame,
si son passati un dito di saliva
sui ginocchi
e tutti dietro a un pallone
in uno sciame
leggeri come stracci
e dove fanno a botte,
dov’è un papà che caccia via la notte
di tutti gli uomini persi dal mondo,
di tutti i cuori dispersi nel mondo.

CLAUDIO BAGLIONI  E  ANTONIO COGGIO


Mattino d’autunno

Montagne di ghiaccio
Erba punteggiata di diamanti
Cielo argentato
Coi riflessi d’oro
Passaggio furtivo di uccelli
Tetti muscosi coperti di rugiada
Alberi vestiti d’autunno
Riflessi argentati di tetti di stagno
Sole come una perla d’oro
Splendore dell’aria
Ragazzi giocano a pallone,
Il mondo possiede tante meraviglie
Da vedere e ascoltare.

CARLO LEVI

Ritorno a casa


Smarrita la voce nel silenzio
mi ritrovo percettivamente flessibile.
Ovattato mormorio del cuore,
straordinariamente quieto.
Si misurano gli occhi nell’oscurità,
percepiscono un pianeta immaginario,
magicamente vergine.
Si sgretola il muro dell’odio di Gerusalemme
nessuna frontiera resiste
solo barriere coralline incontaminate,
ricche di prezioso plancton.
Si annullano inutili distanze
si vanifica l’ignoranza
rifiorisce la foresta amazzonica
e torna lucente la calotta
a scaldar le membra di speranza.
Bambini, teneri arboscelli
crescono alti nel giardino dell’innocenza;
del passato ricordo sfumato,
triste sudore in palloni cuciti
di misera vergogna.
Ritorniamo senza indugi a casa
avrà senso l’amaro esilio.
Ritorniamo a grondar acqua,
acqua di immacolato amore,
acqua di magnifica sapienza.

Roberta Bagnoli

Felicità raggiunta

Felicità raggiunta, si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.

Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto di un bambino
a cui fugge il pallone tra le case.

EUGENIO MONTALE

Published in: on febbraio 5, 2010 at 07:16  Comments (3)  
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