D’impronte mobili

E se il mio scrivere
fosse estiva pigrizia
da nascondere al sole?
Mai ho voluto parlare di rivalse
poiché uccise
dal centro periferico
d’esibizionistica prosa inesistente
al cospetto d’impronte mobili
su inchiostro d’avventurosa superbia.

Non transigo nelle rime inesatte del mio vivere
la perfezione delle arrendevolezze mai scoperte
(o sciolte)
come ghiacci imponenti sui poli;
non sarei in grado di stratificarmi
in scienza disordinata
accampata nell’intonazione
d’un caos curativo delle mie ferite
seminate, ormai, dalla longevità
malsana della sua stessa bellezza.

La densità gassosa delle maledizioni interiori
lasciano all’aria senza tempo
il fulcro esistenziale d’un vivere
senza mèta
poiché amiamo le magiche incoscienze
che non osano, con naturalezza, filtrare
persuasioni associate all’arrivo d’armi
nell’immobilità inerme del loro stesso sapore.

Glò

Basta!

Passeggiando con le nuvole
contavo sassi sparsi nella tasca
rimuginando pensieri sporchi
di odio ed estraneità.

Non ci voglio più stare in mezzo agli uomini!

In mezzo a questi uomini
pronti a specchiarsi
in un piatto di lenticchie avariate
purché di Castelluccio.

Hanno la faccia
di non rompere
lo specchio la mattina,
cadono le braccia senza dignità.

In mezzo a questi uomini
che si rotolano nel fango
contenti di farsi notare
dal burattinaio
che deve scegliere la corte.

In mezzo a questi uomini
(e donne: tutte uguali)
senza onore, senza niente.
Spudorati mentitori
con la velina
da imparare a memoria
la mattina
prima di sedersi nello scranno.

Uomini di merda!
Pronti a vendere moglie
culo e figli
sull’altare del denaro.

In mezzo a questi uomini
che ti sfidano ridendo
mentre recitano corbellerie,
sicuri di farla franca.

Lo sappiamo tutti e due
che stai dicendo sporche bugie.
Non conta se è falso
conta quante volte lo ripeti
e su quanti altoparlanti puoi contare.

Non ci voglio più stare in mezzo a questi uomini!

Non ci voglio più stare in mezzo agli uomini
che si bevono tutto
per pigrizia od ottusità
per ignoranza sufficiente
per egoismo animalesco
che tutto giustificano.
Tanto per salvare l’anima
basta la messa la domenica mattina.

Lorenzo Poggi

Caduca foglia

So che l’autunno verrà
dentro la mia poesia
come secoli fa
pioverà
dall’ albero della pigrizia
un pezzo di volontà ora cade avvizzita
come fa la foglia
il pensiero all’imbrunire s’accartoccia
con quell’aria umidiccia di silenzio
sì… soprattutto silenzio.

Aurelia Tieghi

Published in: on ottobre 1, 2010 at 06:52  Comments (4)  
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Suono di pioggia


si sta bene
sotto le onde d’oca
ascolto quel rumore diverso
come un ballo festoso
cambiano i suoni, i ritmi, di
quel scrosciare imprevedibile
un rito che invoca tacchi di flamenco
sferzate di luce piena
disegnano lance in volo
e corde d’acciaio precipitano
balzando a zampillo
ruote schiacciano a ventaglio
vuoti riempiti
e suoni si ripetano, anche nella mente
tra ricordi di baci bagnati,
una pioggia, gustata
nella placida pigrizia

Rosy Giglio