Joni Mitchell

C’è un tempo che alla strada di casa smette il buio
e pare che germogli per me l’oceano prato.
Un tempo che non sei più distratta e metti mano
per una o due monete alla tasca;
poi mi chiami, pretendi che io canti come la Mitchell
dea. Di Amelia e il suo peccato di vivere
dei posti, in cui fermammo un giorno
col freno a farci amore.
Un tempo di tappeti, e di sorsate d’aria
di alberi in gran spolvero come a una comunione.
Un principio di rossetto sugli angoli del dire
la smagliatura che ti dilaga
tracce d’ozio, per bene camuffate sotto un tailleur da schianto.
Un tempo che i bottoni non prendi mai sul serio
che pensi non sia male il tuo bianco tra i capelli;
e non sia male anch’io, dal nuvolo degli anni:
in fondo un parapioggia discreto
corde salde, di un’altalena niente sicura.

California, California i’m going home.!

Massimo Botturi

 

Il Catinaccio – Rosengarten (Il giardino di rose)

In un tempo in cui gli uomini non conoscevano né odio né violenza i nani avevano creato un immenso giardino protetto solo da un filo di seta. Ma un giorno Laurino rapì la principessa di un regno lontano. L’amore per quella fanciulla portò la sconfitta ai nani che, non avvezzi alle armi, dovettero soccombere ai soldati incaricati di liberare la principessa. Re Laurino passò lunghi anni di prigionia prima di poter tornare al suo giardino. Quel mare luminoso di rose nel bel mezzo delle Alpi non poteva passare inosservato nemmeno all’occhio del viaggiatore più distratto. Laurino si convinse presto che se i soldati lo avevano trovato e sconfitto così facilmente, la colpa era da attribuire al vistoso roseto. Adirato il re lanciò una maledizione, ordinando che le rose diventassero di pietra, di giorno e di notte, dando così origine a quelle vertiginose pareti, a quei picchi aguzzi e inospitali. Nell’incantesimo però, Laurino aveva dimenticato il crepuscolo, che non è né giorno né notte. Ecco dunque perché ancor oggi, quando il sole declina al orizzonte, la grande catena frastagliata del Catinaccio si accende di una luce rossa intensa: le rose rifioriscono solo per pochi attimi a ricordare il regno di Laurino e i suoi nani, e a riportare gli uomini indietro in quel tempo meraviglioso, quando l’odio e la violenza erano del tutto sconosciuti.

Affanno di salita
verso l’alto
sentiero erto,
che porta oltre,
verso il Catinaccio,
il sagrato
della dolomitica
chiesetta,
dal campanile aguzzo,
teutonica.
.
Seminascosto,
in parte, verso destra,
lontano dalla chiesa
cattolica,
il Cimitero “austriaco”
del Millenovecento
quattordici-diciotto:
dodici file
d’ ottanta posti
e a lato il Generale
di ottocentonovanta
caduti, acerbi.
.
Croci di ferro
arrugginito e legno,
con tutti i nomi,
messi a ognuna due
davanti e dietro:
la seconda croce
in terza fila
Franz GUGLER
con POLZ Johann
millenovecentosedici
di Luglio il ventisei,
nona croce più avanti
in quarta fila
WEINKIRN Josef
con RIWAL Lorenz
ventiquattro di Luglio,
due giorni prima . . .
.
Quando –
comandati di uccidere
altri fanti innocenti,
pur’essi
come loro,
accomunati da età,
da sogni e voglie
dei ventanni –
si spense,
a un tratto ed improvviso,
il Sole e il Tempo.
.
Ora vicino, a caso,
stanno le ossa
di Tutti,
i camerati, su tutti
ammanta il verde
di pietosa terra.
A qualche
croce un fiore
finto, una pianta di rosa
selvatica.
.
Rosengarten. Ricordo
di un parente
che, in vacanza,
villeggia,
o un qualche discendente
di re Laurino, che viene apposta,
a Vigo. Passa
parte del Tempo suo
in Val di Fassa.
Paolo Santangelo

I sogni che non ho fatto mai

Respirano tra melodie impossibili
scritte da mano d’angelo all’istante
senza l’ausilio di nemmeno una
di quelle sette note che conosco.

E suonano, suonano incessanti
con violini buffi ai quali poi darò
i nomi di fantastiche Meduse
e posti sacri dove custodirli.

E vibrano, vibrano da Dio
toccando corde di chitarre vento,
sicuramente meglio di certi cuori
intensi, innamorati da impazzire.

E odorano, odorano di rosa,
la specie più esclusiva inesistente,
aspettando che almeno li accarezzi,
i sogni che non ho fatto mai.

Aurelio Zucchi

Published in: on luglio 22, 2011 at 07:16  Comments (3)  
Tags: , , , , , , , , , , , , , , ,

Born in the U.S.A.

Born down in a dead man’s town
The first kick I took was when I hit the ground
You end up like a dog that’s been beat too much
Till you spend half your life just covering up

Born in the U.S.A.
I was born in the U.S.A.
I was born in the U.S.A.
Born in the U.S.A.

Got in a little hometown jam
So they put a rifle in my hand
Sent me off to a foreign land
To go and kill the yellow man

Come back home to the refinery
Hiring man said “Son if it was up to me”
Went down to see my V.A. man
He said “Son, don’t you understand”

I had a brother at Khe Sahn
Fighting off the Viet Cong
They’re still there, he’s all gone
He had a woman he loved in Saigon
I got a picture of him in her arms now

Down in the shadow of the penitentiary
Out by the gas fires of the refinery
I’m ten years burning down the road
Nowhere to run ain’t got nowhere to go

Born in the U.S.A.
I was born in the U.S.A.
Born in the U.S.A.
I’m a long gone Daddy in the U.S.A.
Born in the U.S.A.
Born in the U.S.A.
Born in the U.S.A.
I’m a cool rocking Daddy in the U.S.A.

§

Nato in una cittadina morta
Il primo calcio l’ho preso quando caddì per terra
Finisci come un cane troppo bastonato
Fino a che passi metà della tua vita cercando di nasconderti

Nato negli USA
Sono nato negli USA
Sono nato negli USA
Nato negli USA

Ho avuto dei guai nella mia cittadina, cosi mi hanno messo un fucile nelle mie mani
E mi hanno mandato in un paese straniero per andare ad uccidere l’uomo giallo

Nato negli USA
Sono nato negli USA
Sono nato negli USA
Sono nato negli USA
Nato negli USA

Tornato a casa alla raffineria
Il uomo che assume mi dice “ragazzo se fosse per me”
Sono andato a trovare l’impiegato dell’ufficio veterani
Lui mi ha detto “ragazzo non capisci adesso”

Ho avuto un fratello a Khe Sahn combattendo i Viet Cong
Loro sono ancora lì, e lui non c’è più
Aveva una donna che lui amava a Saigon
Ho una sua foto fra le sue braccia adesso

Giù nelle ombre del penitenziario
Fuori dai fuochi dei gas della raffineria
Sono dieci anni bruciando sulla strada
Senza posti dove correre e senza posti dove andare

Nato negli USA
Sono nato degli USA
Nato negli USA
Sono un uomo irrecuperabile negli USA
Nato negli USA
Nato negli USA
Nato negli USA
Sono un mito negli USA

BRUCE SPRINGSTEEN

LO AVRAI CAMERATA KESSELRING

Il nostro caro amico Sandro ci propone questa riflessione, che volentieri facciamo nostra nel giorno dell’infausta ricorrenza dell’otto settembre, la data forse più nera della nostra storia nazionale, il punto di “non ritorno” attraverso il quale però l’Italia fu costretta a passare per poter rinascere e ricostruire il suo futuro di nazione civile sulle macerie materiali della guerra e quelle morali dell’odio e della vergogna.

§

 

Processato nel 1947 per crimini di Guerra (Fosse Ardeatine, Marzabotto e altre orrende stragi di innocenti), Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, fu condannato a morte. La condanna fu commutata nel carcere a vita. Ma già nel 1952, in considerazione delle sue “gravissime” condizioni di salute, egli fu messo in libertà. Tornato in patria fu accolto come un eroe e un trionfatore dai circoli neonazisti bavaresi, di cui per altri 8 anni fu attivo sostenitore. Pochi giorni dopo il suo rientro a casa Kesselring ebbe l’impudenza di dichiarare pubblicamente che non aveva proprio nulla da rimproverarsi, ma che- anzi – gli italiani dovevano essergli grati per il suo comportamento durante i 18 mesi di occupazione, tanto che avrebbero fatto bene a erigergli… un monumento . A tale affermazione rispose  Piero Calamandrei, con una famosa epigrafe (recante la data del 4.12.1952, ottavo anniversario del sacrificio di Duccio Galimberti, dettata per una lapide “ad ignominia”, collocata nell’atrio del Palazzo Comunale di Cuneo in segno di imperitura protesta per l’avvenuta scarcerazione del criminale nazista. L’epigrafe afferma:

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio del torturati
Più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

PIERO CALAMANDREI

Si va sparendo


Rarefazione estrema
si svanisce
non c’è calore a ricordare
odori suoni segni sulla pelle
quando si stava muti nei risvolti
di copertine intonse
a tacere di versi non ancora pensati
impronunciati dalle rime chiuse
delle labbra
siamo sfioriti nella nebbia
dei posti a vedere
mentre perdiamo i pezzi di noi stessi
la carne ch’era nata e che ci fu
sottratta
e imparammo a barare
con le stagnole spiegazzate
di carte nelle maniche
capaci di tradire i nostri giorni
al tavolo da tè.
Oppure andiamo disperati
e scalzi
spine d’acacia
il vuoto che ci assedia.

Cristina Bove

Notturno


Questa notte ho scritto
su di un foglio
quelle cose che vorrei
Vaga in cerca la mia pelle
del tuo sguardo e il suo calore
e se i sogni e i tuoi pensieri
sono uguali a quelli miei
se non altro
alziamo un dito
misuriamo e coloriamo
questo cielo indefinito
Posti vuoti in prima fila
si allontana il tuo silenzio
e la notte cade giù
Questa notte ho scritto
su di un foglio
quelle cose che vorrei
sono poche stanno in pugno
Caso mai te lo scordassi
senza amore in questo mondo
siamo schizzi
fiumi in piena senza foce
via dagl’occhi, via la notte
e se sfiori le mie mani
c’e del sole

Pierluigi Ciolini

Published in: on agosto 16, 2010 at 07:05  Comments (2)  
Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Isola

Spediscimi al paese di zagare,
prometti,
che pieni d’altri posti e colori
avrò i miei giorni.
Promettimi la terra dei matti
lo stupore, d’avere schiene d’onde
e monete sparse:
il sole
sui nomi delle barche scrostate.
Fammi bello
che sembri un dono il passo dall’unico barbiere
nell’unica piazzetta, di calce
e ulivi nani.
E sandali di cuoio regalami a Natale
perché mi rechi in grotte di uova
e vento caldo;
in piccoli pertugi di mondo senza neve.
Dove nascoste sabbie più rosse son cadute
senza rumore
come aeroplani senza nafta
senz’aviatore
e senza le insegne di una guerra.

Massimo Botturi