Dall’uovo di Pasqua

Dall’uovo di Pasqua
è uscito un pulcino
di gesso arancione
col becco turchino.
Ha detto: “Vado,
mi metto in viaggio
e porto a tutti
un grande messaggio”.
E volteggiando
di qua e di là
attraversando
paesi e città
ha scritto sui muri,
nel cielo e per terra:
“Viva la pace,
abbasso la guerra”.

GIANNI RODARI

Published in: on aprile 24, 2011 at 07:00  Comments (5)  
Tags: , , , , , , , , , , , , ,

Vento di Pasqua


Fioriscono  vetrine
come le prime margherite a primavera
Abbruculot  (1)
di uova colorate
vibrano  alla  luce
dando riflesso, sugli occhiali dei passanti
sui vetri dei tram, delle macchine
come gli occhi dei bambini
che pescano con tenera emozione
il giallo pulcino
nel continuo frastuono della città
rintocchi di campane sfrecciano
dall’antico campanile
esplodendo come note aculeate
nel bollore del caos
in un attimo
i sospiri si annodano,
si blocca l’immagine
e si sosta nel rintocco
e vento di Pasqua
si radunano i ricordi, si coglie il profumo
il profumo festivo, e un pizzico di nostalgia
di un paesino lontano
l’odore dei dolci
la piazza del paese
la chiesa adornata
e vento di Pasqua

Rosy Giglio

(1)  Abbruculot – dal dialetto di Saracena, paese in provincia di Cosenza -: essere zeppo, pieno, abbondante

A mio figlio (Alla maniera di Saba)


Tu eri come un morbido
pulcino intirizzito,
che a becco spalancato
instancabile implora
il materno soccorso
con grido disperato.
Tu eri come un vispo
cagnetto birichino
che ti saltella intorno
con fare malizioso
per rubare un dolcetto
od un perdono.
Tu eri come un grillo salterino:
ovunque lo rincorri
ti sguscia via
e lo cerchi qua e là
mentre ti fa sentire
quel suo cri-cri
sempre più sbarazzino.
Tu eri come un giovane
orsetto spelacchiato
che cammina un pò goffo
e con la presunzione
di saper tutto fare;
ruba furbastro il miele
ma si ritrova addosso
l’alveare.
Tu  sei come un leone
dignitoso ed accorto:
muove elegante il passo
ed il suo sguardo
con fiera timidezza
ricerca la compagna;
è quello sguardo
dolcissima carezza.

Viviana Santandrea

Treblinka

Mi chiedi, differente dagli altri, come sto.
Qual è il responso dello scrivano,
occhiali blu.
Perché fui come un morto pulcino
e ancora tu, senti la pancia dura
di pietra, giù in corsia.
Ed i settanta e passa son niente, madre mia:
è l’albero dei frutti d’inverno il figlio tuo
un porta a porta mille giornali
un paletot, che presa l’aria è ancora bel nuovo.
Sono qua, che asciugo le posate sul piano
sono qua, la mela in tasca e andare
dopo la ferrovia. E guardo al tempo e al chiaro
che nevichi più in là;
che il treno metta tutte le ossa in fanteria
che impari a stare al mondo anche lui
ci scaldi un po’. E asciughi i vetri
a tregua di campi
abbia pietà, di scarpe e calze acquisto da poco.
Si, anche lui, si faccia come piuma nel viaggio
perché lei, ha un buco nella bocca per aria
ed ora è qua, sulla mia spalla terra straniera.
È qua e va via, addolorata dorme nel ventre
e nel suo dio. Ed è caduto il sangue, l’anello
il petto suo.
Come un compagno morto in trincea
senz’acqua poi
per benedirlo almeno per finta.
Madre, sì

Massimo Botturi