A voce bassa

Filastrocca a voce bassa,
chi è di notte che passa e ripassa?
E’ il principe Fine e non può dormire
perché a sentito una foglia stormire?
O forse é l’omino dei sogni che porta
i numeri del lotto di porta in porta?
E’ un signore col mal di denti
in compagnia di mille tormenti?
L’ho visto: é il vigile notturno
che fa la ronda taciturno:
i ladri scantonano per la paura,
la città dorme sicura.

GIANNI RODARI

Solo tu

 
L’alba e la tua voce m’erano suono
di melodia che mi portava il giorno.
Amati sussurri eccitavano
dolcezza in brividi sorgivi
di fremiti in quotidiano incanto.  
Ancora calda di notturno sogno
m’ infiammavi  di carezze ardite
ed io perdutamente avvinta
cedevo a te, mio principe assoluto
d’un cuore innamorato ogni sussulto.

Elide Colombo

Published in: on agosto 21, 2011 at 07:35  Comments (5)  
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L’albatro

L’ALBATROS

Souvent, pour s’amuser, les hommes d’équipage

prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,

qui suivent, indolents compagnons de voyage,

le navire glissant sur les gouffres amers.

A peine les ont-ils déposés sur les planches,

que ces rois de l’azur, maladroits et honteux,

laissent piteusement leurs grandes ailes blanches

comme des avirons traîner à côté d’eux.

Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!

Lui, naguère si beau, qu’il est comique et laid!

L’un agace son bec avec un brûle-gueule,

L’autre mime, en boitant, l’infirme qui volait!

Le Poëte est semblable au prince des nuées

Qui hante la tempête et se rit de l’archer;

exilé sur le sol au milieu des huées,

ses ailes de géant l’empêchent de marcher.

§

Spesso, per divertirsi, le ciurme
Catturano degli albatri, grandi uccelli marini,
che seguono, compagni di viaggio pigri,
il veliero che scivola sugli amari abissi.
E li hanno appena deposti sul ponte,
che questi re dell’azzurro, impotenti e vergognosi,
abbandonano malinconicamente le grandi ali candide
come remi ai loro fianchi.
Questo alato viaggiatore, com’è goffo e leggero!
Lui, poco fa così bello, com’è comico e brutto!
Qualcuno gli stuzzica il becco con la pipa,
un altro scimmiotta, zoppicando, l’infermo che volava!
Il poeta è come il principe delle nuvole
Che abituato alla tempesta ride dell’arciere;
esiliato sulla terra fra gli scherni,
non riesce a camminare per le sue ali di gigante.

CHARLES BAUDELAIRE

Quante storie

Quante storie
ho da raccontarti
piccola
del salice piangente
che raccoglie passeri
le notti tiepide di Giugno
della tortora Billa
che entra in cucina
e spazza briciole
e malinconia
del ranocchio grasso
e pomposo là
nello stagno
che sembra principe
a ben guardare
del mirto profumato
che strappa lacrime
mentre cuoce il porceddu
del monte di Portofino
intatto e sano
che bacia il mare
e sorride
delle casette di fate
di Camogli
color di cielo e sabbia
e di stradine tra i rovi
dove giocare a prendersi
con le trecce al vento
di…..
piccola
ora te le racconto
in abito da clown
domani avrò davvero
le guance rosate
non più dipinte.

Tinti Baldini

Hai l’eleganza raccolta


hai l’eleganza raccolta
di principe discendente
del castello delle rose
una luce è passata nei secoli
dal sangue nell’anima
goccia goccia si è trasmessa
dolcezza di atti d’amore
affiora ora ai tuoi occhi
giunge ai miei
che ti osservano
muti
compare timido
un saluto
sulle mie labbra
che schiudono piano
il fiato quasi non esce
la voce appena un soffio
così sospesa è oggi la vita
una leggerezza sussurrata

azzurrabianca

Radure rare

Sai Sire,
a volte anche il principe si lascia;
a volte, quando la macchia si fa fitta
e non riesce a galoppare a briglie sciolte,
là, deve uno spiazzo lo attende
carezza le redini e smonta
dal devoto destriero.

Non scuote più al vento e pigra s’affloscia,
la morbida piuma del suo cappello.
Non più vibranti criniere,
non ritmi pressanti di zoccoli fieri
e l’aria smette di garrire.

Disteso, sulla pace dell’odore dell’erba
immerso, nel tepore di raggi tra fronde,
ritrova la consapevolezza del respiro
e un cuore saggio che insiste a pulsare.

Sussurrano vene e mormorano rivi
di riflessi argentati e sassi sinuosi.
Richiami svolazzano garruli, curiosi;
l’ala senza tempo avvince i pensieri.

– Stimare la sosta, per librare la corsa;
gustare il poco, per non strozzare nel tutto.
Provare la fame, per godere del cibo;
saggiare il solo, per amare il noi. –

Riscopre l’essenza del seme nudo,
la fonte che, nembo, rivive la luce.
Ritorna il pastello di forme sfumate
e radici celate a dir di foreste

“ … ora dimmi, dimmi mio Sire,
quante radure concedi agli eredi?
A quanti pennacchi consenti la tregua
e a lame lucenti l’inguainato riposo? “

Ed è il ponente a dipingere il cielo,
a stagliare profili velati di bruma.
L’ombra esitante cavalca nel forse.
Un principe oscuro ricerca l’azzurro.

Flavio Zago

DIALOGO DI UN VENDITORE DI ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE

Vend. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?

Pass. Almanacchi per l’anno nuovo?

Vend.   Sì signore.

Pass.   Credete che sarà felice quest’anno nuovo?

Vend.   O illustrissimo, sì, certo.

Pass.   Come quest’anno passato?

Vend.   Più più assai.

Pass.   Come quello di là?

Vend.   Più più, illustrissimo.

Pass.   Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?

Vend.   Signor no, non mi piacerebbe.

Paas.   Quanti anni nuovi sono passati dacchè voi vendete almanacchi?

Vend.   Saranno vent’anni, illustrissimo.

Pass.   A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?

Vend.   Io? Non saprei.

Pass.   Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?

Vend.   No in verità, illustrissimo.

Pass.   E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?

Vend.   Cotesto si sa.

Pass.   Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?

Vend.   Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.

Pass.   Ma se avestge a rifare la vita che avete fatta nè più nè meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?

Vend.   Cotesto non vorrei.

Pass.   Oh che altra vita vorreste rifare? La vita c’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?

Vend.   Lo credo cotesto.

Pass.   Nè anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?

Vend.   Signor no davvero, non tornerei.

Pass.   Oh che vita vorreste voi dunque?

Vend.   Vorrei una vita così come Dio me la mandasse, senz’altri patti.

Pass.   Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?

Vend.   Appunto.

Pass.   Così vorrei ancor io se avessi a rivivere e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascono è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato che il bene; se a patto di riavere la vita di prima con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?

Vend.   Speriamo.

Pass.   Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.

Vend.   Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.

Pass.   Ecco trenta soldi.

Vend.   Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.

GIACOMO LEOPARDI

Il Re Travicello

Al Re Travicello
piovuto ai ranocchi,
mi levo il cappello
e piego i ginocchi;

lo predico anch’io
cascato da Dio:
oh comodo, oh bello
un Re Travicello!

Calò nel suo regno
con molto fracasso;
le teste di legno
fan sempre del chiasso:

ma subito tacque,
e al sommo dell’acque
rimase un corbello
il Re Travicello.

Da tutto il pantano
veduto quel coso,
«È questo il Sovrano
così rumoroso? »

(s’udì gracidare).
«Per farsi fischiare
fa tanto bordello
un Re Travicello?

Un tronco piallato
avrà la corona?
O Giove ha sbagliato,
oppur ci minchiona:

sia dato lo sfratto
al Re mentecatto,
si mandi in appello
il Re Travicello».

Tacete, tacete;
lasciate il reame,
o bestie che siete,
a un Re di legname.

Non tira a pelare,
vi lascia cantare,
non apre macello
un Re Travicello.

Là là per la reggia
dal vento portato,
tentenna, galleggia,
e mai dello Stato

non pesca nel fondo:
che scienza di mondo!
che Re di cervello
è un Re Travicello!

Se a caso s’adopra
d’intingere il capo,
vedete? di sopra
lo porta daccapo

la sua leggerezza.
Chiamatelo Altezza,
ché torna a capello
a un Re Travicello.

Volete il serpente
che il sonno vi scuota?
Dormite contente
costì nella mota,

o bestie impotenti:
per chi non ha denti,
è fatto a pennello
un Re Travicello!

Un popolo pieno
di tante fortune,
può farne di meno
del senso comune.

Che popolo ammodo,
che Principe sodo,
che santo modello
un Re Travicello!

GIUSEPPE GIUSTI