Assonanze

Non sembra
ma c’è l’ovvio alla coque
oggi per pranzo.
C’è anche un ripieno di nebbia
da spalmare sul panne
e crèpes di marmo
attorno al cervello.
Ci sederemo a tavola
spezzando l’oste
e alzando in cielo
il buco dei pensieri.

Lorenzo Poggi

Published in: on giugno 19, 2012 at 07:35  Comments (9)  
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Il colosso

THE COLOSSUS

I shall never get you put together entirely,
Pieced, glued, and properly jointed.
Mule-bray, pig-grunt and bawdy cackles
Proceed from your great lips.
It’s worse than a barnyard.
Perhaps you consider yourself an oracle,
Mouthpiece of the dead, or of some god or
other.
Thirty years now I have labored
To dredge the silt from your throat.
I am none the wiser.

Scaling little ladders with glue pots and pails
of lysol
I crawl like an ant in mourning
Over the weedy acres of your brow
To mend the immense skull plates and clear
The bald, white tumuli of your eyes.

A blue sky out of the Oresteia
Arches above us. O father, all by yourself
You are pithy and historical as the Roman
Forum.
I open my lunch on a hill of black cypress.
Your fluted bones and acanthine hair are
littered

In their old anarchy to the horizon-line.
It would take more than a lightning-stroke
To create such a ruin.
Nights, I squat in the cornucopia
Of your left ear, out of the wind,

Counting the red stars and those of plum-
color.
The sun rises under the pillar of your tongue.
My hours are married to shadow.
No longer do I listen for the scrape of a keel
On the blank stones of the landing.

§

Non riuscirò mai a ricostruirti completamente,
rattoppato, incollato e fatto ben combaciare,
ragli di mulo, grugniti di porco, e schiamazzi osceni
provengono dalle tue nobili labbra.
E’ peggio di un cortile

forse consideri te stesso un oracolo,
portavoce dei morti, o di qualcuno degli dei.
Sono trent’anni che fatico
per dragare il fango della tua gola.
non sono diventata più saggia.

Arrampicandomi su piccole scale con secchi di colla e di lisolo
striscio come una formica a lutto
sugli acri coperti di erbacce della tua fronte
per accomodare le enormi lastre del cranio e
ripulire i vuoti bianchi tumuli degli occhi.

Un cielo azzurro proveniente dall’Orestiade
si inarca su di noi. O padre, da solo
sei essenziale e storico come il foro romano.
apro il sacchetto del pranzo su una collina di neri cipressi.
le tue ossa flautate e i capelli d’acanto sono sparsi

fino alla linea dell’orizzonte nella loro antica anarchia.
Ci vorrebbe più d’un fulmine
per creare un tale disastro.
La notte, mi accovaccio nella cornucopia
del tuo orecchio sinistro, lontano dal vento,

contando le stelle rosse e quelle color prugna.
Il sole sorge da sotto la colonna della tua lingua.
Le mie ore sono sposate con l’ombra.
Non sto più ad ascoltare il raspare di una chiglia
sulle vuote pietre dell’approdo.

SYLVIA PLATH

Andiamo a casa

La scuola è ancora lì, uguale a quel tempo,
nulla è cambiato e tutto torna alla mente.
Il primo giorno di scuola, la grande paura,
che voglia di fuggire e a casa tornare.
Timido da morire da maleducato apparire.
Dalla finestra il polveroso cortile vedevo,
la ricreazione, minuti di respiro infinito,
di libertà sospirata e sognare il profumo
del ritorno tra piccole e dolci mura di casa,
del pranzo ormai pronto.
Breve sogno e triste rientro tra quei muri
bianchi e verdi, tra banchi scheggiati,
di memorie incise da chi prima di me tribolò
tra loro.
Ci sono tornato e da fuori la vedo, uguale…
Solo io sono cambiato, non più verde l’età,
ma quasi bianchi i miei capelli e i baffi.
Chissà se i colori di muri presaghi non furono
di vita che nasce e al fine tramonta.
Sono tornato e dietro una finestra vedo
un bambino silenzioso che il fuori scruta.
Ha l’aria timida quasi impaurita.
Mi vede, sorride e con la mano saluta.
Andiamo a casa ora, il tempo è passato.
Lo prendo per mano e in silenzio andiamo.
Cinquant’anni, quanto tempo ci ho messo
per riprender quel che ero, per riprender
me stesso.

Claudio Pompi

Se devo vivere senza di te

SI HE DE VIVIR SIN TI

Si he de vivir sin ti, que sea duro y cruento
la sopa fría, los zapatos rotos, o que en mitad de la opulencia
se alce la rama seca de la tos, ladrándome
tu nombre deformado, las vocales de la espuma, y en los dedos
se me peguen las sábanas, y nada me dé paz.
No aprenderé por eso a quererte mejor
pero desalojado de la felicidad
sabré cuanta me dabas con solamente a veces estar cerca.
Esto creo entenderlo, pero me engaño:
hará falta la escarcha del dintel
para que el guarecido en el portal comprenda
la luz del comedor, los manteles de leche, y el aroma
del pan que pasa su morena mano por la hendija.
Tan lejos ya de ti
como un ojo del otro,
de esta asumida adversidad
nacerá la mirada que por fin te merezca…

 §

Se devo vivere senza di te, che sia duro e cruento,

la minestra fredda, le scarpe rotte, o che a metà dell’opulenza

si alzi il secco ramo della tosse, che latra

il tuo nome deformato, le vocali di spuma, e nelle dita

mi si incollino le lenzuola, e niente mi dia pace.

Non imparerò per questo a meglio amarti,

però sloggiato dalla felicità

saprò quanta me ne davi a volte soltanto standomi nei pressi.

Questo voglio capirlo, ma mi inganno:

sarà necessaria la brina dell’architrave

perché colui che si ripari sotto il portale comprenda

la luce della sala da pranzo, le tovaglie di latte, e l’aroma

dl pane che passa la sua mano bruna per la fessura.

Tanto lontano ormai da te

come un occhio dall’altro,

da questa avversità che assumo nascerà adesso

lo sguardo che alla fine ti meriti.

JULIO CORTÀZAR

La maliziosa

LA MALINE

Dans la salle à manger brune, que parfumait
Une odeur de vernis et de fruits, à mon aise
Je ramassais un plat de je ne sais quel mets
Belge, et je m’épatais dans mon immense chaise.

En mangeant, j’écoutais l’horloge, – heureux et coi.
La cuisine s’ouvrit avec une bouffée,
Et la servante vint, je ne sais pas pourquoi,
Fichu moitié défait, malinement coiffée

Et, tout en promenant son petit doigt tremblant
Sur sa joue, un velours de pêche rose et blanc,
En faisant, de sa lèvre enfantine, une moue,

Elle arrangeait les plats, près de moi, pour m’aiser ;
– Puis, comme ça, – bien sûr pour avoir un baiser, –
Tout bas : “Sens donc, j’ai pris une froid sur la joue…”

§

Nella sala da pranzo bruna, profumata
D’un sentore di frutta e di vernice, prendo
Comodamente un piatto di non so qual pietanza
Belga, e mi lascio andare dentro alla sedia immensa.

Mangiando, lieto e calmo, ascolto l’orologio.
Si apre con un colpo di vento la cucina,
– Ed ecco venire, chissà perché, la serva,
Spettinata con arte, scialle sfatto,

E con ditino incerto sfiorandosi una guancia,
Velluto biancorosa di pesca, e atteggiando
A smorfia quella sua bocca infantile,

Per meglio accomodarmi dispone intorno i piatti;
– E poi, così, – ma si, voleva un bacio,-
Pian piano: “Senti, dice, ho una freddo alla guancia…”

ARTHUR RIMBAUD

Astrolabi da camera

Ho visto il sale scendere sui polsi
e come mai che piove il mare?
Sabbia da impianto scenico
come nel vetro sciolto
hanno perso i capelli anche le onde.

Un turbinare avvince
le gambe delle sedie sottovento
già le vele di troppo
scontano pleniluni sulle case

senti l’assuefazione delle storie?
è il tavolo da pranzo
un’isola irrisolta se non calcoli
almeno approssimate
latitudini.

Ora lo vedo piovere su chiglie
il pianto dell’oceano
ma so che infiora l’aria di vermiglio
il sole

un colpo di timone alla spalliera
e prendo il largo.

Cristina Bove

Buon Natale Claudio!

Oggi il sogno di papà è stato realizzato… ed è stato possibile grazie a tutti voi.
A Massimo, anche se il loro viaggio insieme è stato breve, perchè hanno condiviso insieme tutto ciò che riguardava il loro passato, il loro presente e i loro sogni futuri come se si conoscessero da sempre.
A Tinti (Specchio) che ha collaborato e ispirato papà per diverse sue poesie… Tinti  cui papà diceva “si può amare un sogno se di sogno è fatta la poesia.”
A tutti gli amici del Cantiere, che hanno permesso che oggi ci sia “Giorni infiniti d’amore” e che  continuano a commentare le poesie di papà e a farlo come se lui fosse li, presente davanti al computer, a leggerli.
Siamo certi che ovunque sia ci veda e sarà felice di vedere che il suo viaggio con il Cantiere sia oggi per noi un qualcosa per sentire un po’ meno vuoto il nostro cuore.
Un abbraccio affettuoso
Rita  Francesca  Stefano

Cari amici, sono  commosso e felice di potervi annunciare che è finalmente pronto il libro di Claudio, quel libro che lui avrebbe tanto voluto e che tutto il Cantiere,  al di là dell’impegno strettamente tecnico mio, di Tinti e Maria, ha reso finalmente possibile: come infatti ci hanno appena detto la cara Rita e i figli Francesca e Stefano, questo è l’omaggio di tutti noi a Claudio, il segno che quel viaggio iniziato insieme a lui non si è interrotto, e che attraverso le sue parole possiamo sentirlo ancora in mezzo a noi, non come il ricordo di un amico lontano ma come una presenza viva che ci accompagna lungo la strada e ci regala ancora la musica, lo stupore, la grazia, l’affetto e l’ironia della sua poesia. Sono certo che anche voi, come lo sono io, sarete orgogliosi di aver contribuito con la vostra vicinanza e amicizia a dare forma compiuta a questo desiderio che era anche il suo.
Ma ora, bando ai toni celebrativi, perchè sicuramente Claudio direbbe che ci stiamo montando la testa…
Piuttosto, dimenticavo la cosa più importante, dove potete trovare  il libro fresco di stampa? Questo è il link della pagina di presentazione, sul sito della casa editrice Colibrì-GDS:

http://www.colibrigds.com/prodotti.asp?shop=140&intProdID=21531

Non avete da fare altro che registrarvi e potrete ordinare il libro nella sezione poesia (tra l’altro in vetrina troverete anche l’ultimo libro della nostra Roberta, la ” p.r.”  che ci ha messo in contatto con l’editore).
Nel frattempo colgo l’occasione per augurare a tutti i cantieristi, poeti, lettori e amici, un sereno Natale ed un felice anno nuovo, pieno di gioia e di poesia per tutti.
E sotto quest’albero, come si conviene in questo giorno, dopo aver scartato il regalo che abbiamo dedicato a lui, è la volta di scartare quello che ci fa il nostro caro amico, con i suoi versi pieni di nostalgia e dolcezza.  Buon Natale Claudio!



I vetri appannati di finestre chiuse,
dietro le quali piccola vita splende
come luce di ereditaria fede.
Pini decorati di intermittenti luci,
di sfere colorate e disegnate.
Profumi di dolci semplici e antichi
che riempiono l’aria e danno calore
di serenità cercata.
Torni indietro nel tempo e sorridi,
nell’amara vita un isola di ricordi
che nessuna tempesta devasta,
nella quale approdi per un momento
di nostalgica rimembranza.
Rimpiangi quell’età fuggita in fretta,
l’unico regalo sotto l’albero trovato,
al mattino dopo notte d’attesa per udire
il passo felpato della canuta figura
che timore incuteva  senza ragione.
Poi la resa e i sogni che ti cullavano.
Giorno di famiglia riunita e festosa,
di pranzo che troppo presto veniva
ad interrompere i giochi.
Il giorno dopo fu subito nuova vita,
il giocattolo dimenticato nella memoria
nuovi Natali senza più vera storia.
La vita non ci donò tregua.
A noi ora resta il passo felpato del dolce vecchio
che regalo posa e di nascosto gioisce
nel bambino che il suo posto ha preso.

Claudio Pompi