Polvere di sogni

Verso qual luogo
l’inganno della mente
mi muove strade
tracciando linee rette
in corridoi senza
luce e fine
dei passi miei
ascolto il tuono

accatastate notti
come ombre spoglie
dalle mie vesti
allora scuoto
polvere d’illusione
come fosse fuoco

gettando il tempo
dove il vento smosso
lo si può ascoltare
senza prestar poi l’attenzione
della dignità mi spoglio
lasciando in pegno i miei deliri
che più non voglio

ma al mercante dei tuoi sogni
in cambio prima di
svegliarmi che io chieda

un po’ del tuo profumo
dal tuo cuscino piume
e il tuo sorriso veda

Pierluigi Ciolini

Vedi come si erge candido

Vides ut alta stet nive candidum

Soracte, nec iam sustineant onus

silvae laborantes, geluque

flumina constiterint acuto?

Dissolve frigus ligna super foco

large reponens atque benignius

deprome quadrimum Sabina,

o Thaliarche, merum diota.

Permitte divis cetera, qui simul

stravere ventos aequore feruido

deproeliantis, nec cupressi

nec veteres agitantur orni.

Quid sit futurum cras fuge quaerere et

quem Fors dierum cumque dabit lucro

appone, nec dulcis amores

sperne puer neque tu choreas,

donec virenti canities abest

morosa. Nunc et Campus et areae

lenesque sub noctem susurri

composita repetantur hora,

nunc et latentis proditor intimo

gratus puellae risus ab angulo

pignusque dereptum lacertis

aut digito male pertinaci.

§

Vedi come si erge candido
d’ alta neve il Soratte! I boschi al peso
non reggono, fiaccati, e per l’acuto
gelo si sono rappresi i fiumi.

Dìssipa il freddo deponendo legna
sul focolare, in abbondanza, e mesci
da un’anfora sabina a doppia ansa,
o Taliarco, vino di quattr’anni!

Lascia il resto agli dei, che appena placano
i venti in lotta sulla ribollente
distesa, non più ondeggiano i cipressi
né con essi agitati i vetusti orni.

Cosa accadrà domani, tu non chiedere.
Se un altro giorno ti darà la Sorte,
ascrivilo a guadagno e non spregiare,
ora che sei giovane, le danze e i dolci amori,

mentre è lontano dal tuo verde il tedio
della vecchiaia. Adesso il Campo
e le piazze, ora prima che annotti
si ripeta il lieve sussurro dei convegni,

ora il gradito riso che ti svela
da un angolo segreto ove si celi
la tua fanciulla, e il pegno strappato
dal polso o dal dito che resiste appena.

QUINTO ORAZIO FLACCO  (Odi  I,9)

Questo mondo

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Questo mondo da conquistare
lo misura il passo lento delle donne,
orme di fatica che recintano il domani.
Questo mondo da scoprire
lo vedi attraverso i loro sguardi,
occhi di dignità, lacrime di nascosti deserti.
Tutto questo mondo da amare,
scavato di orgoglio e dolore
gridato al vento dei secoli,
lasciato ai figli in pegno
frutto del ventre e della speranza,
pianta da crescere, bimbo da cullare,
questo mondo violato e tradito,
rifiorito quando era sterile,
riconsacrato quando era maledetto,
risanato quando era sordido e marcio,
questo mondo lo devi al gesto antico
di chi porta un fardello di offese
e in cambio dona il silenzio
e un grembo di germogli.
Il mondo dell’uomo è un duro cuore
che si cela dietro chiusi portoni,
e la sola chiave è una mano di donna.

Massimo Reggiani

Mille e una notte

C’era una volta …

No no lo ammetto
avevo rotto gli occhiali
e giocavo a moscacieca

Si io che sbriciolavo il cuore
per disegnare sull’asfalto
il sorriso alla malinconia

Io che non vedevo la fine
e allungavo le mani
in cerca dello specchio magico
di quei pochi e inutili nascondigli
– non ero più solo –

Camminavo in compagnia
di un Pierrot e una Zingara

Lui muta faccina provata
da una lacrima di vento
sembrava in una fiaba beffarda
in cui ti muovi a fatica
alla ricerca perenne de
“alla fine vissero
tutti felici e contenti

Lei in cerca della corte dei miracoli
con un lampo vermiglio fra i capelli
e una luce negli occhi
scuotendo la testa
sussurrava due volte
a l’eco delle mie emozioni

è solo un incantesimo
è solo un incantesimo

a lume di candela
su di una strada che non scegli
ma vuoi arrivare in fondo
mi volle fare le carte

forse tarocchi

ma con due sole carte
tra il Giudizio e l’Appeso
avevo la scusa per fermarmi
al mercato delle pulci

inseguito da una farfalla
che non a caso sbatteva le ali
in cerca di primavera

tra saltimbanchi e Mangiafuoco
barattai il mio pastrano
per uno zecchino d’oro
– e così pagai pegno per le mie bugie –

certo era un pastrano vecchio
aveva le tasche un po’ bucate

ma dalle luci della notte

era di lana
spinosa e grezza
comprata qua e là
in anni difficili da filare
ma pur sempre buoni
per scaldare la solitudine

mentre lo toglievo
le comparse si fermarono
ed io recitando con gli occhi
al culmine di una scena
già vista nel mio teatrino

inciampavo ancora
nelle stringhe
sciolte del cuore

e ridevano di me

io che burattino senza più fili
avrei solo voluto stare in equilibrio
nell’immenso di un’altra notte
cercando la Fata Turchina

o piuttosto che niente

a seminare margherite
sull’ultima stella a destra
insieme alla Donna cannone

Pierluigi Ciolini

Incontro mancato

Incontriamoci
un giorno di Marzo
un diciotto qualunque
dell’ora ferma
o sul marmo scolpito
alla sinistra d’un portone.

Ti porterò un cielo, in dono,
un canto, stanchi d’ali
o un esule sogno
come pegno,
un cerchio di topazio
da legare all’anulare
o come talismano
appendere al collo.

O magari, una stanza di vetro,
una finestra d’occhio
che dà sul giardino segreto
dei girasoli
che origliano tra le fessure
degli attimi
l’attesa d’un bacio
-quale profumo indosserà?-

Incontriamoci
un giorno di Marzo
un diciotto qualunque.

Anileda Xeka