Il canto delle officine

Era autunno
le foglie morte ci avevano avvisato
assieme alla lettera di licenziamento,
quel giorno di settembre
avevamo occupato la fabbrica
e gli operai preparavano la notte,
i turni alle vetrate,
ma io e te non dormivamo,
guardavamo le stelle
sognare la luna
sopra il capannone,
e abbiam fatto l’amore
dietro le macchine del reparto,
i tuoi baci sapevano di officina,
le tue mani di grasso e fatica
mi accarezzavano il viso,
una rabbia viveva
sotto la nostra pelle.
Avevi il discorso piegato
nel taschino della tuta
per i tuoi compagni
e il foglio sapeva di libertà,
avevi messo parole di coraggio
come il poeta di Parral
quando grida il suo amore
per le strade di Santiago,
un madrigale azzurro
per le nostre lamiere di cielo.
Fuori un cancello, legate le bandiere
e la nostra vita da inventare
con queste braccia vuote,
sudate di nessun futuro
che non hanno più voglia
di dar niente al padrone,
ché lui si è reso Pilato
e non sa di me e di te
che abbiam figli da tirare grandi
e una mezza casa a riparare
i nostri vecchi inverni
che devono arrivare.

barche di carta