Che fantastica storia è la vita

Mi chiamo Antonio e faccio il cantautore,
e mio padre e mia madre mi volevano dottore,
ho sfidato il destino per la prima canzone,
ho lasciato gli amici, ho perduto l’amore.
E quando penso che sia finita,
è proprio allora che comincia la salita.

Che fantastica storia è la vita.

Mi chiamo Laura e sono laureata,
dopo mille concorsi faccio l’impiegata,
e mio padre e mia madre, una sola pensione,
fanno crescere Luca, il mio unico amore.
A volte penso che sia finita,
ma è proprio allora che comincia la salita.

Che fantastica storia è la vita.
Che fantastica storia è la vita.
E quando pensi che sia finita,
è proprio allora che comincia la salita.
Che fantastica storia è la vita.

Mi chiamano Gesù e faccio il pescatore,
e del mare e del pesce sento ancora l’odore,
di mio Padre e mia Madre, su questa Croce,
nelle notti d’estate, sento ancora la voce.
E quando penso che sia finita,
è proprio allora che comincia la salita.

Che fantastica storia è la vita.
Che fantastica storia è la vita.

Mi chiamo Aicha, come una canzone,
sono la quarta di tremila persone,
su questo scoglio di buona speranza,
scelgo la vita, l’unica salva.
E quando penso che sia finita,
è proprio adesso che comincia la salita.

Che fantastica storia è la vita.
Che fantastica storia è la vita

ANTONELLO VENDITTI

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Caro papà i limoni

 
Caro papà i limoni
non fanno più la schiuma
quando li metto nel tè
e ci metto lo zucchero
come facevi te tutte le mattine
per noi che ci alzavamo dopo
.
non so dove sei te com’è
qua han cambiato tutto
.
il grano non fa più la semente
perché bisogna andare a comperarla
mica puoi lasciar fare alla natura
bisogna pagarla c’è il commercio di tutto
ma questo già lo sapevi da quando
piangevi per i camion di arance
rovesciati in discarica il raccolto distrutto
“con tutta la gente che muore
di fame” dicevi “in psevan brisa
derla a laur invezi ed cazerla vì!”
.
caro papà la Marisina dove lavora c’era crisi
per fortuna una ditta del nord ha comprato tutto
così lei lavora ancora
caro papà la Marisina è stanca lavora doppio
e la pensione l’han spostata chissà a quando
io aspetto tutti i giorni se mi chiamano
a scuola non ho più l’incarico tutto l’anno
la mamma sta bene lo sai credo che la vedi
anche i gemelli tutto bene
e ci vogliamo tutti in fondo sempre bene
.
caro papà dove sei tu com’è? C’è il Paradiso?
un mondo migliore almeno là!
Buon Natale papà!

azzurrabianca

LA COSA PIU’ INGIUSTA

La cosa più ingiusta della vita è il modo in cui finisce. Voglio dire, la vita è dura e impiega la maggior parte del nostro tempo… Cosa ottieni alla fine? La morte. Che significa? Che cos’è la morte? Una specie di bonus per aver vissuto? Credo che il ciclo vitale dovrebbe essere del tutto rovesciato. Bisognerebbe iniziare morendo, cosi ci si leva subito il pensiero. Poi in uno ospizio dal quale si viene buttati fuori perchè troppo giovani. Ti danno una gratifica e quindi cominci a lavorare a quarant’anni fino a che sarai sufficientemente giovane per goderti la pensione. Seguono, feste, alcool, erba ed il liceo. Finalmente cominciano le elementari, diventi bambino, giochi e non hai responsabilità, diventi un neonato, ritorni nel ventre di tua madre, passi i tuoi ultimi nove mesi galleggiando e finisce il tutto con un bell’orgasmo!

WOODY ALLEN

Cercasi uomo

 
Cercasi uomo
disperatamente
che rispedisca
al mittente
miseri e deplorevoli
esercizi di finta magia
e reale potere mediatico,
anche i conigli piangono
e si ribellano cavie vessate.
Cercasi uomo
disperatamente
che abbia il coraggio dell’umiltà
ripudi il diritto alla lesa maestà
indossi al più presto
panni veri d’umanità
e ci regali un sogno reale
ci tolga dall’imbarazzo
vada in pensione
vada dove meglio crede
a leccarsi le sue povere
penne seppur impomatate
adesso seriamente spennate.

Roberta Bagnoli

Amico fragile

Evaporato in una nuvola rossa

in una delle molte feritoie della notte

con un bisogno d’attenzione e d’amore

troppo, “Se mi vuoi bene piangi ”

per essere corrisposti,

valeva la pena divertirvi le serate estive

con un semplicissimo “Mi ricordo”:

per osservarvi affittare un chilo d’erbba

ai contadini in pensione e alle loro donne

e regalare a piene mani oceani

ed altre ed altre onde ai marinai in servizio,

fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondigli

senza rimpiangere la mia credulità:

perché già dalla prima trincea

ero più curioso di voi,

ero molto più curioso di voi.

E poi sorpreso dai vostri “Come sta”

meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci,

tipo “Come ti senti amico, amico fragile,

se vuoi potrò occuparmi un’ora al mese di te”

“Lo sa che io ho perduto due figli”

“Signora lei è una donna piuttosto distratta.”

E ancora ucciso dalla vostra cortesia

nell’ora in cui un mio sogno

ballerina di seconda fila,

agitava per chissà quale avvenire

il suo presente di seni enormi

e il suo cesareo fresco,

pensavo è bello che dove finiscono le mie dita

debba in qualche modo incominciare una chitarra.

E poi seduto in mezzo ai vostri arrivederci,

mi sentivo meno stanco di voi

ero molto meno stanco di voi.

Potevo stuzzicare i pantaloni della sconosciuta

fino a farle spalancarsi la bocca.

Potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli

di parlare ancora male e ad alta voce di me.

Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo

con una scatola di legno che dicesse perderemo.

Potevo chiedere come si chiama il vostro cane

Il mio è un po’ di tempo che si chiama Libero.

Potevo assumere un cannibale al giorno

per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle.

Potevo attraversare litri e litri di corallo

per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci.

E mai che mi sia venuto in mente,

di essere più ubriaco di voi

di essere molto più ubriaco di voi.

FABRIZIO DE ANDRÉ


Portici di Bologna

PÛRDG ED BULÅGGNA

L’éra stè una biundéina
ch’al l’avèva spulpè
– felizitè! –
e a la tgnèva lé pr äl nezesitè
cme quand, gåula sacca,
a s la fichèva in båcca…
E biâsa biâsa, biâsa biasén,
l’êra pròpri un gudiôl
pr i cínno cinén
l’anméina dla zriséina!
Adès, col progrès,
l’anméina in pensiån,
ai è la “cíccles” in båcca a tótt,
e i biasûghen acsé tant
ch’l é un quèl brótt!
Pò, quand in han pió vójja,
i la spûden par tèra,
in manîra che i pûrdg ed Bulåggna
i én una maravajja:
tótt rabeschè da fèr pietè!

§

Era stata una biondina
che l’aveva spolpata
– felicità! –
e la teneva lì per le necessità
come quando, gola secca,
se la metteva in bocca…
E mastica mastica, mastica mastichino,
era un vero divertimento
per i più piccolini
della ciliegia il nocciolino!
Adesso, col progresso,
il nocciolino in pensione,
c’è la “gomma” in bocca a tutti,
e masticano talmente
che è una cosa brutta!
Poi, quando non ne han più voglia,
la sputano in terra,
così i portici di Bologna
sono una meraviglia:
tutti arabescati da far pietà!

Sandro Sermenghi