Poesia quasi d’amore

Che quasi non mi vedi,
che quasi non mi senti.
Che quasi ti ho baciata e il sapore è un calendario
un chiavistello per le abitudini
un rosario; che non ricordo più le preghiere
neanche i sassi
sotto le scarpe mezze slacciate
nelle mani, di chi meglio di dio ha trovato altro da fare.
Lanciare foglie quasi a colpirne cento
uccelli, un quasi rondine a sera, un quasi amore
per quelle canottiere pulite a sgocciolare
per quelle motorette a freddare
per le madri, svogliatamente nude
che smorzano la luce.
Che quasi vedi bene lo stesso, il prato è bianco.
La polvere sottile nell’occhio della notte,
la lacrima che scappa a pulirlo
e un quasi è bello
sapere le tue braccia che prima o poi verranno.

Massimo Botturi

Scrivere di polvere

per contrastare il lento scivolare delle stanze
su piani instabili
con la pazienza e il tatto
conservarne di suoni e di cadute e tutti
gli orizzonti allineati alle pareti
e le maree talvolta
e l’altro amare

scrivere fiore quando si sa che un fiore scritto
non è quel fiore ma tutt’altro
anche il segnarsi della vita addosso
scriverne è questo passo idiota da spoeta

un dire inutile
muffa dietro il ritratto fatto a penna
alla scadenza nuda e sparpagliata
invio frammenti in ogni direzione
e fosse il dunque______l’ardire mio femmineo
svolgimento infinito di frattali

mi scriverei di sillabe interrotte in un continuo
spargimento di dubbi e incazzature
sbalorditivo l’attimo che torna e torna e torna
in rifrazione eterna

Cristina Bove

Un rombo sordo…

Un rombo sordo avanza lento
come tuono che arriva da lontano,
misterioso e sinistro racchiude distruzione
e come mostro bramoso e affamato
ghermisce le sue prede.

Case, palazzi, persone,
nulla e nessuno è più al sicuro.
Tutto trema e si sbriciola,
la terra si apre inghiottendo ogni cosa
la polvere rende difficile respirare,

mentre la sventura si abbatte inesorabile
su tutto ciò che è inerme,
sul sonno interrotto bruscamente,
su sogni che svaniscono all’istante
e grida di terrore che squarciano la notte.

Un nuovo giorno nasce su lacrime
che segnano volti attoniti e spauriti
di coloro che vagano nel vuoto
con la paura di sentire ancora
la terra che torna a tremare.

Ma racchiusa nel cuore resta forte
la volontà di non di non lasciarsi andare
mentre s’innalza al cielo la speranza
di sentire le campane che torneranno
come una volta a suonare.

Patrizia Mezzogori

Scosse

Mentre la terra si burla della povera gente
le rovine sotterrano respiri e grida
mozzate a metà
(la vita è su una ghigliottina, si sa).
Riverbero irrispettoso di qualcuno che sorride
al suo portafoglio di parole e promesse:
esistono monumenti da rielaborare con fondi
di concerti poi dimenticati
(le istituzioni sono un circo, si sa).

Come una guerra, forse peggio:
ognuno a braccetto con il proprio pallido viso
che ad ogni paura si rimbocca di coraggio,
di sopravvivenza mescolata a miracolosità inerme
(è al destino che appartiene la vita, si dice)
proprio mentre manca (e mancherà per sempre)
il pane, infarinato di polvere e detriti
di parenti, amici, conoscenti
o di chiunque altro visto solo così
senza sorriso o lacrima
l’uragano si rimbocca le coperte
con la morte improvvisa
(la terra si scuote, è viva, si dice).

Tutto il baccano di ricostruzione
si spalma su accuse d’un paese
che affamato di giustizia
piange ancora i morti
su ali che di vorace e forte e bella
non ha ancora ripreso (ancora) a volare…
mentre si piange sempre sull’impotenza
d’un fuori controllo immune da colpe umane
(forse; ma questo non si sa, si dice).

Glò

Sui gradini del tempo

Quando la somma degli anni
arriva al punto
e volge il segno
alla polvere patria
che si leva
cerco la chiave
per aprire il muro,
rovistando tra pezzi
latenti di vita
ricupero
un esame di coscienza
ed un passaporto di memorie
per non precipitare.

Giuseppe Stracuzzi

Published in: on giugno 16, 2012 at 07:35  Comments (6)  
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Preghiera

 
Disperato
in un tramonto
rosso dell’ira del mondo,
mi son seduto a pregare
un dio assente
o almeno lontano da me
polvere
di un antico dolore
di un cruento sognare.

Maria Attanasio

Published in: on giugno 10, 2012 at 07:02  Comments (4)  
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Mia

Un sogno forte
e tra le mani solo polvere
rincorsa assurda d’una felicità
nei prati colorati di rosso.
Profumo d’oblio
devasta il cuore
la mente è nebbia
nelle sere stanche di pioggia.
Vene azzurre di mare
è onda che torna
questo battito anomalo
le braccia intorno
ad abbracciare me stessa
il mio corpo l’anima
un puzzle da rimettere insieme
per sentire che sono mia.

astrofelia franca donà

Si tace

E tutto si tace
ventre di Madre
accogli la vita e la doni;
poi accechi nel buio
l’occhio già chiuso da ore.
Dormiva un sonno di stelle,
di mare e di una nuova casa.
Hai rotto il silenzio beato,
lo squarcio del cielo
piovuto,
è pietra, è polvere, è sasso,

di un sogno zittito, di un nido fanciullo. 

Beatrice Zanini

Published in: on giugno 5, 2012 at 07:35  Comments (3)  
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In un treno di emigranti tra un coglione e un altro

 
La mia strada è blu,
e al mattino al mio risveglio
cantano i becchini
appoggiati ad un ramo di mogano
mentre la periferia si fa bella
con il fard che le offro distrattamente
e cerco la carta nello sciacquone
l’inspirazione nel minestrone,
mentre si azzuffano i camposanti
io porto la mia bara a guinzaglio
ed un cappellano nel taschino,
per non far arrossire gli alberi di frutta
cerco i tuoi occhi nella strada grigia
approfittando del silenzio dei semafori rossi.
.
Mia madre ha un amore di casa popolare,
ha cucito le tende con i capelli che ho perso
ha camminato a piedi nudi sul rapido salerno-genova
staccando i calli alla moquette
mia madre ha scritto anche poesie
distribuendo fagioli e battipanni.
.
La mia strada è blu di polvere
una ciminiera staccazzurro
che porta al cielo tra residui di amianto
la mia facile periferia
dove le vecchie fan lo struscio
con il marito dal dottore, un dinosauro
e l’ammaliatore di ricette
e cerco una parola nel bicchiere
l’ispirazione dal droghiere
mentre sbottono la patta dal mio naso
per il profumo di un sorriso
lasciato steso nella notte
in cui mi sono fatto un  poeta
e non di certo te.
 
Mio padre lavora con le mani
dipinge i saloni le rocce i palazzi gli spazi
fa la guerra con i profilattici
ed io rispondo con i sassi
a questa farsa da pezzenti
emancipati come i gatti, i gatti da appartamento
a far pipì dove ordina padrone o padre nostro
ma su quel treno di emigranti
in qualche modo c’ero anch’io.
Sì, ricordo, ad ogni sbalzo saltar da un coglione all’altro di mio padre.

Massimo Pastore

Elizabeth Childers

Dust of my dust,
And dust with my dust,
O, child who died as you entered the world,
Dead with my death!
Not knowing breath, though you tried so hard,
With a heart that beat when you lived with me,
And stopped when you left me for Life.
It is well, my child. For you never traveled
The long, long way that begins with school days,
When little fingers blur under the tears
That fall on the crooked letters.
And the earliest wound, when a little mate
Leaves you alone for another;
And sickness, and the face of Fear by the bed;
The death of a father or mother;
Or shame for them, or poverty;
The maiden sorrow of school days ended;
And eyeless Nature that makes you drink
From the cup of Love, though you know it’s poisoned;
To whom would your flower-face have been lifted?
Botanist, weakling? Cry of what blood to yours?—
Pure or fool, for it makes no matter,
It’s blood that calls to our blood.
And then your children—oh, what might they be?
And what your sorrows? Child! Child!
Death is better than Life!

§


Polvere della mia polvere,
e polvere con la mia polvere,
o bimbo, che moristi mentre entravi nel mondo,
morto della mia morte!
Che non conoscesti il respiro, nonostante gli sforzi,
e il cuore ti batteva quando vivevi con me,
e si fermò quando mi lasciasti per la vita.
E’ bene così, bimbo mio. Così non percorresti mai
la lunga, lunga strada che inizia coi giorni di scuola,
quando le piccole dita si fanno sfuocate dietro le lacrime
che cadono sulle lettere sbilenche,
e la prima ferita, quando il tuo piccolo compagno
ti abbandona per un altro;
e la malattia, e il volto della paura accanto al letto;
la morte del padre o della madre;
o la vergogna per causa loro, o la miseria;
poi, cessato il virgineo dolore dei giorni di scuola,
una natura cieca ti fa bere
alla coppa dell’amore, che tu sai avvelenata.
A chi avresti proteso il tuo viso di fiore?
Un botanico, fragile creatura? Quale sangue avrebbe
gridato col tuo?
Puro o contaminato, non importa,
è sangue che chiama il nostro sangue.
E poi i tuoi figli – oh, che sarebbe stato di loro?
E quale il tuo dolore? Figlio! Figlio!
La morte è migliore della vita!

EDGAR LEE MASTERS