Il pianeta azzurro

Mille croci
d’argento irradiano
dal mare, in risacca
sugli scogli: raggi
del sole, come dardi
luccicanti di pioggia,
trafiggono,
in continua caduta,
il pianeta azzurro.

Paolo Santangelo

Published in: on marzo 21, 2012 at 06:52  Comments (15)  
Tags: , , , , , , , , , ,

Magna Grecia e dintorni

 
Il Pollino imbiancato
innanzi mi compare.
Su un arido terreno,
contorti come ulivi,
quei pini loricati
profumano già l’aria.
E querce e faggi e cerri
compongon boschi eterni.
.
Vestigia d’un maniero,
a coronar la cresta,
 sovrastano la strada.
La nebbia che m’avvolge
 dissolve selve e prati.
Corro una galleria,
cerco la luce in fondo,
neve e rifugio trovo.
.
Poi verso sud m’appresso.
Svelta la strada scorre
tra forre e casolari
di quell’antica Sila,
prospera di foreste,
da valli lacerata.
 Delle megar le timpe
comprendo il loro arcano.
.
 L’ampio respir del mare
un tuffo al cuor mi dona:
Falerna v’è distesa
e il nome a lei deriva
da quella dolce ambrosia
che consolò Pilato
quando emanò, perplesso,
all’unto ostil sentenza
.
Quell’acque basse e chiare
risplendono di raggi,
 e rendon sfumature
d’ogni color turchese.
Scintilla all’orizzonte
la vela d’una barca
e gridano i  gabbiani,
dal vento sostenuti.
.
Si snoda poi la riva
fino alla Costa Viola,
con Pizzo a quell’estremo
che domina quel lido.
Scendendo l’erta china,
ad ogni suo tornante,
precipitar mi sembra
in quel lucente mare.
.
E’ qui che Gioacchino,
di Napoli re breve
e condottier valente,
da Ferdinando quarto
fu vinto e condannato.
Murat, borbon spregiando,
in un comando estremo
volle il ploton guidare.
.
Volare su quel mare,
correndo su quei ponti,
m’inebria la ragione
e di stupore colma.
Così, lontana, arriva
Scilla  col suo castello.
Innanzi a lei Cariddi,
col suo proteso artiglio.
.
In quell’acque cobalto
Ulisse spiar volle
quelle, che un tempo ninfe,
la gelosia di Circe
in mostri trasformò.
Perciò si fè legare,
 con cera nelle orecchie,
per ingannar sirene.
.
In Reggio alfin riposo.
Le voci di mercanti
ridestan la città.
 E’ come un dolce canto
“A ‘stura v’arrifrisca”.
Panieri giù calati,
ossequio al nuovo giorno,
colgono fichi e gelsi.
.
Da strade strette e scure,
tra voci concitate
e clacson impazziti,
all’improvviso appare
del duomo la gran luce.
Romanico si sposa
con gotico ispirato.
Risplende il suo candore.
.
Ed eccomi al museo.
Fu forse Policleto
oppure il sommo Fidia
che i bronzi un dì crearon ?
Svettanti in una sala,
dal mar guerrier risorti,
benignamente guardano
folle da tutt’il mondo.
.
Quel lungomar ch’è sogno,
percorro un po’ stordito
e nelle ville ammiro
del liberty il retaggio.
Trinacria ora mi chiama.
Il ventre d’una nave,
all’urbe, un tempo felix,
doman mi condurrà.
.
E lascio la Calabria
con nostalgia nel cuore,
terra dimenticata
da tutti i governanti.
Nessuno più ricorda
di Campanella il libro,
nè Repaci od Alvaro.
Da ‘ndrangheta avvilita.

Piero Colonna Romano

 “Pino loricato”: è una conifera, non autoctona ma importata dalla Spagna, presente soltanto in Basilicata. Cresce su terreni di tipo carsico, normalmente in cima ad una montagnola. Albero basso (3, 4 metri) ha l’aspetto contorto dell’ulivo, rami penduli e corteccia particolarmente dura. “Delle megar le timpe”: la Sila è solcata da numerosi valloni che corrono perpendicolarmente all’autostrada. Timpa = vallone, megara = maga, strega. Sull’A3 un cartello avverte che stiamo passando accanto alla “Timpa delle megare”. “A ‘stura v’arrifrisca”: significa “a quest’ora vi rinfrescano” ed è il canto col quale, in ore molto vicine al sorgere del giorno, gli ambulanti offrono gelsi bianchi e fichi. Dai balconi scendono i panieri con dentro i soldi per l’acquisto. E’ un mio ricordo palermitano dell’immediato dopoguerra, e l’ho risentito a Reggio qualche anno fa. “Vos et ipsam civitatem benedicimus”: è la scritta incisa ai piedi d’una stele, al vertice della quale è posta la statua d’una madonna, all’ingresso del porto di Messina. E’ un saluto a tutti i viaggiatori ed un segnale di fratellanza.

Giocai col sole

Quasi piena,
l’estate romana
inondava di luce la mia cucina.
Perfetti raggi,
dalle fessure della serranda a metà
s’andavano a sdraiare sul grigio del tavolo.

Per un po’
mi piacque mettere le mani
sotto quella pioggerella di sole.

Mi incuriosiva
la repentina variazione di tono
dei nastrini di luce sulle dita
che muovevo
senza un preciso ordine
e al solo scopo di farne loro preda.

Che stupido!

A quei bagliori di vita
era da porgere il cuore.
Chissà! Forse avrebbe avuto un sussulto.

Aurelio Zucchi

La bianca signora

La neve è arrivata silenziosa
stanotte e, artista senza tempo,
ha dipinto tetti alberi siepi strade
di bianchi cristalli che brilleranno
ai raggi del primo sole. Ora scende
bianca dal cielo grigio chiaro
che incupisce verso l’orizzonte.
Danza con i suoi fiocchi,
bianche farfalle della mia infanzia,
col vento che volentieri l’accompagna
a passo di valzer su davanzali e terrazze
a spruzzare di bianco il verde dei fiori,
che l’attendono timorosi, a capo chino.
Il suo vestito ampio e arioso
dalle infinite tonalità di bianco
copre la spiaggia e si scioglie
tra le onde fredde e biancastre del mare
che la chiama rauco con voce d’amore.
Volano rapidi e taciti tra i fiocchi vaganti
bianchi gabbiani e merli neri.
Il silenzio è attraversato da qualche
grido felice di bimbo. Un cane abbaia festoso.
E la neve, bianca ed elegante signora,
continua a spargere con la sua bianca mano
bianche farfalle volanti sulla città
raccolta in se stessa e quasi in pace.

Nino Silenzi

Tutto muore al mondo

Tutto muore al mondo, madre e giovinezza
la donna tradisce e l’amico scompare.
Impara ad assaporare una nuova dolcezza
contemplando il freddo circolo polare.

Prendi la tua barca, salpa verso il polo
tra mura di ghiaccio e in silenzio oblìa
come l’uomo ama, lotta e muori solo:
dimentica il paese dell’umana follia.

Ed all’anima stanca insegna, mentre lento
s’impossessa del sangue il brivido del gelo,
che non le serve a nulla questo pianeta spento
perchè i raggi vengono dal cielo.

ALEKSANDR ALEKSANDROVIČ BLOK

Il Po

Da questo fiume pieno di vigore,
da questo fiume, così silenzioso
e così calmo e violento, traspare
una smarrita dolcezza.
Sulle onde imbizzarrite
viaggiano i miei pensieri,
ad occhi chiusi assaporo il fluire
di sensazioni, di emozioni.

Sul sentiero che lo accompagna,
sfilano biciclette frusciando sui ciottoli,
negli orti vicini alcuni cani
comunicano fra loro, dei bimbi
si rincorrono garruli, mentre nel cielo
la luna incomincia il suo apparire.

Io accovacciato su un letto di pietra
assaporo il profumo che emana.
Luke, muso appoggiato
sul mio ginocchio mi osserva.
Alcuni gabbiani volteggiano
ed una coppia di aironi amoreggia sul greto,
in un gioco di piume e volteggi.
Più lontani alcuni pescatori
attendono pazientemente la preda.

Lassù Superga mi osserva,
pare voglia invitarmi a salire,
mio viatico per anni e mio dolore.
La piccola cascata copre ogni rumore
Il sole si allontana, scende dietro i monti,
e la sera incombe dando spazio
ai raggi della luna sempre più
luminosa e lucente.

Le stelle l’accompagnano.
E, fra esse mi fingo
il viso di chi è lassù,
parlo a loro, sorrido e così
appagato torno al mio abitare
mi sdraio sul letto, penso
e rannicchiato in me stesso
finalmente piango.

Marcello Plavier

Visioni asimmetriche

 
 
Un altro giorno di baldoria
dentro questa botte ferrata di pensieri giulivi
dove un violino disaccordato
dimenticava le sue passioni d’amore.
.
Intorno nuvole d’allegoria
si muovevano annichilite da voli di gabbiani
in festa per una barca di gomma piuma
che rifiutava l’acqua del mare.
.
Giovani musulmani in preghiera,
avvinghiati a pietre sconosciute,
sorridevano abbracciando ombre di speranza,
confuse da una pietà senza lacrime.
.
Il grande capo di questa immensità
ordinava a tutti di coprirsi di polvere bagnata
Muti i lamenti, lontani i dolori,
gli occhi socchiusi per tanto splendore.
.
I treni viaggiavano senza fili elettrici
e le rotaie erano scie di fuoco
dove la fede umana moriva in anfratti profondi
di felicità, sposata all’eterno desiderio.
.
Chi guidava i treni super veloci  e trasparenti
guidava anche il mondo che in quest’era post-moderna
andava al rovescio, oltrepassando tutti i muri
fatti  di bugie e i cantastorie erano contenti.
.
Non c’erano fiori perché la cenere
ridondava le sponde della bellezza, consunta
da mani di granchio che graffiavano
i figli appena nati da questa terra martoriata.
.
Gli alberi invece crescevano a dismisura,
sfidando gli aeroplani e i raggi del sole,
abbattuti all’ora del tramonto
da rivoli quieti di una luna stanca.
.
La botte ferrata era sempre piena
Ora rotolava tra sentieri di formiche operose,
schiacciando pietre del tempo futuro,
riflesse nella pioggia benefica di primavera.
.
E gli uomini offesi da rumori strazianti
dormivano, supini, con la meraviglia
che annunciava loro altri giorni di festa
senza bandiere e proclami.

Gavino Puggioni

Ndr: questa poesia, inedita, ha avuto una significativa menzione, con pubblicazione in antologia, al XXVII Premio Mondiale di Poesia Nosside 2011, di Reggio Calabria

Goccioline lucenti

GUZLÉINI  LUZÄNTI

Al cínno ed campâgna
l’avèva cla mèza etè
ch’an s’é né grand e né cén.
.
“Sta in uràccia, Beppe
– ai gèva sô mèder –
brî§a andèr fôra ed nòt parché,
quand l’é bûr,
ai é l’òmen naigher
ch’al pôrta vî i fangén
par vandri ai zénghen!”
.
Acsé Beppe,
prémma d’andèr a lèt,
al s’azardèva apanna
a guardèr al zîl e,
svêlt cme una sajatta,
atravêrs la frè dla fnèstra
l’adacuèva al tlån
dal camiunzén dal zio Gelindo,
armagnànd inbarbajè dal guzléini
ch’i luzèven
såtta i râz dla lóuna.
.
al s’indurmintèva pinsànd:
“E dåpp, i zénghen,
chisamaidóvv nascundarèni
tótt chi cinno?”

§

 
Il bimbo di campagna
aveva quella mezza età
che non si è né grandi e né piccoli.
“Stai attento, Beppe
– gli diceva sua madre –
non uscire di notte perché,
quando è buio,
c’è l’uomo nero
che porta via i bambini
per venderli agli zingari!”
Così Beppe,
prima di andare a letto,
si azzardava appena
a guardare il cielo e,
svelto come un fulmine,
attraverso l’inferriata della finestra
innaffiava il telone
del camioncino dello zio Gelindo,
rimanendo abbagliato dalle goccioline
che luccicavano
sotto i raggi della luna.
Poi
si addormentava pensando:
“E dopo, gli zingari,
chissamaidove nasconderanno
tutti quei bambini?”

Sandro Sermenghi

Al mattino

Appena sveglia
La luce che penetra nella stanza
Gioca ad ombre riflesse sul mio viso che
Con caldo incanto mi chiama

Vieni voglio abbracciarti
Ti offro il mio elisir
Nulla è più grande di me
So che ti inebria il mio baciarti

E io, spalanco i balconi
E respiro l’aria pura che il mattino mi regala

È l’approssimarsi del sole mi
Abbaglia con i suoi raggi
Scostandomi sfumano nel vuoto dello spazio
Innescando carambole al riverbero di un vetro

È l’orizzonte si espande al mio sguardo
Dove scruto lontano
Soffice cotone di nuvole
Che sembrano ovattare le sinuose curve delle colline

Ma l’occhio stacca l’attimo ai colori autunnali
Perdendosi sui tetti dei palazzi, che
Appaiono come iceberg nel tepore del mattino

E io appoggiata a braccia conserte sul ciglio della
Ringhiera, ozio
Sostando i sensi.

Rosy Giglio

T’amo

 

Il profumo d’un tempo
e l’aroma della siepe
del lungo viale
ai raggi del sole cadente
mi inebriano
come quando mi dicesti:
– T’amo –

Nino Silenzi

Published in: on novembre 17, 2011 at 07:42  Comments (6)  
Tags: , , , ,