Me chiamo Spread

Me chiamo Spread…Sto a ffavve cacà sotto…
Io sò er Primula Rossa de oggiggiorno
che mó ce sto…sparisco…e a l’improviso
ve zompo addosso e ve fo strigne er mazzo.

Nun è pe ddì…ma quanno arivo io,
pòi èsse ricco, anzi, un gran nabbabbo,
ma si li conti nun ce l’hai a posto,
te faccio prima diventà de ghiaccio,
cor viso bianco peggio de un lenzòlo,
e poi n po’ sur violetto…rosso…blu…
poi bianco n’antra vòrta e senza fiato,
co er rischio che te pija er coccolone.

Ve metto tutti quanti a pecorone,
ve pijo a schiaffi, ve riduco a pezzi,
ve fo sgonfià la tronfia che ciavete,
ve posso fà zompà lo Stato intero,
perché m’avete sottovalutato:
nun me ve sete proprio mai filato,
e invece èccome qua, che…nun ve piacio?
Ma infino a mmó…nun me ce credevate…
Sperperavate tutte le ricchezze
convinti de la bècera certezza
che nisuno…ve se poteva fà…
E mó…io me ve faccio, sissignori!
Così imparate a vive a na magnera
più adatta….senza fà li spennaccioni,
e accontentannove – che n v’ariempite mai,
sti pozzi senza fonno! – Mó, giù ar fonno
ce state e ce restate, e ricacate
li sòrdi che ve sete strafogati!
Corpa…nun corpa… Chi ‘n ce ll’ha sta corpa,
che se la vada a pijàssela co chi
la corpa sua, avoja, si cell’ha!…

E nun sto a ddì sortanto a chi a rubbato!…
ma puro a ognuno che pe avé er potere,
ha rigalato!…Ha spalancato porte…!
Ha fatto carte farze…ha inciuciato…
ha chiuso l’occhi…firma subbapparti,
strapaga co li sòrdi che la ggente
ha sparambiato in anni e anni e anni,
e a chi, ‘nvece de fà da sé le còse,
le deve falle fà a li Professori,
che allora, llà, che cacchio ce sta a ffà,
si poi er risurtato è questo qua?

Armando Bettozzi

Lamento per il Sud

La luna rossa, il vento, il tuo colore

di donna del Nord, la distesa di neve…

Il mio cuore è ormai su queste praterie,

in queste acque annuvolate dalle nebbie.

Ho dimenticato il mare, la grave

conchiglia soffiata dai pastori siciliani,

le cantilene dei carri lungo le strade

dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,

ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru

nell’aria dei verdi altipiani

per le terre e i fiumi della Lombardia.

Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.

Più nessuno mi porterà nel Sud.

Oh, il Sud è stanco di trascinare morti

in riva alle paludi di malaria,

è stanco di solitudine, stanco di catene,

è stanco nella sua bocca

delle bestemmie di tutte le razze

che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi,

che hanno bevuto il sangue del suo cuore.

Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,

costringono i cavalli sotto coltri di stelle,

mangiano fiori d’acacia lungo le piste

nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.

Più nessuno mi porterà nel Sud.

E questa sera carica d’inverno

è ancora nostra, e qui ripeto a te

il mio assurdo contrappunto

di dolcezze e di furori,

un lamento d’amore senza amore.

SALVATORE QUASIMODO

Christia

Ogni anno
la vedo arrivare
minuta e pallida
con lo zaino fuxia
e i capelli radi
scende schiva
dall’autobus
e ci guarda
poi ride piano
e si carezza
il mento.
Viene qui a
prendere sole e colore
a mangiarsi il mare
e le frittelle di pesce
lei che
d’inverno
ancora ha brividi
e dolori
e la paura di mamma
dentro gli occhi
occhi che sono pozzi
se la sera
le prendi la mano.

Lei è una bimba
di Cernobyl
e noi
siamo quelli che
non capiscono
ancora nulla.

Tinti Baldini

Published in: on giugno 26, 2011 at 07:05  Comments (8)  
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The Sound of Silence

Hello darkness my old friend,

I’ve come to talk with you again

Because a vision softly creeping

left it’s seeds while I was sleeping

And the vision that was planted in my brain

still remains, within the sounds of silence

In restless dreams I walked alone,

narrow streets of cobblestone

‘neath the halo of a streetlamp

I turned my collar to the cold and damp

when my eyes were stabbed by the flash of a neon light

split the night… and touched the sound of silence

And in the naked light I saw

ten thousand people maybe more

people talking without speaking

people hearing without listening

people writing songs that voices never share

noone dare, disturb the sound of silence

Fools said I you do not know,

silence like a cancer grows,

hear my words that I might teach you

take my arms that I might reach you

but my words, like silent raindrops fell…

and echoed the will of silence

And the people bowed and prayed,

to the neon god they made

And the sign flashed out its warning

in the words that it was forming

And the sign said, “The words of the prophets

are written on the subway walls and tenement halls,

and whisper the sounds of silence.

§

IL SUONO DEL SILENZIO

Salve oscurità, mia vecchia amica

ho ripreso a parlarti ancora

perché una visione che fa dolcemente rabbrividire

ha lasciato in me i suoi semi mentre dormivo

e la visione che è stata piantata nel mio cervello

ancora persiste nel suono del silenzio

Nei sogni agitati io camminavo solo

attraverso strade strette e ciottolose

nell’alone della luce dei lampioni

sollevando il bavero contro il freddo e l’umidità

quando i miei occhi furono colpiti dal flash di una luce al neon

che attraversò la notte… e toccò il suono del silenzio

E nella luce pura vidi

migliaia di persone, o forse più

persone che parlavano senza emettere suoni

persone che ascoltavano senza udire

persone che scrivevano canzoni che le voci non avrebbero mai cantato

e nessuno osava disturbare il suono del silenzio

“Stupidi”  io dissi, “voi non sapete

che il silenzio cresce come un cancro

ascoltate le mie parole che io posso insegnarvi,

aggrappatevi alle mie braccia che io posso raggiungervi”

Ma le mie parole caddero come gocce di pioggia,

e riecheggiarono, nei pozzi del silenzio

e la gente si inchinava e pregava

al Dio neon che avevano creato.

e l’insegna proiettò il suo avvertimento,

tra le parole che stava delineando.

e l’insegna disse  ” Le parole dei profeti

sono scritte sui muri delle metropolitane

e sui muri delle case popolari”

e sussurrano nel suono del silenzio

PAUL SIMON E ART GARFUNKEL


Sguscia canzone d’amore


Non ho toccato
la
porta ma
lei si
è aperta
piano piano
sgusciando
dai cardini
e poi la strada
e
sulla strada la gente
facce di
croce
e sorrisi di falce
ché siamo un
po’ tutti uguali
di fronte al
dolore
che è fuori legge e colpisce
alle
spalle sempre
quasi le
scuote
come foglie appese
quando t’aspetti
tregua
mentre rovisti
bulloni
o scavi pozzi
quando friggi  i porri
o l’ortica
mentre canti
d’amore
o rabberci stracci
e sotto un cielo
bucato di stelle
che potrebbe essere
anche mio
riprendo il ritmo
della mia antica corsa
ossa delle mie ossa
mi pompo sangue dal cuore
veloce e giovane ancora nelle vene
perchè ci
son giorni di gelo
e giorni buoni di neve
che mi fabbrico ricordi
con
le mie stesse mani
e allora si allontana
ogni piccolo dolore
anche per
poco
riesco a tirar fiato
dentro una canzone
d’amore

Tinti e Maria

Ci vuol coraggio

Ci vuol coraggio
a immergersi
senza schermo
dentro conflitti
e paure
mota assetata
e chiamarle col nome
o il cognome
a guardare in faccia
i tuoi macelli
senza darne colpa
a qualcuno
a sturare pozzi
messi in un angolo
e a brucarne la terra.

Ci vuol coraggio
a tener fermo
sulla fronte
pensiero
d’amore
mai perderlo per strada
anche se la vista
s’appanna per il caos
e le gambe vorrebbero
star ferme
accovacciate
a far da freno al
male.

Ci vuol coraggio
a dire a chi non sente
che la bruma sta
offuscando i sensi
e non smettere mai
di guardare
sulla fronte.

Ci vuole coraggio
a stare in processione
insieme ad altri che
come te aspettano
di vedere insieme
l’Orsa Maggiore.

Tinti Baldini

Occhi


Occhi come finestre
storie che passano
su gambe veloci nella notte.
Occhi pozzi neri
occhi fissi di cielo
occhi spaventati
occhi sorpresi
profondi, occhi arrabbiati
occhi di brace.
Occhi di guerra
lacrime a disperare
occhi di pace
e nell’anima altra luce.
Occhi come i tuoi
che mi fanno ancora male
occhi di mia madre
in giro a cercare risposte
al suo dolore.
Occhi fissi sul mondo
ed ancora non sanno
occhi che capiscono al volo
occhi prossimi al presente
consumati, occhi di pianto
occhi chiusi nel sonno.
Occhi ancora vi sto guardando
cercando, fissi nei miei
chi abbasserà per primo lo sguardo.

Maria Attanasio