M’è cara solitudine

M’è cara, solitudine, soltanto dopo amore;
come m’è caro il verde dell’acqua
e l’ogni vista, sul marmo delle belle fontane
dove china
mettevi bocca e gonna scozzese.
E me, vicino, nel tentativo poco riuscito di salvare
almeno i piedi dalle freddate
dai ricami, che intorno al labbro e fino ai tuoi nei
ti usava il sole.
M’è cara come certe conchiglie da non dire
quell’utopia che in mezzo alle gambe
altro che mare!
E che mostrare corpo regina!
Da un balcone, un parapetto
o altre prospettiche teatrali.
M’è cara come tua consistenza, come il melo
che l’ombra catapulta sopra la rete e il prato;
m’è cara come prima del sonno la tua vena
la pulsazione e il pari respiro,
la tua coscia
e l’ombelico che non sta zitto, neanche a notte.

Massimo Botturi

Bocca

Piccole labbra
lumi del viso e degli occhi!
vi prego
scorrete o baci
dalla bocca che irradia
fate il dondolo
allo smak dinamico
un respiro elettrico vi comprende

povera piccola apertura
talvolta sbandi
bocca sfinita
doppia rosata ferita
strappata agli angoli!
salivazione azzerata si lancia
dal parapetto del cuore
parole non deglutite
dal nodo.

Aurelia Tieghi

Published in: on febbraio 14, 2011 at 07:00  Comments (5)  
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Disegnatore di case


Ricordi ancora quelle belle volte
quand’aspettando il fine primavera
o la fanfara della festa estate,
staccavi scaglie di meriggi al giorno?
.
Salivi, con la palla ed un fratello,
per quei gradini che contavi sempre,
le rampe di riverberi e fragranze
e su quei muri si segnava un nome.
.
La vita era di mille vite insieme,
pistacchio e cioccolato a far la torta
che panna e frutta sormontavan tutta.
Poteva capitarti un pezzo grande
o il poco che giustificasse il gusto
e succedeva che in quella fetta
neanche l’ombra della bianca crema
od il color di fragola o ciliegia!
.
Ma poi, appena quella era ingoiata,
tu t’accorgevi ch’era pure buona
e, al diavolo, se per una  volta
il caso favorito non ti aveva.
.
Lasciamelo dir,  la tua terrazza
era a dir poco un po’ particolare
qual campo noi da gioco pensavamo
su un mattonato di seconda scelta
pieno di gobbe ed indecenti crepe.
.
Ma come facevate, tu e Antonello
a tirar sempre quasi rasoterra?
D’accordo, tu eri già un po’ calciatore
ma lui …. che undici anni aveva appena?
.
Quando alla fine stanco si sedeva
o per falso dolore si lagnava,
per te era segno ch’era giunta l’ora
della merenda che giù l’aspettava.
.
Te lo prendevi in braccio a spupazzarlo
e insieme guardavate il vostro mare
e quindi, giù, correndo di gran lena
a riportarlo al covo interno 6
dove qualcuna l’aspettava fiera
con nella mano pane e mortadella.
.
Tu invece lesto sopra ritornavi,
stavolta a due a due i tuoi gradini
che sempre tutti bene ricontavi
per il timor d’averne perso uno.
.
Lasciavi l’uscio d’abbaino aperto
e t’affacciavi al vento e al parapetto
dal lato di quell’ultimo tramezzo
e da gendarme perlustravi il porto.
.
Confessa, maledici quel palazzo
che alto, troppo alto, t’impediva
di buttar l’occhio pure sul naviglio
verso quel molo nell’aperto mare?
.
Chissà le quante volte t’hanno chiesto
qual è il mestier che tu vuoi far da grande?
Il pescatore o il marinaio oppur
del faro più lontan sarai guardiano?
.
Disegnator di case voglio fare
tu rispondevi e non avei dieci anni,
e, via, cucine letti sale e bagni
tracciati e ritracciati sui quaderni
per poi strapparli in mille e mille pezzi
se una misura giusta non tornava.
.
Poi nella vita tu hai fatto d’altro
così come la vita t’ha permesso
ma, per favore, se lo vuoi, mi tiri
planimetrie perfette dal cassetto,
con tutte le finestre della casa
rivolte al mare che da quel terrazzo…?

Aurelio Zucchi

Poesia vincitrice del XIV Concorso Internazionale di Poesia “Il Saggio-Città di Eboli” (Eboli 31/07/2010)
Motivazione della giuria: il poeta ripercorre il ricordo dell’estate della sua infanzia in un’atmosfera onirica ma sempre lucida, ma con frequenti richiami alla realtà dal gusto del gelato al numero civico della casa del protagonista. Percorso che porta a una riflessione sulla vita, sulla realtà di oggi e i sogni di ieri e la certezza che l’amicizia è una delle proprie costanti di tutta la vita. L’originalità del tema, un bambino che da grande vuol fare il geometra, è di per se un elemento qualificante nel contrasto fra utopia e concretezza. Il componimento è lungo ma scorrevole. Si divide in stanze di differente grandezza in cui si alternano riflessioni e sensazioni dell’autore. E’ impossibile distrarsi dal primo all’ultimo verso.