Mani

Parlano silenziose, scavano a fondo,
come un aratro ad abradere il torpore del silenzioso maggese.
Furtivo, il raggio di sole dà vita alle zolle,
così il calore dà sollievo alle pene,
ai tumultuosi pensieri … celati, in rivolta.
Così, inerme, in prezioso abbandono, la mente s’arrende,
distesa adesso
come docil quadro al suo pittore,
tra le tue mani a cornice,
la pace,
come nella campagna presto al mattino.

Michela Sandrini

Con la catena ferma

Stretto dalla nebbia
come un raggio
chiuso nel cerchio
imbocco l’orizzonte
che conosco
e riconduco il cuore
dove fui tentato dalla vita
per una riga dolce
di memorie…
questo rammentare
penetra l’onda
di un qualche episodio,
procedo zoppicante
lungo l’itinerario
coi propositi
di mutare gli articoli
riesumando i morti
dalla pendice
dove posso volare
con lo sguardo
senza precipitare.

Giuseppe Stracuzzi

Di un sogno già sognato. Luci di pensieri

 
Sorgeva l’alba ed attraverso
il ciel di madreperla, lenta
una nuvola saliva.
.
Nella serenità
di quel mattino splendeva il cielo
ed ogni fiore auliva e come bianca perla
sopra petali e foglie ancor tremava
in ogni stilla  rugiada.
 .
Dolce mese
dei fior, tiepido Maggio, con i tuoi olezzi
erranti,  tuoi profondi tripudi di colori
nelle aiuole … e forse solo azzurri
in altri mondi.
 .
Ecco: squarciando
il velo estremo, un raggio scende
dritto sopra fiori, al sole esultano
le viole. Sorridono i gigli al consueto
dolce amico loro, sotto la pioggia
d’oro, alzando lenti mormorii e bisbigli.
.
Sognavo. Vedevo un’agile persona
andare per i fulgidi sentieri. Incognita
signora, tutta cinta di Luci di Pensieri,
come una fata sospiratabuona.
.
Che Ella sia l’Aurora onde il mondo
s’indora, rivestita di rose, rosa
scesa dal cielo sull’ala pia d’un raggio
a ghirlandare il Maggio di splendori
e profonder d’amor tutte le cose?
.
Era un sogno di luce, già sognato,
un pensiero scendeva dentro il cuore,
un pensiero dolcissimo soave
dalle mie labbra appena mormorato.
.
Ella intese completo il mio tremore
quando caduto prono ai suoi ginocchi
le chiesi: m’ami anch’ora che sei morta?
Intorno a noi tremavan tutti i rami
quand’Ella mi rispose: «Sì», con gli occhi…
.
Erano glauchi i mistici giacinti,
i geràni vermigli. Parean tra lor
più fortemente avvinti esili ciclami
a edere tristi. Le gardenie e i gigli
avevano bisbigli, assieme alle verbene
vaniglie e gelsomino alzavan nel mattino
cantilene d’amor dolci e serene …

Paolo Santangelo

Amore senza età

Se questo amore non conosce età,
io giocherò con te la mia partita.
Sul tavolo verde della tua giovinezza,
punterò tutto il mio passato di uomo,
il mio quieto e noioso presente.
Sarai il mio dubbio e la mia certezza
dopo il tempo del dolore e del silenzio.
Sarò il tuo capriccio di un momento
fatto di voglia di essere amata fino
a quando il vero amore ti cercherà.
Per te risveglierò quell’amore che
per troppo tempo ho dimenticato
pensando che il suo tempo fosse finito.
Sarai il mio immenso dolore urlato
quando il tempo dell’illusione finirà
e di te sentirò il profumo su un cuscino
che stringerò a me senza odiarti.
Sarai, se vuoi, il sole dei miei giorni nuovi,
quello che quando su di me tramonterà
mi consegnerà alla notte dei rimpianti.
La prima alba dopo di te non mi troverà
ad aspettarla sperando di trovarti accanto.
Tornerò nel crepuscolo lento dell’età mia
conservando il tuo breve e caldo raggio
che avrà dato vita al nostro tempo breve,
alla mia dannata e voluta illusione.

Claudio Pompi

Le coccinelle sul filo di grano

Dietro ogni spiga del grano dorato
nascosta è una virgola di cielo.
Scorre sullo stelo,
il passo frettoloso
di gialle coccinelle in fila indiana.

S’arrampicano e giungono su in cima
una dietro l’altra, ordinate.
Sorprese e incantate,
lo guardano, quel sole,
come lì giunto fosse solo allora,

nascosto, prima, dal bosco ombroso e fitto
di gambi lunghi e snelli.

Per nulla impensierite dal tragitto,
sotto le elitre preziose d’arte,
le alette tenerelle
ardon per la voglia di tuffarsi
là dove ancora dormono le stelle,
e avvicinar la fonte incandescente
nel fuoco azzurro, come uccelli in volo.

Fan come la chimera speranzosa
fa, salendo come fumo d’incenso
nel grande spazio della cattedrale:
sale fine colonna e sempre più
si spande e riempie il vuoto
e l’improfuma,
e va a lambire
i vetri colorati dove il sole
entra col raggio polveroso e pare
del ciel la grazia e la benedizione.

Armando Bettozzi

Bellezza

 
Dolce astrazione che
inaspettata giungi
a carpirci i sensi;
talvolta nuda
ti mostri e ingenua
oppure scaltra
con artifici, gesti
o con parole
vario è il fattore
in cui ti manifesti.
Prendi i cuori e li accendi,
doni ad alcuni
tutto il tuo splendore
ad altri solo
una dolcezza amara.
Prodiga oppure avara
vieni e accarezzi
la nostra esistenza
lo spazio di un mattino
mentre già te ne vai.
Ma la tua vera essenza
la sveli al sorgere
di ogni creatura:
sta racchiusa
in quell’attimo
nel bocciolo che schiude
nel primo raggio,
nel tenero stupore
di ogni piccolo nato;
solo lì intatta e pura
lì,  sei principio e fine
tu, la chiave di volta del Creato
è per te che noi siamo.

Viviana Santandrea

Troppo amore

 
La stella
che illumina il mondo 
traspare nei tuoi occhi,
sorpassa il muro
l’anima dilaga
offre luce di sguardi
oltre confini
della competenza…
il tuo sole
abbaglia il vicinato
schiude l’uscio al tepore
dell’innamoramento…
non percepisci il verso
nel bagliore di occhi
che aspettano
un raggio speciale
per potere passare in prima fila…
sulla sponda del cerchio
a raggio uguale
tutte incolonnate le tue mire…
Perciò l’amore passa
dalla stanza affollata
di tuoi versi
senza trovare un punto
per sentirmi
estremamente tuo.

Giuseppe Stracuzzi

Il ritorno del sole

Da troppo tempo aspettavo quel ritorno,
al silenzio delle sensazioni ha posto fine,
ad un concerto di nuova vita ha dato inizio.
Aspettavo quel caldo abbraccio come di chi
troppo tempo è stato lontano da chi l’ama.
Posa il suo raggio sul fasciame di una barca
sull’arenile adagiata come animale che dorme.
Lentamente nell’aria si spande il profumo
del legno dal mare corroso, del ferro di scalmo
di salsedine adorno.
È il profumo del sole che il mare risveglia.
Nell’ora più alta dei panni stesi a lui offerti
come saluto, libera il profumo di pulito,
libera dalla finestra aperta l’odor di cucina
che il desinare prossimo annuncia.
Posa il suo raggio sul prato e dell’erba,
di questa torni a respirar l’essenza.
Si posa sui miei occhi chiusi d’amante
che della sua carezza gode e la sua forza sfida.
Si posa lieve sulla pelle di lei ed il profumo
di questa respiro senza guardarla.
Tutto intorno è dolce calma e di parlar piano
hai voglia per non turbare quel primo incanto.
Meraviglioso giorno per tornare alla vita,
giorno ideale per salutar la stessa con un addio
scritto nel sole con un suo raggio.

Claudio Pompi

Nevicata

Neve morbida
s’imbeve dell’impronta lasciata
ghiaccio fissa per poco la traccia
nuovi fiocchi candidi ricoprono i passi

un pettirosso si nasconde fra i rami
intirizzito dal gelido vento
si ricopre di foglie resistendo al gelo

si staglia fioco un raggio di sole
ragnatele ghiacciate brillano
rispecchiando riflessi arcobaleno

tutto sembra fermarsi silenziosamente
lo sguardo soppesa la purezza
di quel bianco manto

Maristella Angeli

Zirudella della Vaccamatta

ZIRUDÈLA DLA VACAMATA

 
Zirudèla a una fantèsma
d’editåur ch’l’um fa vgnîr l’èsma,
gnint recâpit o letûr,
abunè, baiûc e unûr!
Diretåur Gino Duprè
ch’l’é ardupè in mèz dla strè,
Cló ch’al scrîv sta Vacamata
(ch’ai trarêv una zavâta!)
ló as firmé Banmodabån
e sunâi, ste gran minciån,
Pannadóca e infén Filfrén
tant ch’am véns un mèz smalvén;
pò con Lèctor e Mike Hatt’
l’um fé avrîr al rubinàtt!
Diziunèri e lîber rèr
a druvé par dezifrèr,
par risòlver gl’insgunbiè
e al mesâg’ tótt quant zifrè!
In ajût am vens la Lidia
Lanzarén, che trè l’aczîdia
– s’êren vésst la sîra prémma
pr una zanna can la rémma –
l’am lasé in segreterî
d’avàir dscuért la gióssta vî!
Zirca egli óng’ i êren dla sîra
quand curiåus pió d na braghîra
cminzipié la ciacarè
cun la Lidia, tante inpgnè
int l’arspàndrum ai quisît,
ch’la dscurèva quant dîs prît!
Dapp pió ed trantanôv minûd
am scapé dû trî stranûd
e gli uràcc’ infuganté
svélt la Lidia a ringrazié.
Pò am fiché int la cultûra
e a zarché int la spartûra,
in cantéina int i scatlón
dovv a téggn i lîber bón,
in campâgna ai Prè ed Cavrèra
da mi ziéina pêrla rèra,
par truvèr un alfabêt
ch’s’arvi§éss al quèsi grêc
adruvè int la Vacamata
dal furbàtt ch’al crûv la pgnâta.
Guèrda e zàirca quand eurèca,
bvûda adèsi una ciuféca,
al conpiùter a pensé
e a quî dl’Enel al taché!
Dantr a un mócc’ ed scarabâtel
dapp a Uórd, Fàil e Carâter
zónt in Sìmbol l’um fó cèr
che al furmànt l’era in granèr:
“Int al vèsper dal dsnôv d mâz,
quand s’avséina l’ùltum râz,
Cló l’arîva intànt ch’ai pâsa,
dnanz a la Madòna Grâsa,
ed San Lócca la Madòna
ch’pôrta piôva ed aria bôna!”
E a la Lidia ed Lanzarén,
masstra ed cinno grand e cén,
che dal grêc l’avé l’idéa
i é da fèri… un’epopéa!
Quand fó vèner dsdòt ed mâz
am sintèva mât cme un sdâz:
bôna nôva, mé a pinsé,
parché zêrt, arêv zurè,
l’Ebdromedèri é arivè!
zà int la pòsta andé d vulè
e int na bóssta pajaréina
i era al “Fói” ed chèrta féina,
mo int la pàgina secånda
n’i era brîsa gnanc un’ånda
dal mesâg’ tótt quant zifrè
che mé asptèva! E acsé intignè
l’indmàn sîra in Saragoza
dnanz ala Madóna Grâsa
drétt smagnåus a srêv andè
pr incuntrèr… l’Innuminè!
Mai dîr gât s t an l’è int al sâc,
e al progèt l’andé a tarsâc,
parché al sâbet la mi amråusa,
che mé ai fîl par fèrla spåusa
fén da quand fónn in America
dantr a Disni in teleférica,
la mi amràusa quand l’um vdé
biånda e sacca la cmandé:
“Al Salån dal Pass Zelèst,
môvet, svélt, ch’al n’é pió prèst!”
A cal pónt l’um fó inpusébbil
cgnósser cl’Èser Invi§ébbil
haccatìtipi://Bim.tu/
vacamata – ch’i én pió ed dû? –
che in bulgnàis al fà la gâta
e al mitrêv “só par la râta”,
e ch’al dscårr d Bonzi e Biancån
cm’ed Rufén, Pzôl e zambån;
dla batâglia dal Primèr
ed Gîg Longhi al marinèr,
dal “spziarî” ed Nén Marcàtt
o ed Zarvlè nostr architàtt;
pò ed Nasìca détt Majàn
cme d’Ermete, Tstån e Uriàn,
ed Gandåulf ch’l’avèva al Cåurs
e dla Flèvia dla vî dl’Åurs!
Dal teàter pr al dialàtt
Cló as fà un trésst mègher quadràtt;
dla prunónzia ed zért atûr,
di chepcómic e di autûr,
Cló as in dîs d tótt i culûr:
a san pròpi armès al bûr!
Un mazlèr o un chepstaziån,
Gianni o Ànzel, cal “Sdundlån”,
Adri o Elio cal “Maicàtt”:
mo chi él ste “Fapugnàtt”?
Él Carpàn cantànt bagiàn,
o él Tén barzlatta in man?
Fôrsi é Sandro opûr Vidèl,
o un sugèt ed S. Rafèl?
Mo s’al fóss Lîvra Gigèn
Cló ch’l’ha l’èpis birichén?
Oh! i é un grâs tåurd ch’l’ûrla e al zîrla,
dånca qué l’é åura ed finîrla!
Zért ai é di èter scritûr
in bulgnài§, str’al cèr e al bûr,
mo quall ch’vèl l’é avàir na vétta,
col conpiùter só in sufétta
o nés pr aria in strè Mazåur,
in dialàtt e con dl’amåur!
Pò ed Budri in Piaza bèla
toc e dài la zirudèla!
 

§

Zirudella a una fantasma
d’editore che mi fa venir l’asma,
niente recapito o lettori,
abbonati, soldi e onori!
Direttore Gino Delprato
ch’è nascosto in mezzo alla strada,
Colui che scrive sta Vaccamatta
(che gli tirerei una ciabatta!)
lui si firmò Benmadavvero
e scemo, sto gran minchione,
Pennadoca e Fildiferrino
tanto che mi venne un mezzo malore;
poi con Lector e Michele Cappellaio
mi fece aprire il rubinetto!
Dizionari e libri rari
consultai per decifrare,
per risolver le incrociate
e il messaggio tutto cifrato!
In soccorso mi venne la Lidia
Lanzarini, che gettata l’accidia
– c’eravam visti la sera prima
per una cena con la rima –
mi lasciò in segreteria
d’aver scoperto la giusta via!
Circa le undici eran di sera
quando curioso più d’una pettegola
cominciai la chiacchierata
con la Lidia, tanto impegnata
nel rispondermi ai quesiti,
che parlava quanto dieci preti!
Dopo oltre trentanove minuti
mi scapparno due tre sternuti
e con le orecchie infuocate
svelto la Lidia ringraziai.
Poi mi misi nella cultura
e cercai dentro la madia,
in cantina negli scatoloni
dove tengo i libri buoni,
in campagna ai Prati di Caprara
da mia zia donna preclara,
per trovare un alfabeto
che rassomigliasse al quasi greco
adoperato nella Vaccamatta
dal furbetto che sta in camuffa.
Guarda e cerca quando eureka,
bevuta adagio una ciofeca,
al computer io pensai
e a quelli dell’Enel lo attaccai!
Dentro a un mucchio di carabàttole
dopo Word, File e Caratteri
giunto in Symbol mi fu chiaro
che avevo trovato la soluzione:
“Al vespro del 19 maggio,
quando s’avvicina l’ultimo raggio,
Colui arriva mentre passa,
davanti alla Madonna Grassa,
di San Luca la Madonna
che porta pioggia ed aria buona!”
E alla Lidia Lanzarini,
maestra di bimbi grandi e piccini,
che del greco ebbe l’idea
c’è da farle… un’epopea!
Quando fu venerdì 18 maggio
mi sentivo matto come un setaccio:
buona nuova, io pensai,
perché certo, avrei giurato,
l’Ebdromedario è arrivato!
Giù nella posta andai di volata
e in una busta paglierina
c’era il “Foglio” di carta fine,
ma nella pagina seconda
non c’era neanche un’onda
del messaggio tutto cifrato
che io aspettavo! Ed irritato
l’indomani sera in Saragozza
dinanzi alla Madonna Grassa
dritto agitato sarei andato
per incontrare… l’Innominato!
Mai dir gatto se non l’hai nel sacco,
e il progetto andò a catafascio,
perché il sabato la mia amorosa,
che io filo per averla sposa
fin da quando fummo in America
dentro a Disney in teleferica,
la mia amorosa quando mi vide
bionda e secca comandò:
“Al Salone del Pesce Azzurro,
muoviti, svelto, che non è più presto!”
A quel punto mi fu impossibile
conoscere quell’Essere Invisibile
http://Beam.to/
vacamatta – che sono più di due? –
che in bolognese sta sornione
e lo metterei “su per la salita”,
che discorre di Bonzi e Bianconi
come di Ruffini, Pezzoli e Zamboni
della battaglia del Primaro
di Luigi Longhi il marinaro,
delle “spezie” di Nino Marchetti
o di Cervellati nostro architetto;
poi di Nasìca detto Majani
come d’Ermete, Testoni e Oriani,
di Gandolfi che aveva il Corso
e della Flavia di via dell’Orso.
Del teatro per il dialetto
Colui ci fa un triste magro quadretto;
della pronuncia di certi attori,
dei capocomici e degli autori,
Colui ce ne dice di tutti i colori:
siamo proprio rimasti al buio!
Un macellaio o un capostazione,
Gianni o Angelo, quel “Perdigiorno”,
Adri o Elio il “Villanello”:
ma chi è questo “Prendingiro”?
È Carpani cantante baggiano,
o è Tino barzelletta in mano?
Forse è Sandro oppur Vitali,
o è un tipo di S. Ruffillo?
Ma se fosse Lepri Luigino
Colui che ha il lapis birichino?
Oh! c’è un grasso tordo che urla e zirla,
dunque qui è or di finirla!
Certo ci sono degli altri scrittori
in bolognese, sull’imbrunire,
ma ciò che vale è avere una vita,
col computer su in soffitta
o naso per aria in strada Maggiore,
in dialetto e con dell’amore!
Poi di Budrio in Piazza bella
toc e dai la zirudella!
 

Sandro Sermenghi

Published in: on febbraio 10, 2012 at 07:10  Comments (2)  
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