Non sempre verde è il colore dell’infanzia

Quando lasci il dolore affondare
le brulle sue radici nell’iride innocente,
nell’assenza, tradisci te stesso,
quello che fosti ed il fanciullo che fuggi.
Divieni fumo di fiamma che muore
candela cui la luce flebile s’estingue
tra dita insensibili con l’ultimo baleno.
Eludi un’anima implorante, soltanto,
che le si tinga la nemica trasparenza.
Le frusti la vita se la vedi e l’ignori
ma se ascolti il coraggio d’amare
capirai il rintocco lungo
e lo sgranarsi orribile delle sue palpebre
in lontana solitudine.
Udrai bruciare le sue ciglia
ed il tonfo cupo della cenere franata
dal suo pianto in umile silenzio
al sorriso umano che le avrai spiegato.
Non è di semplici occhi quell’iride
che nulla sa dell’ipocrita notte,
nulla della tua mano incurante
che la scrolla come polvere molesta.
Occhi ignari di saper volare alto
scuotendo voci distratte o riluttanti
con la sferza dei rifiuti subìti
con il ricordo della tua indifferenza.
Ombrose non solo, slargate pupille,
cave di marmo pregiato esistono
per provare il tuo impegno,
scolpire, plasmare la tua benevolenza.
Così vagano quelle rare preziosità
e nel nostro mondo restano o
troppo spesso partono per l’Altro
confinate in tristi castoni
senza alcuno di sana volontà
ad estirpare il prisma grigio-bruno
che di tanta, infelice pochezza
è grave riflesso.

Daniela Procida

Resa dei conti

Annegare poesia in un pub per soli uomini
quelli con solo un tavolo davanti
senza orizzonte, al massimo un separé.

Attorcigliarsi come edera alla vite
a succhiare il nettare in fermentazione
e coprire i grappoli agli occhi degli esperti.

Perdersi in maschera attorno ad un tabù
girando e cantando canzoni sconce
alla prima occasione da trasformare in pianto.

Agitare fantasmi per confondere la via
movimentare il nulla della nostra pochezza
costruire una fiaba senza armatura.

Guardarsi negli occhi nella pozzanghera
senza vedere che cielo sporco.

Lorenzo Poggi

Fino a che punto

Siamo
come un velo di verità trapuntate
trascinato nel fango di mille fandonie
e nei gorghi equivoci dell’ignoranza.

Afferriamo
quel poco che vada d’accordo
con il nostro egoismo
e la nostra pochezza.

Dovevamo elevarci
a menti pensanti
al bene comune
alla solidarietà umana
ad una società più giusta
che mai più tollerasse
il male che è in noi.

Ci siamo ridotti
con la bava alla bocca
a difendere privilegi
contro i più deboli
contro l’umanità che preme
morente di fame
contro il mondo
che non può più sopportare
uno sfruttamento selvaggio
per i nostri consumi
montati ad arte
da chi produce
inutilità.

Lorenzo Poggi

Creatività

Aggrappato al solco del vento
balbetto immagini
con parole slegate
cercando lo spago,
la voglia ed il furore
di chiudere tutto,
di farmi del male.

ritorna la luce
ridendo tra i denti
sporcando l’inchiostro
di falsi colori,
così da confondermi
nell’oasi di pace,
accanto alla fonte,
vicino al creato.

Rientra assonante
il ritmo del gioco,
metronomo angusto
della nostra pochezza,
le sbarre improvvise
dell’urlo ingoiato,
dell’intravisto infinito.

Lorenzo Poggi