Davvero

Davvero verranno ancora giorni di perdono e di grazia

e camminerai nel campo come l’ingenuo viandante.

La pianta dei tuoi piedi nudi accarezzerà i fili d’erba,

e le sommità delle spighe ti pungeranno, e la loro puntura sarà dolce,

oppure la pioggia ti sorprenderà, con la massa battente delle sue gocce

sulle spalle, sul petto, sul collo e ti rinfrescherà il capo.

Davvero camminerai ancora nei campi e la quiete si diffonderà in te,

respirerai il profumo del solco trovando pace a ogni respiro

vedrai il sole nello specchio della pozza dorata

le cose e la vita saranno semplici e sarà permesso toccarle

e sarà permesso, permesso, permesso amare.

Camminerai nei campi da sola,

non ti brucerai nella vampa degli incendi,

in strade indurite dal terrore e dal sangue.

E con cuore sincero sarai di nuovo umile e docile

come un filo d’erba, come un essere umano,

cui è permesso, permesso, permesso amare.

 

LEAH GOLDBERG

Aspettavo le rane

 
Stavo ferma: aspettavo le rane.
Ai piedi del salice fra le sue radici
c’era in certe stagioni una pozza d’acqua.
Mi sedevo o il più delle volte stavo accucciata
come poi ho visto in video fare alle persone africane
le donne mentre fanno i lavori o altri elementi
di popoli “primitivi”, come fanno a volte i bambini.
Stavo lì fra la terra un po’ polverosa,
oltre il confine dell’erba, e gli andamenti contorti
e misteriosi dei legni delle radici
che si allungavano si immergevano nella terra
e qua e là riaffioravano.
Osservavo il pelo liscio dell’acqua
Sapevo che ogni rumore ogni minimo
movimento le avrebbe messe in allarme.
Rimanevo immobile.

azzurrabianca

La forza che nello stelo spinge il fiore

 

The force that through the green fuse drives the flower

Drives my green age; that blasts the roots of trees

Is my destroyer.

And I am dumb to tell the crooked rose

My youth is bent by the same wintry fever.

The force that drives the water through the rocks

Drives my red blood; that dries the mouthing streams

Turns mine to wax.

And I am dumb to mouth unto my veins

How at the mountain spring the same mouth sucks.

The hand that whirls the water in the pool

Stirs the quicksand; that ropes the blowing wind

Hauls my shroud sail.

And I am dumb to tell the hanging man

How of my clay is made the hangman’s lime.

The lips of time leech to the fountain head;

Love drips and gathers, but the fallen blood

Shall calm her sores.

And I am dumb to tell a weather’s wind

How time has ticked a heaven round the stars.

And I am dumb to tell the lover’s tomb

How at my sheet goes the same crooked worm.

§

La forza che nello stelo spinge il fiore,

spinge la mia giovane età; la stessa che dilania le radici degli alberi

è la mia distruttrice.

E sono muto a dire alla rosa avvizzita

che la mia giovinezza è piegata dall’identica febbre invernale.

La forza che guida l’acqua tra le rocce

governa il mio sangue; quella che aspira le correnti alle foci

trasforma le mie in cera.

E sono muto a gridare alle mie vene

che alla fonte montana succhia la stessa bocca.

La mano che agita l’acqua nella pozza

Smuove sabbie mobili; quella che imbriglia i burrascosi venti

pure il mio sudario, regge.

E sono muto a dire all’impiccato

quanto del mio essere vi è nel boia che lo impicca.

Le labbra del tempo leccano il punto in cui la fonte sgorga;

l’amore goccia e coagula, ma il sangue che crolla

calmerà le ferite di lei.

E sono muto a dire al vento dell’inverno

come il tempo abbia scandito un cielo intorno agli astri.

E sono muto a dire alla tomba dell’innamorato

come verso il mio lenzuolo strisci lo stesso raggrinzito verme.

DYLAN MARLAIS THOMAS

Guardare oltre

mi dice un amico
guardare oltre il dolore
un altro
che qui siamo in transito
e là c’è casa
che aspetta
altri che
basta vedere
un sorriso
quello che inzia
dagli occhi e
finisce alla punta
dei piedi
e lui che il dolore
attraversa e punge
mi dice che
noi siamo un torrente
d’alpe
quello che inizia piano
e sembra pozza
di fango
e poi scroscia
come oceano.
E allora hanno
ragione.
Sono quei fiori
strani
che strisciano
oltre il cancello
l’oltre.

Tinti Baldini

Published in: on ottobre 31, 2010 at 07:38  Comments (16)  
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Merlo e Merlino

Il mio amico merlo
per me lo stesso
immortale da sempre
si specchia
nella pozza
sotto il melo
sguazza e chiama
a raccolta
cinciallegra e
rossetto
e l’aria si fa
un chiacchiericcio amico dove
la mia voce suona
note di vento.
Ecco la magia
di merlo Merlino
farmi sentire
parte
bella e pulita.

Poi viene l’ombra
e i suoni nell’aria
sono
storpi
stridenti
sono quelli umani
di rabbia e paura.

Merlino
fammi volare
perdere nel viaggio
occhi di brace
e afferrare
pace.

Tinti Baldini

Gli angeli di Scampia


Sono angeli senza ali per volare
hanno piedi stanchi, legati
dal laccio delle pesanti siringhe.
Non camminano
si strascicano
e al riparo dello sporco muro
aspettano il lurido ago
per provare a sognare,
ma nel sogno non trovano
nessuno a tenerli fra le braccia
solo il livido buco nero
che ogni volta più famelico
sottrae loro respiri, giorni,
anni di vita preziosa.
Sono angeli,
angeli che si sono persi
in cerca del cielo
che cielo non è,
è solo pozza di fango e sudore.
Chi lascia in regalo la dolce morte
ha il volto dell’invidioso usurpatore
che con ogni trucco cerca
di vincere l’eterna battaglia.
E’ nato per illudere e oscurare
anime sole, disperate,
più fragili delle altre.
Che arrivino frotte di arcangeli a Scampia,
che arrivino spade lucenti
a rischiarare il volto dell’amore,
che almeno una volta
trionfi la vita a Scampia.

Roberta Bagnoli