La tempesta

E non m’importa del seme sradicato
dell’alberata braccia protese
dei cavalli
che cento, forse mille, già battono sul muro.
Natura e privilegio m’è l’esserti vicino,
sopra le tempia, uscio del fuoco;
benestante
dell’oro dei capezzoli e dell’ombra del mascara.
M’è privilegio e risa felici, pasto nudo
protervia sdolcinata del fiore che s’allaga.
M’è privilegio come tra l’onde farmi remo
cavare luce e aria con bocca da gigante
con occhi liquefatti e guardinghi.
Ché sicura, tu sei come lettiga in stagione di bufera
come la piaga avvolta nel lino
rossa
scura;
la via di guarigione che, netta, fa l’amore.

Massimo Botturi

Una fiumana in piena

 
col corpo di marea allaga i campi
dell’officina dove s’é introdotta
relegando lo spirito di fiori,
eletta locandiera offre albergo
al sol che passa sotto gli spiragli
e conduce un granello di sabbia
nel guscio di conchiglia di mare
per tradurlo in perla preziosa,
ma presa dal cappio raccoglie
coi muscoli i fiori,
e chiude la porta
del supermercato alimentare
a chi non ha i soldi
per pagare il biglietto,
e sull’attesa scarnificata  
pianta il gonfalone.
Raggiunge la vecchiezza si dipana
da questo assito tumefatto e spoglio
rischiarato da lembo di tramonto
oltre lo sbarramento
e accampa segni
di potere occupare un privilegio
amalgamando suppliche e pretese.

Giuseppe Stracuzzi

I papaveri

Dovessi dirti del tempo ch’è passato
potrei donarti un papavero
accostarlo;
e chiederti la pelle segreta, ciò che resta
di un olio religioso, di un labbro fatto d’acqua.
Ho avuto il privilegio dell’innocenza anch’io
e quel che ho visto ancora mi nutre
e mi fa coro. Lo puoi capire quando ti amo
quando rido, quando mi viene sonno
e non ho timore alcuno.
Lo puoi vedere quando cammino nel vigneto
quando le foglie fanno imbarazzo tra le mani,
quando guardo
il fondo ad occhi aperti, come a una donna nuda
che pettina il suo campo di fuoco
con la luna.

Massimo Botturi

Published in: on gennaio 17, 2012 at 06:56  Comments (7)  
Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Magari

Magari potrei tornare
o partire se tu lo vorrai
E potrei risalire il torrente degli anni
in cerca della tua nascosta sorgente
o arrampicarmi impavido
sull’albero dell’incoscienza
e salire al cielo del tuo viso
per rubare quelle stille di oceano
ed agguantare l’argentea coda
del tuo sorriso sfuggente
Magari potrei scalare
le impervie rupi delle tue labbra
e cavalcare le tue erbose colline
finchè non mi sorprenda
il beffardo risveglio dell’alba
Magari potrei preparare
un giaciglio soffice di frasche
per posarvi tutti i miei sospiri
e accovacciarmi quieto
sulla tua indulgente soglia
per sentire su questo volto rugoso
il privilegio delle tue mani
Magari potrei partire
o tornare se tu lo vorrai
e di nascosto portarti
un vento di cedro e gelsomino
per fare il passo tuo più dolce
e meno amaro il mio cammino

Fabio Sangiorgio

La carezza del mio giorno che muore

Quasi un segno del chiedermi perdono
d’avermi dato accumulo d’affanni,
la carezza del mio giorno che muore
mi consegna nelle mani del tramonto.

Sembra dirmi, mentre sfiora questa cute,
che la sera finalmente sta arrivando
tutta lesta a concedere alla notte
privilegio di vedermi tutto nudo.

La carezza del mio giorno che muore
lascia il passo a sua maestà il silenzio,
a quell’ora in cui mi libero del vento
e la seta della luna io indosso.

Aurelio Zucchi

Published in: on ottobre 2, 2011 at 17:00  Comments (4)  
Tags: , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Perdonami cielo

se piango per stupide cose
se perdo il senso del dolore e lo ricaccio
in giornaliere inconcludenze
avrei da ringraziare per la vita___in sé
per i miei figli, per il loro amore
che mi ritorna e mi conforta a sera
per l’amicizia che mi è stata data
per l’amarezza che non mi ha colpita

quando sento che l’aria si fa rada
il respiro s’incaglia
mi taccio in una bolla di silenzio
e mi dichiaro pronta_______il fatto in sé
non mi spaventa, ho come una certezza
che non finirà mai questa sorpresa
d’infinito riprendere contorni

che sarà mai varcare quella soglia
quando l’han fatto tutti
senza nessuna garanzia di privilegio?
E non è il passo a fare l’andatura
ma il necessario termine______ la sosta
da cui forse rinascere immortali.

Cristina Bove

Geordie


Mentre attraversavo London Bridge
un giorno senza sole
vidi una donna pianger d’amore,
piangeva per il suo Geordie.

Impiccheranno Geordie con una corda d’oro,
è un privilegio raro.
Rubò sei cervi nel parco del re
vendendoli per denaro.

Sellate il suo cavallo dalla bianca criniera
sellatele il suo pony
cavalcherà fino a Londra stasera
ad implorare per Geordie

Geordie non rubò mai neppure per me
un frutto o un fiore raro.
Rubò sei cervi nel parco del re
vendendoli per denaro.

Salvate le sue labbra, salvate il suo sorriso,
non ha vent’anni ancora
cadrà l’inverno anche sopra il suo viso,

potrete impiccarlo allora

Né il cuore degli inglesi né lo scettro del re
Geordie potran salvare,
anche se piangeran con te
la legge non può cambiare.

Così lo impiccheranno con una corda d’oro,
è un privilegio raro.
Rubò sei cervi nel parco del re

vendendoli per denaro.

FABRIZIO DE ANDRÉ

Abbandono confidenziale


Tu abiti la stanza segreta dell’anima
inaccessibile all’altrui sguardo,
in un istante te ne sei impadronito
solo a te è stato concesso il caro privilegio
e adesso è lì che ti vengo a cercare,
nell’immagine del sogno,
è lì che ti sento respirare ,
nell’attesa del nostro incontro,
è lì che ti sento vivo,
nel desiderio di abbandonarci alle nostre confidenze.

Roberta Bagnoli

Published in: on aprile 10, 2011 at 07:36  Comments (11)  
Tags: , , , , , , , , , ,

L’intruso


L’INTRUS
Doi, quat, eut euj
as giro a l’unìsson, o a torn,
e a scruto, ant sò miopìa a spero
an vardand fiss,
se ed vòlte it ses ti – quant ed sossì
ed pì bel del passà ‘d cost mond
ti it sie stàit per lor –
e ancheuj . . . ancora. Contut che a son curà
e anternu ant un ospissi discret,
privilegi ‘d pòchi, nen per tuti. Sensa savéj ed la “grand
fortun-a” tocaje a lor,
a resto delus;
a basso le sguard
dal mè, el sconossù intrus,
nen fieul, nen novod. Lor a speto,
d’un continuo,
el risultat, an tra sòrt e fede,
ant l’ospissi.

§

Due, quattro, otto occhi
si girano all’unìsono, o a turno,
e scrutano, miopemente sperando
guardano fiso,
se sei tu – quanto di ciò
più bello del passato in Terra
tu sia stato per loro –
e nel presente . . . ancora.
Nonostante curati,
trattenuti, in buon ospizio,
privilegio di pochi, non per tutti.
Inconsapevoli
della “grande fortuna” loro toccata,
rimangono delusi;
abbassano lo sguardo
dal mio, lo sconosciuto intruso,
non figlio, non nipote, nessuno.
Aspettano, in continuo, il risultato,
tra fato e fede, della loro culla.

Paolo Santangelo

Published in: on gennaio 8, 2010 at 07:16  Comments (6)  
Tags: , , , , , ,