Rime del cuore morto

 

 

O piccolo cuor mio, tu fosti immenso

come il cuore di Cristo, ora sei morto;

t’accoglie non so più qual triste orto

odorato di mammole e d’incenso.

Uomini, io venni al mondo per amare

e tutti ho amato! Ho pianto tutti i pianti

vostri e ho cantato tutti i vostri canti!

Io fui lo specchio immenso come il mare.

Ma l’amor onde il cuor morto si gela,

fu vano e ignoto sempre, ignoto e vano!

Come un’antenna fu il mio cuore umano,

antenna che non seppe mai la vela.

Fu come un sole immenso, senza cielo

e senza terra e senza mare, acceso

solo per sé, solo per sé sospeso

nello spazio. Bruciava e parve gelo.

Fu come una pupilla aperta e pure

velata da una palpebra latente;

fu come un’ostia enorme, incandescente,

alta nei cieli fra due dita pure,

ostia che si spezzò prima d’avere

tocche le labbra del sacrificante,

ostia le cui piccole parti infrante

non trovarono un cuore ove giacere.

SERGIO CORAZZINI

Ti ho perso

Ti ho perso per ben due volte e questo è tutto quel che so.
non sono come tanti, non voglio, né cerco un’alternativa diversa,
affinché sembri meno assurda o ingiusta la tua scomparsa.
il vuoto che in me è senza misura.
potrei pensare che la tua essenza continui ad esistere
sotto forma di una stella, magari.
per intere notti, starei a guardare il cielo, se così fosse,
cercando di immaginare quale, tra la più splendenti, tu sia.
potrei pensare che tu sia diventato un angelo e che da lassù
mi guardi e proteggi. che la tua casa sia un giardino di rose
dai profumi che da sempre in te abitano, che non si senta altro
rumore che il fruscio di un un arcobaleno di petali
che lo sgorgare dell’acqua dalla fonte…
potrei, ma questo non accadrà.
in questo non/dolore, non/vita ho disimparato in fretta a mentirmi.
benché tenti ad ingannarmi lo squillo del tuo telefono ogni qualvolta
che ti chiamo, di certo non sarà la tua voce a rispondermi.
se metterò piede, in quel che era la mia casa, mia non perché
li nacqui e crebbi, ma perché spesso fui per te un figlio con fierezza.
a dispetto, poi dei trent’anni che pesano sulla bilancia
fui la tua eterna bambina, con ammirazione profonda, con una tale gratitudine
che baciarti le mani di continuo non mi bastò mai.
se tornavo,
tornare è un verbo che non so svolgere che in passato,
come tanti altri d’altronde, li in mezzo alle tue rose e i ligustri,
non saranno le tue braccia ad accogliermi,
pur essendo anche loro tuoi figli, poesie dalle tue mani scritte,
fratelli miei e sorelle.
” il mio cuore era troppo piccolo ” mi convince l’unico occhio che è
senza palpebra e in me sentenzia come il peggior giudice.
” ti amavo tanto ” in mia difesa sussurrano un tremolio di foglie cadenti.
vano tentativo, come quello di disseppellire il mio cuore, sperando
che avrei potuto amare quel che tu amavi
ma non si sente che il ronzio fastidioso di una sveglia
che non sa mai zittirsi. intrappolata sta nel mio torace e avvia
per quanto assurdo sembri
l’ingranaggio arrugginito che ormai è diventato il mio corpo

Anileda Xeka

Avventura e fortuna

BONNE FORTUNE ET FORTUNE

Moi, je fais mon trottoir, quand la nature est belle,

Pour la passante qui, d’un petit air vainqueur,

Voudra bien crocheter, du bout de son ombrelle,

Un clin de ma prunelle ou la peau de mon cœur…

Et je me crois content — pas trop ! — mais il faut vivre :

Pour promener un peu sa faim, le gueux s’enivre….

Un beau jour — quel métier ! — je faisais, comme ça,

Ma croisière. — Métier !… — Enfin, Elle passa

— Elle qui ? — La Passante ! Elle, avec son ombrelle !

Vrai valet de bourreau, je la frôlai… — mais Elle

Me regarda tout bas, souriant en dessous,

Et… me tendit sa main, et…

m’a donné deux sous.

§

Quando è bel tempo, batto i marciapiedi
per la passante dall’aria di vittoria
che scardineraà con una punta d’ombrello
la palpebra dei miei occhi o la scorza del mio cuore.

Contento (ma non troppo) mi dico: questo e’ vivere:
a spasso con i crampi, il barbone si ubriaca.

Un bel giorno (che mestiere!) faccio al solito il mio giro.
Beh, mestiere…E alla fine, passa lei.
Lei chi? Ma la passante! Col suo ombrello!
Come un ladro in chiesa la sfioro…e lei
mi guarda un po’, sorridendo benevola,
mi tende la mano
e sgancia due soldi.

TRISTAN CORBIÈRE

Maggio

MAYO

Mira, ha entrado mayo,

Ha extendido su párpado azul sobre el puerto.

Ven, hace tiempo que no sé de ti,

Se te ve tembloroso, como esos gatitos que ahogamos siendo niños.

Ven, y hablaremos de las cosas de siempre,

Del valor de ser amable,

De la necesidad de arreglárselas con las dudas,

De cómo llenar los huecos que tenemos dentro.

Ven, siente en tu rostro la mañana,

Cuando estamos tristes, todo nos parece oscuro;

Cuando estamos fuertes, el mundo se desmigaja.

Cada uno de nosotros guarda algo desconocido de las vidas ajenas,

Sea un secreto, un error o un gesto.

Ven y pondremos verdes a los vencedores,

Saltaremos desde el puente riéndonos de nosotros mismos.

Contemplaremos en silencio las grúas del puerto,

Porque estar juntos en silencio es

La mejor prueba de la amistad.

Vente conmigo, quiero cambiar de país,

Dejar este cuerpo mío a un lado

Y meterme contigo en una concha,

Con nuestra pequeñez, como los bígaros.

Ven, te espero,

Continuaremos la historia interrumpida hace un año,

Como si no tuvieran un círculo más

los abedules blancos de la rivera.

§

Guarda. Maggio è arrivato.

Ha steso la palpebra azzurra sopra il porto.
Vieni, da tempo non so più di te,

Se vai tremando, come quei micetti che affogammo da bambini.
Vieni, e parleremo delle cose di sempre,
Di quanto valga l’essere amabili,

Del bisogno di  regolarsi con i dubbi,

Di come riempire i buchi che teniamo dentro.
Vieni, senti il mattino sul tuo viso,
Quando siamo tristi, tutto sembra oscuro;

Quando siamo forti, il mondo si sgretola.
Ciascuno di noi salvaguarda un chè di ignoto delle altrui vite

Sia esso un segreto, un errore, un gesto.

Vieni e umilieremo i vincitori,

Salteremo dal ponte ridendo di noi stessi.
Guarderemo in silenzio le gru del porto,
Perchè stare uniti in silenzio

E’ la miglior prova di amicizia.
Vieni con me, voglio cambiare paese,
Lasciare questo mio corpo da una parte
E mettermi in una conchiglia con te.

Con la nostra piccolezza, come le lumache.

Vieni, ti aspetto.

Continueremo la storia interrotta un anno fa,
Come se non avessero un anello in più

Le bianche betulle della riva

KIRMEN URIBE

Buona notte

Ho un’ultima cosa da dirti
prima che la parola
si chiuda a palpebra sull’occhio
prima che la notte
ti scivoli nel letto come amante
di poca cosa
e il risveglio ti trovi spoglio
del mio abbraccio.

Avevo una cosa da dirti
senza dirtelo.
Le luci si spengono attorno
e nel cuore s’accendono
i tuoi occhi.

Buona notte amor mio!

Anileda Xeka

Published in: on marzo 2, 2010 at 07:07  Comments (6)  
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