Preghiera

Passi solitari risuonano sul selciato,
lembi dispersi di un sentimento
che disperato volge lo sguardo al cielo
nella vana speranza di una luce.

Accade così, che il dolore
diventa luogo fermo nella vita
come autunno macchiato di lacrime
e in una notte buia come pece,

il cuore scoppia nell’enorme
grido di rabbia e ribellione
per le ingiustizie di un mondo
dove vige crudeltà e indifferenza

mentre una preghiera s’eleva lieve
al cielo illuminato dal sole nascente,
potenza misteriosa gravida di suoni
nell’immenso amplesso di palpiti,

in cerca d’una presenza amica
che asperga gli uomini di luce pura
sì che gli animi cantino lodi
per il trionfar della pace eterna.

Patrizia Mezzogori

Umorismo

“La potenza intellettuale di un uomo si misura dalla dose di umorismo che è capace di utilizzare”

GIORGIO DE CHIRICO

Published in: on gennaio 12, 2012 at 07:33  Comments (2)  
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Speranza

La pioggia, il tramonto, la sera, la notte
e tu lontana, ma nella mia mente vicina.
Cominciano a presentarsi i ricordi
delle ore trascorse guardandoti, ascoltandoti.

Sento la carezza delle tue mani
che trasmettono calore e dolce languore,
allora, ecco, la mente nel buio,
affronta le tue labbra morbide,
dolci e tenere, protese nell’attesa,
cercando ansiosamente i brividi antichi.

Tu nulla attendi di più, se non parole
suadenti e frasi ormai lontane nella memoria,
vivi e rivivi stupita il calore che t’invade.
Mi guardi, sorridi e ti abbandoni a me.
E allora ridiamo gioiosi, nel buio della notte,
cercandoci e allontanandoci, come ragazzini
in attesa di soddisfare la golosità impellente.

Immobile, allontano i ricordi, i pensieri,
mentre la pioggia ritorna nella notte a dirmi
quanto sento la tua non presenza,
il mio desiderio e la straordinaria potenza ritrovata.

Piove senza rumore sui miei pensieri ormai lontani,
ma ancora vivi e, allontanandomi, mi rifugio
nella mia solitaria esistenza.

Marcello Plavier

Terremoto

Non sempre e per tutti è il libero arbitrio

Che fanno queste turbe ploranti
di insetti ciechi, piegati, feriti,
davanti a un icòna a… un altare,
ad un simbolo? Sono Formiche
e loro sono state calpestate
da un… piede d’umano, destino
cieco stavolta, per loro terremoto:
spingendo da sotto il formicaio
è rovinato uccidendo il corpo
di giovani, vecchie, bambine…
formiche. Stavolta il libero arbitrio
è quel piede: disegno che loro
non sanno le Formiche. Con pavide
antenne tremanti un’arcàna potenza
esse invocano, Dio – che è anche
il loro – domina e vince, attende
eterno al di là della vita.
*
Gli umani son come formiche.
Non osano alzare la fronte,
ricever la luce del vero: lente
falangi passano, chino il capo.
Visi sparuti, occhi atoni. Non sanno.
Spenti, vesti a brandelli cadenti
poveri scheletri caduti. Fanciulli
già morti o scampati all’estremo,
coperti di sangue feriti affamati
assetati d’amore, vegliardi
che invano protendon la tremula
mano ad eroi sconosciuti, fratelli
disperati che tentano, li salvano
da fisica morte: strappandoli
alle macerie disastro del sisma:
suppliscono al libero arbitrio.
A Dio giustizia infinita, bisbigliano
preci quel fascio d’umani, sommessi
elevano pianti di gloria.

Paolo Santangelo

Viene la sera

Ancora resto,
in compagnia dei soliti rumori:
un metallico “clic”, lo scroscio d’acqua
che si riversa nella lavatrice
-là sulla strada un cigolìo di freni-
pure il vecchio orologio da parete
rincorre col suo lesto ticchettio
un’ora che da sempre lo precede

e dalle tende trapela una luce
mano a mano più fioca. Si avvicina
il momento del giorno che più temo
-tutto ciò che al mattino era in potenza,
ecco si è già dissolto….ed ogni gesto
di ogni creatura, prelude al sonno
e il sonno non è vita!

Viviana Santandrea

L’Angelo della Morte

La cinica beffa al dolore
propala coi pianti ed i prieghi
uguaglianza per tutti gli umani,
dal chiuso silenzio dei chiostri
di templi, pagode, di stupa:
il Libero Arbitrio.

Amore, pietà, sacrificio,
nell’ombra furtiva dei templi
le nude pareti coperte
di oro e d’ argento
e gli idoli muti di bronzo,
le croci di pietra e di legno,
le immobili statue forgiate
a imagine d’uomo.

E ogni giorno col polso
vibrante d’ignoto tremore
a ipocrita mano protesa
di questa genìa parassita
di tutte le fedi
riversano l’obolo ingenuo
di loro viltà.

Ma piazze tonanti… Martellano i passi
nel freddo chiaror cristallino
indomito sguardo protendi.

Qualcuno al Coraggio e al Valore
di Uomini Buoni (qualcuno c’è ancora)
Tu lasci. Agli uomini buoni – gli Eroi –
supplenti stavolta a mancanza
del nostro potere di libera scelta…


Ma Tu devi operare!

Occhio immobiIe, vitreo,
nell’urlo che incalza fremente,
e tuona in delirio agghiacciante,
vittorioso tu passi Credente:
negli occhi la vivida Luce
nel mento serrato nei muscoli tesi
l’Immensa Potenza tu porti
Morte, Innocenti all’ eterno Splendore
d’ umanità che più non cammina.

La mèta, la mèta è vicina
travolto, domato, tagliato
dall’impeto è il filo di seta
sottile che vita sorregge
d’ogniuomo: straziato.

Ma ridi anelante, febbrile,
del riso, amante del bene
chiaro e forte, la terra scossa
– che vibra nell’aria-
distruzione e rovina
percossa dai démoni è rotta:
non abbocchi a bestemmieresie
di alcuni scampati, li perdóni,
ma impavido fai strada alla morte.

Paolo Santangelo

Limiti spersi

Il raggio leggero di un sole
ha rotto la sua potenza
dentro una debolezza
che nascondeva finzione
dietro nuvole migranti.
Accolgo lo sbadiglio
di parole stanche,
non riuscendomi

a liberare dai dubbi
colpevolizzando
l’esteriorità del mondo.
I gabbiani non smettono
di volare mai
così vivaci tra le nuvole
di soffice cotone,
ed io lassù, confrontandomi
con i loro percorsi di fuga.
La mia essenza di amore
ha paura di spiccare il volo
in libertà
e manco di coraggio
non esprimendo moltitudini
scritte nel destino dell’universo.
Il mio modo accattivante
potrebbe aprirmi
nuovi spazi dove poter volare
in compagnia della tanta
perfezione.

Glò

NON FINIREMO MAI

Non finiremo mai di stupirci di fronte a certi fatti di cronaca che contribuiscono a farci pensare, a porci delle domande inquietanti su certe istituzioni nelle quali crediamo e riponiamo la nostra fede oltre alla nostra fiducia. Elisa Claps è stata ritrovata diciassette anni dopo la scomparsa in un sottotetto della chiesa della Santissima Trinità a Potenza. Non sta a me parlare di indagini o fare ipotesi sull’assassino e gli eventuali complici, ma mi sento in diritto di porre delle domande ed avere dei dubbi umani, di uomo che crede in Dio ma che crede poco in chi lo rappresenta. Perché il padrone di casa, in questo caso il defunto parroco, osteggiò l’entrata nella chiesa della polizia scientifica? Perché dopo concesse il permesso ma non indicò ogni locale della chiesa? Gli investigatori non oltrepassarono certe porte forse perché  non furono indicate apposta o perché non bisognava salire lassù? Forse sarebbe bastato un cane poliziotto per arrivare alla scoperta del corpo di Elisa. Forse bisognava dare più ascolto a chi anonimamente indicava nella chiesa della Santissima Trinità l’orrenda tomba della ragazza. Mi interrogo a questo punto sulla legittimità del “non intervento” da parte degli inquirenti quando si tratta di chiese a meno che non ci sia l’autorizzazione del Vescovo al quale fa capo la  parrocchia. Se le istituzioni ecclesiastiche parlano di integrazione nel tessuto sociale di una comunità e ne regolano la vita spirituale che deve essere improntata a comportamenti basati sull’amore e il  rispetto verso il prossimo,  questa integrazione dovrebbe riguardare le stesse istituzioni, quando lo Stato italiano ne chiede la collaborazione per accertare la verità ai fini di giustizia. Questo purtroppo non avviene. La Chiesa come istituzione spesso si barrica dietro pretesti frapponendo ostacoli alle indagini e divieti di accesso agli edifici ecclesiastici, impedendo così il pieno accertamento della verità. Altro esempio di accesso negato e di ostacolo alla giustizia è quello della salma di Enrico De Pedis inumata nella Basilica di Sant’Apollinare a Roma. Tutti, anche “i serci”, come si dice a Roma, sanno chi era  De Pedis e quale attività criminale svolgesse. Per reconditi motivi la sua salma ha una tomba con nome scritto e ornato di brillanti. Qualcuno suggerì a proposito del caso di Emanuela Orlandi di andare a vedere chi o cosa c’era nella tomba all’interno della Basilica di Sant’Apollinare. Niente da fare. L’accesso fu negato agli investigatori in virtù di uno degli accordi scritti nei Patti Lateranensi del 1929, nei quali venne stabilito che le chiese erano territorio fuori della giurisdizione dello Stato italiano. Siamo al paradosso che vede la salma di un criminale ospite a pagamento e per “meriti” sepolta in una basilica illustre e il cadavere di una ragazza invece a marcire in un sottotetto sempre di una chiesa per ben diciassette anni, con una madre che fino a qualche giorno fa non aveva un posto dove deporre un fiore. A tutto questo aggiungiamo anche lo scandalo della pedofilia: sacerdoti che invece di essere giudicati e condannati sono stati semplicemente trasferiti, mentre gli episodi di cui si sono resi responsabili sono passati sotto il solito colpevole silenzio omertoso che da sempre accompagna le decisioni degli uomini del  Vaticano. Purtroppo, caso strano, certe verità vengono fuori solo dopo il decesso dei sospetti colpevoli o di chi poteva testimoniare. Tutto questo rischia di vanificare gli sforzi e la buona volontà di tanti uomini di Chiesa che pure continuano ad operare nelle parrocchie e nelle periferie, e sono punti di riferimento per i  fedeli. Se la sopravvivenza della Chiesa come comunione di credenti è una questione di fede, la sopravvivenza della Chiesa come istituzione è purtroppo una questione di credibilità.

Claudio Pompi