Davvero

Davvero verranno ancora giorni di perdono e di grazia

e camminerai nel campo come l’ingenuo viandante.

La pianta dei tuoi piedi nudi accarezzerà i fili d’erba,

e le sommità delle spighe ti pungeranno, e la loro puntura sarà dolce,

oppure la pioggia ti sorprenderà, con la massa battente delle sue gocce

sulle spalle, sul petto, sul collo e ti rinfrescherà il capo.

Davvero camminerai ancora nei campi e la quiete si diffonderà in te,

respirerai il profumo del solco trovando pace a ogni respiro

vedrai il sole nello specchio della pozza dorata

le cose e la vita saranno semplici e sarà permesso toccarle

e sarà permesso, permesso, permesso amare.

Camminerai nei campi da sola,

non ti brucerai nella vampa degli incendi,

in strade indurite dal terrore e dal sangue.

E con cuore sincero sarai di nuovo umile e docile

come un filo d’erba, come un essere umano,

cui è permesso, permesso, permesso amare.

 

LEAH GOLDBERG

A te

A te che sei l’unica al mondo
L’unica ragione per arrivare fino in fondo
Ad ogni mio respiro
Quando ti guardo
Dopo un giorno pieno di parole
Senza che tu mi dica niente
Tutto si fa chiaro
A te che mi hai trovato
All’ angolo coi pugni chiusi
Con le mie spalle contro il muro
Pronto a difendermi
Con gli occhi bassi
Stavo in fila
Con i disillusi
Tu mi hai raccolto come un gatto
E mi hai portato con te
A te io canto una canzone
Perché non ho altro
Niente di meglio da offrirti
Di tutto quello che ho
Prendi il mio tempo
E la magia
Che con un solo salto
Ci fa volare dentro all’aria
Come bollicine
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
Sostanza dei giorni miei
A te che sei il mio grande amore
Ed il mio amore grande
A te che hai preso la mia vita
E ne hai fatto molto di più
A te che hai dato senso al tempo
Senza misurarlo
A te che sei il mio amore grande
Ed il mio grande amore
A te che io
Ti ho visto piangere nella mia mano
Fragile che potevo ucciderti
Stringendoti un po’
E poi ti ho visto
Con la forza di un aeroplano
Prendere in mano la tua vita
E trascinarla in salvo
A te che mi hai insegnato i sogni
E l’arte dell’avventura
A te che credi nel coraggio
E anche nella paura
A te che sei la miglior cosa
Che mi sia successa
A te che cambi tutti i giorni
E resti sempre la stessa
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
Sostanza dei sogni miei
A te che sei
Essenzialmente sei
Sostanza dei sogni miei
Sostanza dei giorni miei
A te che non ti piaci mai
E sei una meraviglia
Le forze della natura si concentrano in te
Che sei una roccia sei una pianta sei un uragano
Sei l’orizzonte che mi accoglie quando mi allontano
A te che sei l’unica amica
Che io posso avere
L’unico amore che vorrei
Se io non ti avessi con me
a te che hai reso la mia vita bella da morire, che riesci a render la fatica un immenso piacere,
a te che sei il mio grande amore ed il mio amore grande,
a te che hai preso la mia vita e ne hai fatto molto di più,
a te che hai dato senso al tempo senza misurarlo,
a te che sei il mio amore grande ed il mio grande amore,
a te che sei, semplicemente sei, sostanza dei giorni miei, sostanza dei sogni miei…
e a te che sei, semplicemente sei, compagna dei giorni miei…sostanza dei sogni…

LORENZO CHERUBINI

La magionetta bianca

Sinfonia di musica
Fiume con la ragione
negli atomi dell’acqua
con aria calda e fredda
ferma la vita
in una eternità dorata:
dolore e gioia; né il mistero
di fulminisaette
in cumulinembi:
gonfiano tanto sprone
di pioggia delicato come
l’uragano pianto
della mia pazzia

Tutto da te veniva
illuminato…La nostra piccola
magionetta bianca,
la piccola pianta
di rose alla finestra,
la mia anima stanca,
il mio cuore duramente
oppresso.

Ed ora tu mi dici
che vai nel paradisoluce
Recuperare una vita
di contrasto e d’attesa
sciolta in un singhiozzo.

Paolo Santangelo

Il Catinaccio – Rosengarten (Il giardino di rose)

In un tempo in cui gli uomini non conoscevano né odio né violenza i nani avevano creato un immenso giardino protetto solo da un filo di seta. Ma un giorno Laurino rapì la principessa di un regno lontano. L’amore per quella fanciulla portò la sconfitta ai nani che, non avvezzi alle armi, dovettero soccombere ai soldati incaricati di liberare la principessa. Re Laurino passò lunghi anni di prigionia prima di poter tornare al suo giardino. Quel mare luminoso di rose nel bel mezzo delle Alpi non poteva passare inosservato nemmeno all’occhio del viaggiatore più distratto. Laurino si convinse presto che se i soldati lo avevano trovato e sconfitto così facilmente, la colpa era da attribuire al vistoso roseto. Adirato il re lanciò una maledizione, ordinando che le rose diventassero di pietra, di giorno e di notte, dando così origine a quelle vertiginose pareti, a quei picchi aguzzi e inospitali. Nell’incantesimo però, Laurino aveva dimenticato il crepuscolo, che non è né giorno né notte. Ecco dunque perché ancor oggi, quando il sole declina al orizzonte, la grande catena frastagliata del Catinaccio si accende di una luce rossa intensa: le rose rifioriscono solo per pochi attimi a ricordare il regno di Laurino e i suoi nani, e a riportare gli uomini indietro in quel tempo meraviglioso, quando l’odio e la violenza erano del tutto sconosciuti.

Affanno di salita
verso l’alto
sentiero erto,
che porta oltre,
verso il Catinaccio,
il sagrato
della dolomitica
chiesetta,
dal campanile aguzzo,
teutonica.
.
Seminascosto,
in parte, verso destra,
lontano dalla chiesa
cattolica,
il Cimitero “austriaco”
del Millenovecento
quattordici-diciotto:
dodici file
d’ ottanta posti
e a lato il Generale
di ottocentonovanta
caduti, acerbi.
.
Croci di ferro
arrugginito e legno,
con tutti i nomi,
messi a ognuna due
davanti e dietro:
la seconda croce
in terza fila
Franz GUGLER
con POLZ Johann
millenovecentosedici
di Luglio il ventisei,
nona croce più avanti
in quarta fila
WEINKIRN Josef
con RIWAL Lorenz
ventiquattro di Luglio,
due giorni prima . . .
.
Quando –
comandati di uccidere
altri fanti innocenti,
pur’essi
come loro,
accomunati da età,
da sogni e voglie
dei ventanni –
si spense,
a un tratto ed improvviso,
il Sole e il Tempo.
.
Ora vicino, a caso,
stanno le ossa
di Tutti,
i camerati, su tutti
ammanta il verde
di pietosa terra.
A qualche
croce un fiore
finto, una pianta di rosa
selvatica.
.
Rosengarten. Ricordo
di un parente
che, in vacanza,
villeggia,
o un qualche discendente
di re Laurino, che viene apposta,
a Vigo. Passa
parte del Tempo suo
in Val di Fassa.
Paolo Santangelo

Oltre il giardino

…E pensare di poter cambiar mestiere
Sono ancora forte potrei fare il giardiniere
Mentre tu mi stai guardando c’è una lacrima che scende e fa rumore
Ed io non so che cosa fare
Ma, mi devo reinventare.
L’ho già fatto un tempo, e posso farlo ancora
Lavorare all’aria aperta mi rincuora
Farò in modo che i colori e quel profumo, siano la mia vita nuova
Ma tu non dici una parola.
L’hai capito o no, mi hanno mandato a casa.
Senza dirmi una parola, né una scusa
Dimmi adesso cosa faccio a 50 anni,
Potrei dare quel che resta del mio culo.
Per campare!
Dunque vedi che bisogna andare via
Ce lo chiede questa nuova economia
Come questi figli, adesso, che ci chiedono
Perché non si può fare, perché non posso andare.
Perché non so spiegare…
Proverò cosi a cambiare la mia vita
Perché tutto intorno cambia, ed è fatica, riconoscere i bisogni,
Quelli veri, dai fasulli che sono tanti: e sono cosi prepotenti
Ma mi vedi adesso in mezzo a questi fiori
Ho ricominciato a vivere a colori
Ma i più belli, forse, ce li ho dentro al cuore e
Te li posso raccontare e condividerli con te
A me piace più di prima la mia vita,
Perché ridimensionata, si è pulita
Come questa pianta e questi fiori nuovi
Che profumano la sera, e che danno un senso nuovo.
Danno un senso che non c’era …
E pensare di poter cambiare mestiere
Sono ancora forte potrei fare il giardiniere!

FABIO CONCATO

Sulla mia pelle

pendono le ore,
campanule spuntate
sulla benevola pianta
del mio volerti,
fiori da spiccare
uno ad uno
in romantico desiderio
d’abboccamento.
Ed i giorni colano
come olio bollente
sulla mia pelle,
bruciando distanze.

Daniela Procida

Published in: on agosto 24, 2011 at 07:22  Comments (3)  
Tags: , , , , , , , , ,

Un sogno piccolo

Ognuno
coltiva dentro sé
un sogno
e spesso
non cresce
ma si secca
e resta peso morto
sui giorni uguali;
i grandi s’illudono
su piani universali
mentendo agli altri
e prima a sé,
i piccoli
si infrangono
su sogni minori
e il dolore nasce
dalle spine
della pianta morta
che era seme
di speranza.

Gian Luca Sechi

Published in: on luglio 11, 2011 at 07:01  Comments (4)  
Tags: , , , , , , , , , ,

Il cerchio che si chiude

Si parte da lontano
a ricercar certezze
e giostre paesane
a rivangare il poco
del sale della vita.

Vivere con il poco
non impedisce il riso,
le chiacchiere nel fuoco,
il senso delle cose
davanti al firmamento.

C’è poi il gioco d’amore
il prendersi e lasciarsi
la corsa nelle stelle
il sangue che ribolle
i sensi devastati.

Ci sono anche le vette
di chi non s’accontenta
mettendo a dura prova
un abito già pronto,
la sorte già assegnata.

Si sfrutta l’intelletto
come una pianta viva,
un ceppo rampicante
che tutto verde avvolge
per risalir le scale.

Si succhia dalla terra
il sale delle cose,
si beve conoscenza
per giunger alla saggezza
da cui s’era partiti.

Ma con le scarpe sporche
e suole consumate
per tante scale fatte
per soddisfar la voglia
d’illuminar cervello.

Lorenzo Poggi

Questo mondo

giornata-terra-726x400

Questo mondo da conquistare
lo misura il passo lento delle donne,
orme di fatica che recintano il domani.
Questo mondo da scoprire
lo vedi attraverso i loro sguardi,
occhi di dignità, lacrime di nascosti deserti.
Tutto questo mondo da amare,
scavato di orgoglio e dolore
gridato al vento dei secoli,
lasciato ai figli in pegno
frutto del ventre e della speranza,
pianta da crescere, bimbo da cullare,
questo mondo violato e tradito,
rifiorito quando era sterile,
riconsacrato quando era maledetto,
risanato quando era sordido e marcio,
questo mondo lo devi al gesto antico
di chi porta un fardello di offese
e in cambio dona il silenzio
e un grembo di germogli.
Il mondo dell’uomo è un duro cuore
che si cela dietro chiusi portoni,
e la sola chiave è una mano di donna.

Massimo Reggiani

Castel del Rio

A mio padre

Era qui che saresti ritornato
dov’è il tuo ponte
dove ti tuffavi
e, ragazzo, pescavi.
Solido vecchio ponte
proteso al cielo come il dorso di un mulo
coi piedi ben piantati sul Santerno.
Trovo riposo qui su una panchina
tra ombrose fronde e frinir di cicale
poi ritorno bambina, e tu sei qui:
nei tuoi occhi e nel mesto sorriso
vedo la nostalgia
e l’orgoglio dell’uomo di montagna
per i suoi luoghi;
il doverli lasciare, andare via.
Mi opprime a un tratto come un dolore antico
tutta la pena per le illusioni infrante
le vite, tante, troppo presto spezzate
e gli affetti incompiuti.
Scorrono i nomi e i volti
tanti i germogli di un’unica pianta
che han trovato la quiete al camposanto.
Io, uno fra i tanti,
qui ancora a ricordare.
Poi riapro gli occhi e c’è un paese nuovo:
altra gente, altri sassi
niente è più lo stesso
soltanto il fiume che un dì raccolse le loro voci
e le portò al piano
come allora, adesso continua lento
nell’abbraccio del ponte.

Viviana Santandrea