Il piccolo maestro

Fruscio di un pennino
su un quaderno con il bordo rosso
ed una copertina nera,
inchiostro preparato in casa,
memoria passata di autarchia,
scritte sui muri:
“Quaderno e moschetto”
e altre amene allegorie
che non ricordo bene.
Un gran faccione con elmetto in testa
nero dipinto in fondo alla parete
del nostro duce assoluto: Mussolini.
Miasmi intensi d’un refettorio
al piano terra,
odore di latte e di farina di piselli,
che m’hanno disgustato
e che non ho mai più mangiato.
Quaranta e più bambini
a disegnare le aste su un quaderno.
L’austerità di un giovane maestro
con la bacchetta in mano
e gli occhialini tondi sopra il naso.
Ciccio mi fece ridere una volta
e quattro bacchettate a mani tese
raccogliemmo ambedue per punizione.
Poi mi ricordo che tornato al banco
scuotendo le mani pel dolore
Ciccio mi riguardò: si rise ancora.
E nuove frustate ancor più intense
ci levarono il sorriso dalle labbra
facendoci capire che una nuova sfida
non sarebbe più stata conveniente.
Ogni tanto, oggi, ci penso
quando assisto a certe proteste studentesche
che sfilan contestando i professori
e amaramente mi ritorna in mente
quella bacchetta e le mie mani tese.

Salvatore Armando Santoro

Dove siete?

Alle prime poesie perdute

Oh, dove sei tu,
vergine Poesia,
Vestale degli affetti
di me imberbe quindicenne?
Di te ricordo qualche verso:
“Sfavillano le faville del focolare
nel freddo della sera crepuscolare”.
Non sei più in quel quaderno segreto,
buttato un nero giorno nel fuoco.
E tu, oh, dove sei tu,
timida compagna,
Poesia lontana
nel tempo e nello spazio?
Il tuo inizio era:
“Passa la littorina sul ponte
e la valle rimbomba
al suono metallico e sbuffante”.
Non sei più nel cestino
appallottolata.
Dove siete, soavi creature
dell’età mia fatata?
Siete nella sorgente del mio cuore,
da dove all’improvviso scaturite,
fresche polle, a dolcemente lenire
le ferite della vita.

Nino Silenzi

Quaderno chiuso


Sul  chiuso
quaderno  la  stilla
salata,  è  caduta . . .
Sarà,  sarai,  sarò
e  vedo  un  bocciolo  di  rosa
che  ormai  più  non  coglierò.
Sì  morirò.
Come  dice  il  tempo
col  suo  passare  lento,  senza fine,
apparente eterno
ma  inesorabile
di  viva  luce  notte.
E  poi  morrò.
Cuore  va’  più  lento
in questo  intrìco
oscuro,  misterioso
di  questa  valle  piccola,  insidiosa,
fatta  così . . .
E  anch’ io morrò.
Mani  siete  belle,
un  po’  dispiace  pensarvi  disseccate,
mummificate  insieme  a  me,  spolpate,
anzi  cremate.
Eppur  sarà.
Certo  morrò!
Inutile  scongiuro
è  sbeffeggiare  l’ òbito del  “fato”,
or  ti  ho  scoperto
so  che  hai  combinato:
anch’ io  morrò.
La   progènie  umana,
la  luce  e  la  speranza,
sono  la  stanza  d’ aspettativa  il  Vero
non  lo  temo;  né  l’ ho  mai  temuto.
Col  bene  rido del  verdétto
che  ha  detto:  morte  sarà!

Paolo Santangelo

Il pianto dei tamburi

EL LLANTO DE LOS TAMBORES

Escucha el llanto

de los tambores sobre las manos

la conmoción del mar airado

el despertar de la luna demediada

el engaño de un juego de palabras

muerde las líneas de mi cuaderno

que huyen sin sentido

como la otra mitad de la luna

tímida y silente

cuando gritan los tambores.

§

Ascolta il pianto

dei tamburi sulle mani

la commozione del mare adirato

il risveglio della luna dimezzata

l’inganno di un gioco di parole

morde le righe del mio quaderno

che fuggono senza senso

come l’altra metà della luna

timida e silente

quando gridano i tamburi.

MARIO BENEDETTI

A… B… C… D…

Nu fugliett’ ‘e quaderno aggio truvato

ncopp’ a nu marciapiede. Pè capì

che steva scritto me l’aggio pigliato.

Lettere grosse e storte: A… B… C… D…

Mille quaderne, mille guagliuncielle:

scriven’ eguale, ‘o stesso, a chell’età.

Però quanno se fanno grussicielle,

stu carattere eguale chi t’ ‘o dà?

Nun capisco, se guastano p’ ‘a via,

nun trovano cchiù pace… ma pecché?

Stùriano pè cagnà calligrafia

e ognuno scrive cumme vò parè.

Ce hanno criato ‘ na manera sola,

chi cagne è pè superbia,

t’ho dich’j’…

‘E guagliuncielle, quanno vann’a scola,

scriveno tutte eguale: A… B… C… D…

EDUARDO DE FILIPPO

Così fanno le farfalle

in punta d’ala scandiscono il respiro del proprio tempo
il gemito assorto d’un orologio ubriaco che non ha misure eque per entrambe
e se ne vanno come sono venute, senza tante cerimonie, s’affacciano all’istante
per poi ucciderlo. Era stato un dono la primavera, una voce calda e una sana risata
quel parlar di uomini, d’acconciature e di poesia
ora ti stringo al petto e non voglio che te ne vada, mentre con un basta
e un altrove tu – metti l’accento al punto.  ecco il punto, non ho maiuscole nel poi
soltanto un quaderno sterile di comprensione.

Anileda Xeka

Published in: on gennaio 13, 2010 at 07:21  Comments (3)  
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