L’albero della vita

C’è un coro che si leva da terra, io lo sento.
È un principiante ognuno che muore
va educato
va allineato al canto dei grilli
insieme al fuoco, al bozzolo che compie il suo meglio
al ramo nudo.
C’è un coro di stoviglie ordinate, prima straccio
poi sole a scolatura, due dita d’aria appena;
sulla credenza il pane
da conservare come il ricordo dei fratelli
di quelli nati appena per respirare un giorno,
per quelli andati in Francia a svestire le miniere.
C’è un coro che riempie le stanze, io lo sento.
Fa instupidire ogni lenzuolo sotto il ferro
è il raschio del pitale sul pavimento crudo.
C’è un coro di stenelle nella bottiglia d’acqua
nel fondo mezzo asciutto di un pozzo
quando è notte, ed ogni bocca è aperta per misurare l’aria
per scrivere spartiti sui fili del bucato
sulle ringhiere, e i molli disegni del pigiama.
C’è un coro che perdona il dolore agli orologi
la malattia del sonno e dei desideri buoni,
in fondo cose semplici: arance, dei confetti
le scarpe nuove lucide e secche.
Si, c’è un coro.

Massimo Botturi

While my Guitar gently weeps

I look at you all see the love there that’s sleeping
While my guitar gently weeps
I look at the floor and I see it needs sweeping
Still my guitar gently weeps

I don’t know why nobody told you
How to unfold your love
I don’t know how someone controlled you
They bought and sold you

I look at the world and I notice it’s turning
While my guitar gently weeps
With every mistake we must surely be learning
Still my guitar gently weeps

Well…

I don’t know how you were diverted
You were perverted too
I don’t know how you were inverted
No one alerted you

I look at you all see the love there that’s sleeping
While my guitar gently weeps
Look at you all
Still my guitar gently weeps

§

MENTRE LA MIA CHITARRA PIANGE DOLCEMENTE

Vi guardo tutti, vedo l’amore là che dorme

Mentre la mia chitarra piange dolcemente

Guardo il pavimento e vedo che è da pulire

Ancora la mia chitarra piange dolcemente

Non so perchè

Nessuno vi ha detto

Come rivelare il vostro amore

Non so come

Qualcuno vi ha tenuto sotto controllo

Vi hanno comprato e venduto

Guardo il mondo e mi accorgo che gira

Mentre la mia chitarra piange dolcemente

Con ogni errore da cui forse dobbiamo imparare

Ancora la mia chitarra piange dolcemente

Non so come

Siate stati sviati

Siete stati anche corrotti

Non so come

Siate stati capovolti

Nessuno vi ha messo in guardia

Vi guardo tutti, vedo l’amore là che dorme

Mentre la mia chitarra piange dolcemente

Vi guardo tutti

Ancora la mia chitarra piange dolcemente

GEORGE HARRISON

Published in: on novembre 14, 2011 at 07:34  Comments (2)  
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Quando le mie dita suonavano un invisibile pianoforte

talvolta mi abbandona la forza
e la disperazione prende il sopravvento
sovrapponendosi a tutte le voci, a tutti i suoni.

allora mi chiudo schiudendomi in un vecchio sogno
attraversato da un fiume e tanti alberi
e c’è un’orchestra che mi affretto
di raggiungere
prima che diventino eco le quattro note
della quinta e mi trovi impreparata
           ” il destino che bussa alla porta”

la mia anima si smuove e lacrima cieli
grati e infiniti
sugli spartiti sparpagliati come semi incerti
mentre ancora in volo non sanno che cadendo
sul pavimento del mondo tracceranno il suo
destino

e c’è un fiero principio di Eroica
un coro maestoso che sublima la gioia
sul finire

applaudiscono con margherite i prati
il cielo con cicogne e bianche colombe

io tremo come il fazzoletto che sventolo
per poi lanciarlo come un aquilone nel cielo
e li da qualche parte sta e ovunque Beethoven
che scalza mi trova di parole la sua grandezza

” Amici non questi toni!

Un canto più grato leviamo al cielo
                  di Gioia
                            di Gioia!”

e la mia mano sul foglio sapeva d’urgenza e aveva
la sete rara che spegnendola di più t’infiamma
perché infinita è l’acqua che scorre dalla fonte
della Vita.

io vivo qui, rido di follia, accartocciata
su qualche scritto
o distesa sull’erba sono il libro che il vento
sfoglia.

io che non avrei saputo d’essere se non fosse stato
per quelle minuscole lettere voltate spesso
a sinistra o le i a mezza/luna con sopra
un cielo/in(n)o/in(n)o

e mi canta dentro l’inno della Gioia

e scrivo, scrivo
non perché continui a vivere tra le mie parole
ma perché scrivere mi da certezza.
la certezza di aver vissuto.

quando le mie dita suonavano un’invisibile pianoforte
ed era un concerto di equilibri, la pace.

Anileda Xeka

Caramelle

Che un giorno debba spegnere la luce di moneta
l’ho messo in conto, amore.
Ma tu non farlo prima
che per la strada ho tanta vergogna
a stare solo
e cento metri fanno un deserto a non saperli.
Ti dico queste cose perché mi duole il corpo
e la fatica spesso tormenta schiena e fianchi.
Così vado pensando se, chino al pavimento
la forza di salirmi poi viene meno
è un fatto: che agilità si vada perduta.
Tu di meno.
A te ti perdo quando sei in Francia
e io su un treno;
quando parliamo solo a rimproveri
e ricordi. Di liste della spesa o di altre scuse buone
per non mangiarci in bocca come due caramelle
perduta la camicia di zucchero
mio amore.

Massimo Botturi

Via Fratelli Bandiera


Ritorna, certe notti di nuvole basalto
la nenia della pendola.
Traversa il pavimento di sassi pesti
il sonno, turbato di quei vecchi
che deboli s’inchinano a fornelli d’occasione
per far bollire acqua e limoni
scaccia amaro; degli anni forse
o delle suzioni a troppa luce
le volte che per campi son stati
e sopra aerei
a fare dei birilli le case, e fuoco il cielo.
Rivolgo allora orecchio alle cose là vissute:
al cigolio di porte mai chiuse per davvero
al senso della neve che respiravo, pieno
tornando dalla scuola leggero di un golfino
le calze con l’elastico
rotto
il cuore puro.

Massimo Botturi