UMANI: NON CON . . . QUESTI OCCHI

 
che cosa
debbo darvi
come prove:
siete,  siamo,  tutti fasulli  e . . . intanto,
nel remoto remoto,  nessuno leggerà
quello – che è stato scritto – e sarà scritto,
da me,  da voi,  dal  previssuto Alighieri,
anzi da tutti,
ALMENO NON CON . . . QUESTI OCCHI,
.
NON SPECIE, NON PROGENIE,
ALTERANTI
PROBOSCIDI
ACCATTIVANTI CLITORIDI
VITA ESTREMA
FULGIDA
COME UN LAPILLO
E VACUA E VAGA
COME DA ESTERNO FURORE
ETERNO VANO.
.
VINCOLO
PER LA VITA IN CUI NON SIAMO
MA STAREMO PER SEMPRE
FINO A CAPIRE.
.
Oltre l’Anima non c’è nulla
che scende o che sale
verso il Tutto,
l’anonimo astrale
prova
anche lui come noi
da culla del tempo
alla fine del viaggio.
.
Coraggio:
ne abbiamo bisogno,
col sogno dell’ ultimo
abbaglio
la vita terrena per noi.
Travalica i sensi
fittizi
dell’essere umano,
arriva in sinapsi,
di sensi mai occorsi,
che ora son morsi
dal vivere eterno
a noi occulto,
ché ancora
non siamo all’altezza di Loro e di Lui.
Di Lui: leggerà i fatti nostri
– senza occhi –
in un modo diverso.
 

Paolo Santangelo

L’allodola

Nel mio giardino
l’alba filtra tra gli alberi scarni;
le ultime chiazze di neve
dipinge d’un roseo appassito
e smuove le gocce
che scivolano lente
lungo il sentiero
che bacia le sponde del Lys.
Già un tempo,
il vate che a Bolgheri
parlò coi cipressi,
tra queste vallate si perse.
E il suo canto
raccolse il fiume impetuoso
e racchiuse tra gli orridi di Guillemore
scavati tra i monti
nel lungo suo andare.
E un’allodola il verso riprese
e trasmise nel tempo
alla nuova progenie.
E al mattino il gorgheggio ripete
le parole apprese a memoria
e trasmette, da un ramo
d’un vecchio abete arroccato nel bosco,
melodie che sol io
ancora riesco a sentire, e capire,
e su un foglio di carta archiviare.

Salvatore Armando Santoro

Son fors’io

 
 
che ha tanto
ma tanto bisogno
degli altri?
.
E di altro,
altro ancora,
in durata terrena.
E ho fame
e ho sete
e ho sonno
e mi drogo
e mi lodo
e mi ammiro
e m’imbrodo
ed uccido.
.
Come uno zombie
.
Cammino,
senza paura,
perché so.
Perchè devo
sapere
ma ho sonno.
.
Programmato . . .
.
Un atavico sonno
dal passato:
ma non è vero sonno:
è un perpetràr nei secoli
gli affanni
dell’amara progenie,
grazie a quell’ Io,
che gli atei
dichiarano l’Iddio.
.
Ora speriamo
Di poterci ancora,
organizzare
a non far premorire
il nostro mondo Terra.
.
Con cuore grande
.
col sentimento
con i nostri peccati,
e irraziocinio:
grazie o Dio!
.
PRIMO CREATORE
Fin dall’inizio
della fine,
bestialitas mundi?,
dell’eterna alleanza.

Paolo Santangelo

Published in: on dicembre 1, 2011 at 06:55  Comments (15)  
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Eubea

A volte mi diletto
a sognare quel ceruleo mare
dove riposan le ceneri
dei guerrieri Japigi.

E vedo triremi lente andare,
solcare l’Egeo mare
ed approdare sulle itale coste.

Oh, mia progenie,
padri dei miei padri,
invano lacrime verso
sulla patria lasciata.

I Ciclopi
sommergono di massi
i miei pensieri.

Salvatore Armando Santoro

Contro la viltà

Giovani, fino a quando inerti?
Dove avete il cuore?
Qual’onta per tale lassismo!
Qua seduti, tranquilli, come in pace,
e tutt’attorno è tumulto e guerra.

Onore e gloria per chi combatte
i nemici per la patria
e la famiglia.

Avanti, dunque, con cuore impavido,
gagliardi, protetti dallo scudo
prima dell’assalto.

Fuggire alla morte è da codardi,
quand’anche da progenie
d’immortali stirpi.

CALLINO

La vita

il fatto smarrito
nel nulla; ed è questo l’ uomo:
bambino piangente, una culla,
l’ òbito inizia….

Chi ha fortuna gode , pena
chi langue ed in mestizia soffre
(a volte) odiando, perché senza scampo
oppresso è dal più forte:

mastro di cattiverie ed egoismi
atàviche ingiustizie, del creato
a séguito progènie tramandato.

E solo un giusto – buononesto
timorato d’Iddio – retto, probo:
benedetto; se quel giusto esiste,
nel morir può godere della vita –
non solo quella eterna – anche mortale:
scoppio d’ azzurro e strepito di mare.

Ma questo prima d’autodistruzione,
ingorda per qualcuno che s’accresce
in rapporto d’egoismo inquinante,
umana creazione delinquente
e, peggiore realtà, che sempre mente.

Paolo Santangelo

Quaderno chiuso


Sul  chiuso
quaderno  la  stilla
salata,  è  caduta . . .
Sarà,  sarai,  sarò
e  vedo  un  bocciolo  di  rosa
che  ormai  più  non  coglierò.
Sì  morirò.
Come  dice  il  tempo
col  suo  passare  lento,  senza fine,
apparente eterno
ma  inesorabile
di  viva  luce  notte.
E  poi  morrò.
Cuore  va’  più  lento
in questo  intrìco
oscuro,  misterioso
di  questa  valle  piccola,  insidiosa,
fatta  così . . .
E  anch’ io morrò.
Mani  siete  belle,
un  po’  dispiace  pensarvi  disseccate,
mummificate  insieme  a  me,  spolpate,
anzi  cremate.
Eppur  sarà.
Certo  morrò!
Inutile  scongiuro
è  sbeffeggiare  l’ òbito del  “fato”,
or  ti  ho  scoperto
so  che  hai  combinato:
anch’ io  morrò.
La   progènie  umana,
la  luce  e  la  speranza,
sono  la  stanza  d’ aspettativa  il  Vero
non  lo  temo;  né  l’ ho  mai  temuto.
Col  bene  rido del  verdétto
che  ha  detto:  morte  sarà!

Paolo Santangelo