Le golose

Io sono innamorato di tutte le Signore
che mangiano le paste nelle confetterie

Signore e signorine
le dita senza guanto
scelgon la pasta; Quanto
ritornan bambine!

Perchè niun le veda,
volgon le spalle, in fretta,
sollevan la veletta,
divoran la preda.

C’è quella che s’informa pensosa della scelta;
quella che toglie svelta,
né cura tinta e forma.

L’una pur mentre inghiotte,
già pensa al dopo, al poi;
e domina i vassoi
con le pupille ghiotte.

Un’altra – il dolce crebbe –
muove le disperate
bianchissime al giulebbe
dita confetturate!

Un’altra con bell’arte,
sugge la punta estrema
invano! ché la crema
esce dall’altra parte!

L’una senz’abbadare
a giovine che adocchi
divora in pace. Gli occhi
altra solleva, e pare
sugga, un supremo annunzio,
non crema e cioccolate,
ma superliquefatte
parole del D’Annunzio

fra quegli aromi acuti,
strani, commisti troppo
di cedro e di sciroppo,
di creme, di velluti,

di essenze parigine,
di mammole, di chiome
oh le signore come
ritornano bambine!

Perchè non m’è concesso
o legge inopportuna!
il farmivi da presso,
baciarvi ad una ad una,

o belle bocche intatte
di giovani signore,
baciarvi nel sapore
di creme e cioccolatte?

GUIDO GOZZANO

Miracolo

Andava da Betania a Gerusalemme,
oppresso anzi tempo dalla tristezza dei presentimenti.
Un cespuglio prunoso sull’erta era riarso,
su una vicina capanna il fumo stava fermo,
l’aria era rovente e immobili i giunchi
e immota la quiete del Mar Morto.

E nella sua amarezza che contendeva con quella del mare,
andava con una piccola folla di nuvole
per la strada polverosa verso un qualche alloggio,
in città, all’incontro coi discepoli.

E così immerso nelle sue riflessioni
che il campo per la melanconia prese a odorare d’assenzio.

Tutto tacque. Soltanto lui là in mezzo.
E la contrada s’era abbattuta nel sonno.
Tutto si confondeva: il calore e il deserto,
e le lucertole e le fonti e i torrenti.

Un fico si ergeva lì dappresso
senza neppure un frutto, solo rami e foglie.
E lui gli disse: «A cosa servi?
Che piacere ne ho della tua rigidità?

Io ho sete e desiderio, e tu sei uno sterile fiore,
e l’incontro con te è più squallido che col granito.
Oh, come sei increscioso e inutile!
Resta così, dunque, sino alla fine degli anni. »
Per il legno passò il fremito della maledizione
come la scintilla del lampo nel parafulmine.
E il fico fu ridotto in cenere.

Avessero avuto allora un attimo di libertà
le foglie, i rami, le radici e il tronco,
le leggi della natura sarebbero potute intervenire.
Ma un miracolo è un miracolo e il miracolo è dio.
Quando siamo smarriti, allora, in preda alla confusione,
fulmineo ci raggiunge di sorpresa.

BORIS LEONIDOVIČ PASTERNAK

All’amico mare

O mare,
sei immerso nella nebbia,
e gemi con sussurri di morte
e mormori ricordi
di un passato selvaggio
in preda al grigio velo
che s’addensa
su di te
come per l’uomo
le speranze e le promesse
che poi svaniscono.
Chiedi al vento
di liberarti
dal triste mantello,
che possa il sole tornare
a ridere e scherzare
con le tue onde.

Nino Silenzi

Published in: on febbraio 21, 2012 at 07:47  Comments (7)  
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Il Po

Da questo fiume pieno di vigore,
da questo fiume, così silenzioso
e così calmo e violento, traspare
una smarrita dolcezza.
Sulle onde imbizzarrite
viaggiano i miei pensieri,
ad occhi chiusi assaporo il fluire
di sensazioni, di emozioni.

Sul sentiero che lo accompagna,
sfilano biciclette frusciando sui ciottoli,
negli orti vicini alcuni cani
comunicano fra loro, dei bimbi
si rincorrono garruli, mentre nel cielo
la luna incomincia il suo apparire.

Io accovacciato su un letto di pietra
assaporo il profumo che emana.
Luke, muso appoggiato
sul mio ginocchio mi osserva.
Alcuni gabbiani volteggiano
ed una coppia di aironi amoreggia sul greto,
in un gioco di piume e volteggi.
Più lontani alcuni pescatori
attendono pazientemente la preda.

Lassù Superga mi osserva,
pare voglia invitarmi a salire,
mio viatico per anni e mio dolore.
La piccola cascata copre ogni rumore
Il sole si allontana, scende dietro i monti,
e la sera incombe dando spazio
ai raggi della luna sempre più
luminosa e lucente.

Le stelle l’accompagnano.
E, fra esse mi fingo
il viso di chi è lassù,
parlo a loro, sorrido e così
appagato torno al mio abitare
mi sdraio sul letto, penso
e rannicchiato in me stesso
finalmente piango.

Marcello Plavier

Piccolo Eden

Scendono a frotte guardinghi sul prato,
restano a turno di guardia sul ramo
per pericolo felino spesso in agguato,
pronti a gridar di paura il richiamo.
Nel rigido freddo di cruda stagione,
piccolo Eden per loro ho creato.
fratricida lotta d’esser non ha ragione,
sparso ho di cibo il manto gelato.
Pari è il merlo dal nero piumaggio
al pettirosso che viene da lontano,
alla capinera che trova il coraggio,
al passero che del prato è guardiano.
Qui dove la fame non è che un ricordo,
vivono e non lottano fratelli di piume.
Solo il mio gatto è pericolo vero e reale,
per natura sornione è paziente cacciatore
s’apposta ed aspetta per farsi baleno
e ghermir la preda per gioco mortale.
Nulla io posso se non guardare e sperare
che nel gioco di vita che a morte s’alterna,
sia il più fragile a potersi con ali salvare.
Passata la morte è muto il verde manto,
tace la vita in attesa di nuovo canto,
torna a poltrire il mio gatto ormai stanco.

Claudio Pompi

Cuore deforme di felino selvatico

Ogni passo – un agguato
Ogni riposo – in allerta
Ogni sguardo – famelico

Ma quanto saprebbe essere delicato
Se solo la vittima non avesse paura!
Se solo non fuggisse
E lo guardasse negli occhi!

Sarebbe uno sguardo d’amore profondo
E nessuno sarebbe più al sicuro di quella preda –
Ed i suoi occhi pieni del suo respiro
Limerebbero il cuore deforme dell’obbligato felino

Nicole Marchesin

Published in: on dicembre 10, 2011 at 07:27  Comments (7)  
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Sono la preda preferita

di me stessa.
Perché non mi è concesso
di avere un cacciatore –
di aver paura di un lupo
da cui poter scappare?
Come posso fidarmi di un corpo
disgustato dalle parole
che vogliono aiutarlo?

Nicole Marchesin

Published in: on novembre 17, 2011 at 07:02  Comments (6)  
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A caccia

Quando il sentiero di autunno vestito
ti prende per mano, ti trascina in salita
quando l’affanno confonde il pensiero
e quello del tempo sembra più veritiero
quando il tuo cane ti guarda perplesso
aspettando paziente la tua ombra di passo
quando scovata la preda, puntato il fucile
rinunci a sparare perché in fondo è da vile
Madre Natura ti prende per figlio
ti stringe amorevole tra le sue braccia
come ogni madre assiste e consola
capisce che in fondo è giunta la tua ora
ci sei tu con te stesso, sei tu soltanto
tutto il resto è il tuo cane che fedele ti è accanto
Non spaventarti  sentendo la fine
serra i tuoi occhi e lascia il fucile
puoi finalmente arrivare a capire
fragile uomo di vecchiaia malato,
il senso di tutto, il sapore della vita
ora che annaspi, che preghi che tremi
ora che capisci che è proprio finita.

Sandro Orlandi

Dentro la notte

Notte di amore e rabbia che si consuma
dietro una finestra di silenzio.
Notte che non da tregua alla vita
che non tace il suo grido,
che non s’arrende alla violenza
delle tenebre ove recita la morte
che volto non vuole.
Notte di gesti osceni e di voci
di terre lontane.
Notte lucide di pioggia e di tristi
puttane.
In lei il regno globale della disperazione
di chi niente è padrone,
attraversata da auto veloci e fiammanti
che fendono come lame taglienti,
il buio dilaniano con attimi di verità
dolorose e indecenti.
Immediata è chiusa la ferita e torna
a ghignare sulla putrida preda.
Ciondolanti ubriachi residui
dimenticati di vita senza vittorie,
arrancano nelle vie con le loro storie
tra sogni e illusioni.
Ululano alla luna che ignora
e arrogante è complice della notte
senza anima pietosa.

Claudio Pompi

Ho sentito quadri

strapparmi il cuore
pieghe nella tela tesa
profonde come crepe
riflessi accecanti
e un pianto
che ho riconosciuto
un chiodo al punto giusto
un nodo
che dello stomaco
possedeva la fame
ma non il nutrimento

ma le sue braccia
erano forti
e ciò che sembrava
preda del vento
stava invece danzando
in un vuoto
senza ostacoli
consolandosi
nell’unicità
del suo dolore

Nicole Marchesin