Gioca con me

Gioca con me amor mio,
gioca con me a rincorrere le nuvole soffiate via dal vento,
a tirare la coda alle comete,
o a cercare di capire dove nasce l’arcobaleno.
Gioca con me
e saliamo su nel cielo durante un temporale
per vedere le gocce di pioggia cadere sulla testa del mondo
e magari   riscendere giù a precipizio,
per giocare a nascondino sul prato illuminato dalla luna.
Gioca con me
per cercare il quadrifoglio in un campo di papaveri
ed entrare in una foresta buia per trovare dove vive l’unicorno,
o per salire sulla cima di un monte altissimo,
per carpire al vento il segreto della vita
dell’amore e del sorriso.
Ho voglia di giocare con te amor mio
e insieme prendere per mano
tutti i bambini del mondo
per vederli felici
facendo un enorme girotondo.

Sandro Orlandi

Il rumore del silenzio

E’ assordante il rumore del silenzio,
capace di fermare anche il tempo
come se celasse un inganno,
un precipizio nel vuoto 
dal quale è impossibile fuggire.
E’ assordate il rumore del silenzio
quando in esso fluiscono i pensieri
creando un ronzio metallico
che da voce al proprio pensare,
al fluire delle emozioni.
E’ assordante il rumore del silenzio
quando circondati da persone
l’isolamento diviene totale
e una bolla inesistente ma solida
inghiotte ogni cosa come fosse buco nero.
E’ assordante il rumore del silenzio
se non odo la tua voce…

Patrizia Mezzogori

L’amplesso delle aquile

THE DALLIANCE OF THE EAGLES

Skirting the river road, (my forenoon walk, my rest,)

Skyward in air a sudden muffled sound, the dalliance of the eagles,

The rushing amorous contact high in space together,

The clinching interlocking claws, a living, fierce, gyrating wheel,

Four beating wings, two beaks, a swirling mass tight grappling,

In tumbling turning clustering loops, straight downward falling,

Till o’er the river pois’d, the twain yet one, a moment’s lull,

A motionless still balance in the air, then parting, talons loosing,

Upward again on slow-firm pinions slanting, their separate diverse flight,

She hers, he his, pursuing.

§

Lungo la strada che costeggia il fiume (mia pomeridiana passeggiata, mio ristoro),
alto nell’aria, improvviso, un rumore smorzato, due aquile in amore,
l’impetuoso avido contatto, l’unione alta nello spazio,
artigli che si afferrano, s’intrecciano, una ruota selvaggia, viva, turbinante,
quattro ali che battono, due becchi, una massa vorticosa strettamente avvinghiata,
che cala in cerchi, si rovescia, s’arrotola, cade giù a precipizio,
finchè sul fiume sospesi, ancora uniti, la calma d’un istante,
un immobile muto bilanciarsi nell’aria, poi il distacco, gli artigli che si sciolgono,
le ali lente e salde nuovamente piegate verso l’alto, i loro voli diversi, separati,
lei il suo, lui il suo, seguendo.

WALT WHITMAN

Belle alla deriva


Sogni senza catene
sciolti al pascolo
per brucare sapori
conquistare se stessi
attraverso crune invisibili
esaltati come dei
sull’Olimpo si donano
imbastiti  di tenerezza
dischiudono i loro petali
spezzandosi al primo alitare
come fiori strapazzati dalla tempesta
pochi resistono per profumare il  campo
colorati come il loro momento
sfiorano il limite del  precipizio
per un semplice gusto ambizioso.

Rosy Giglio

Published in: on dicembre 13, 2010 at 07:28  Comments (5)  
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LO SPIRITO DEL CREATORE

” …Nella vita di un indiano c’era un dovere, del cui adempimento non si scordava mai: era il dovere di onorare ogni giorno l’eterno ed invisibile con la preghiera. Sempre, quando egli incontra, durante la caccia quotidiana, un’immagine di bellezza che impone profondo rispetto: un arcobaleno davanti ad una nube nera carica di pioggia sopra le montagne, una cascata bianco-schiumante nel cuore di un verde precipizio; un’ampia prateria, irradiata dal rosso intenso del tramonto, il cacciatore pellerossa rimane fermo un istante,  in atteggiamento di adorazione. Tutto quello che fa, ha per lui un significato religioso.  Egli sente lo spirito del creatore in tutta la natura, e crede fermamente che la forza interiore che riceve provenga da lui. Egli rispetta l’immortale nell’animale, suo fratello, e questo profondo rispetto si prolunga spesso a tal punto che egli adorna con colori simbolici o con piume la testa di un animale abbattuto.  Poi tiene in alto la pipa colma, quale segno dell’aver liberato in modo onorevole lo spirito del fratello, il cui corpo era stato costretto ad uccidere, per continuare a vivere egli stesso…”

OHIYESA (Charles Alexander Eastman, scienziato e uomo politico Sioux, nazione Dakota-Santee)

D’agosto

Un giorno d’interruttori guasti
grandine di pensieri sferici
sul cuore della luna
a scardinare porte boreali.

La polena affiorata sulla rima
cercava lungo fiordi a precipizio
una ferita che paresse un nido.

Chi coltivava il mare
sceglieva l’onda per le navi in rotta
ma venne l’alba a specchio
a formulargli in viso il suo riflesso
volse lo sguardo
non si riconobbe.

Scoccarono momenti
e in luogo di sentenze assolutorie
fu comminata una condanna
a vivere.

Cristina Bove

Constatazione amichevole

Non sembra più la stessa estate:
l’ortodossia del nudo di paglia
il sangue caldo.
Ma solo una carenza di aria,
una carlinga, per l’aviatore senza più nafta
e stelle al vetro.

Questa mattina ondeggiano gli alberi,
li amo.
Perché sono capelli di donna in un canale
e hanno gambe di donna
e tenerezze;
anche s’estate non sembra più la stessa,
e il giallo delle strade lavate toglie il fiato.

E tutte queste prugne selvatiche le amo
perché fan precipizio di uccelli in banchettare,
così l’estate sembra la stessa
anche per poco.
A ricordarlo viene anche il cero volto al santo
le tue levate notturne
l’orinare, senza mai niente addosso;
così che al buio sembri una lucciola smarrita
tra la magnolia e il muro,
un lontano temporale.

Massimo Botturi

Talor, mentre cammino per le strade

Talor, mentre cammino per le strade
della città tumultuosa solo,
mi dimentico il mio destino d’essere
uomo tra gli altri, e, come smemorato,
anzi tratto fuor di me stesso, guardo
la gente con aperti estranei occhi.

M’occupa allora un puerile, un vago
senso di sofferenza ed ansietà
come per mano che mi opprima il cuore.
Fronti calve di vecchi, inconsapevoli
occhi di bimbi, facce consuete
di nati a faticare e a riprodursi,
facce volpine stupide beate,
facce ambigue di preti, pitturate
facce di meretrici, entro il cervello
mi s’imprimono dolorosamente.
E conosco l’inganno pel qual vivono,
il dolore che mise quella piega
sul loro labbro, le speranze sempre
deluse,
e l’inutilità della loro vita
amara e il lor destino ultimo, il buio.

Ché ciascuno di loro porta seco
la condanna d’esistere: ma vanno
dimentichi di ciò e di tutto, ognuno
occupato dall’attimo che passa,
distratto dal suo vizio prediletto.

Provo un disagio simile a chi veda
inseguire farfalle lungo l’orlo
d’un precipizio, od una compagnia
di strani condannati sorridenti.
E se poco ciò dura, io veramente
in quell’attimo dentro m’impauro
a vedere che gli uomini son tanti.

CAMILLO SBARBARO