La stazione

Il mio arrivo nella città di N.
è avvenuto puntualmente.

Eri stato avvertito
con una lettera non spedita.

Hai fatto in tempo a non venire
all’ora prevista.

Il treno è arrivato sul terzo binario.
E’ scesa molta gente.

L’assenza della mia persona
si avviava verso l’uscita tra la folla.

Alcune donne mi hanno sostituito
frettolosamente
in quella fretta.

A una è corso incontro
qualcuno che non conoscevo,
ma lei lo ha riconosciuto
immediatamente.

Si sono scambiati
un bacio non nostro,
intanto si è perduta
una valigia non mia.

La stazione della città di N.
ha superato bene la prova
di esistenza oggettiva.

L’insieme restava al suo posto.
I particolari si muovevano
sui binari designati.

E’ avvenuto perfino
l’incontro fissato.

Fuori dalla portata
della nostra presenza.

Nel paradiso perduto
della probabilità.

Altrove.
Altrove.
Come risuonano queste piccole parole.

 

WISŁAWA SZYMBORSKA         (1923-2012)

Abbracciami

Eccomi, sono tornato finalmente, per sempre,
per non tornare più indietro.
Il mio viaggio è stato lungo e faticoso
ma nel cammino non ti ho dimenticato.
Ho portato sulle spalle il peso del tuo coraggio,
quello che io non ho mai capito;
quello che forse non ho mai avuto.
E più deboli si facevano le mie spalle,
più pesante diventava quel fardello.
Ti ho sentito sempre vicino, nella mente
ho sempre portato il ricordo della tua mano,
calda e forte, come te.
Ho dimenticato tante cose nella mia vita,
la tua mano mai.
E più passava il tempo, più debole diventavo
più in me si rafforzava il tuo ricordo,
tanti particolari che come tessere di un mosaico
ricomponevano la tua figura.
Più passava il tempo più ti sentivo vicino
come se mi stessi venendo incontro per
sorreggermi negli ultimi dolorosi passi.
– Forza, ce la fai!- pareva di sentire.
Eccomi papà, ce l’ho fatta, abbracciami
con la forza del tuo perdono.
Loro capiranno un giorno e non dovranno
portare un grande peso ma solo un vuoto
in angolo del cuore .

Claudio Pompi

La leva calcistica della classe ’68

Sole sul tetto dei palazzi in costruzione,
sole che batte sul campo di pallone e terra
e polvere che tira vento e poi magari piove.
Nino cammina che sembra un uomo,
con le scarpette di gomma dura,
dodici anni e il cuore pieno di paura.
Ma Nino non aver paura a sbagliare un calcio di rigore,
non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore,
un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia.
E chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai di giocatori
che non hanno vinto mai
ed hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro
e adesso ridono dentro a un bar,
e sono innamorati da dieci anni
con una donna che non hanno amato mai.
Chissà quanti ne hai veduti, chissà quanti ne vedrai.
Nino capì fin dal primo momento,
l’allenatore sembrava contento
e allora mise il cuore dentro alle scarpe
e corse più veloce del vento.
Prese un pallone che sembrava stregato,
accanto al piede rimaneva incollato,
entrò nell’area, tirò senza guardare
ed il portiere lo fece passare.
Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore,
non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore,
un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia.
Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette,
quest’ altro anno giocherà con la maglia numero sette.

FRANCESCO DE GREGORI