I pianti delle ore

I ZÎG DÄLI ÅUR

L’éra un zîl bû?
cme un bûr naigher.

An s sintèva dala zitè
armåur, canzån o amåur
ché la naiv ai mitèva
al silenziadåur.

I zighèven äli åur
e uśî vagabònd
i picèven
toc toc toc toc toc toc
ai vîder ofuschè.

Prèst, fórsi,
la påmpa la s farmarà
e mé…
a turnarò a cà.

§

Era un cielo buco
come un buio nero.

Non si sentiva dalla città
rumore, canzoni o amore
ché la neve ci metteva
il silenziatore.

Piangevano le ore
e uccelli vagabondi
picchiavano
toc toc toc toc toc toc
ai vetri offuscati.

Presto, forse,
la pompa si fermerà
e io…
tornerò a casa.

Sandro Sermenghi

Published in: on dicembre 11, 2011 at 07:46  Comments (5)  
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Egoismo e carità

Odio l’allor, che quando alla foresta
le nuovissime fronde invola il verno,
ravviluppato nell’intatta vesta
verdeggia eterno,
pompa de’ colli; ma la sua verzura
gioia non reca all’augellin digiuno;
chè la splendida bacca invan matura
non coglie alcuno.
Te, poverella vite, amo, che quando
fiedon le nevi i prossimi arboscelli,
tenera l’altrui duol commiserando
sciogli i capelli.
Tu piangi, derelitta, a capo chino
sulla ventosa balza. In chiuso loco
gaio frattanto il vecchierel vicino
si asside al foco.
Tien colmo un nappo: il tuo licor gli cade
nel’ondeggiar del cubito sul mento;
poscia floridi paschi ed auree biade
sogna contento.

GIACOMO ZANELLA