Miraggio

Afferrami la mano
e trascinami per le strade
del mondo
dove è ancora possibile
cogliere tenui tremori di pelle,
brividi gioiosi di felicità
racchiusi in fragili conchiglie
di argilla ricamati sulla rena
d’una spiaggia solitaria.

Ascolta con me
il mare che sussurra sui sassi
o urla tra gli scogli
parole d’amore
che solo tu ed io comprendiamo.

Fatti accarezzare dall’acqua
della risacca
che scivola sul tuo corpo
abbandonato su una roccia
baciata dal sole.

Ripetimi per un attimo
le parole d’un tempo
spogliate dal peso degli anni
ch’io ritrovi la mia primavera
e possa ancora guardarti negli occhi
mentre mi sorridi
e m’allunghi un sorriso.

Salvatore Armando Santoro

Minuetto

Che cos’ho?
Non lo so.
Mi pervade
un’ignota pena.
Sono immerso
in grigia rena
sbriciolata
d’ovattati sentimenti,
da parvenza ingannati
di reale inesistenza.

Danza malinconia
nell’aperto spazio,
mentre il sole caldo ascende
indifferente
sui pensieri in balìa
del perché così sia.

Il sussurro delle fresche
foglie batte il tempo
suadente, liberando
la mia mente
finalmente
dal grigiore arrugginito
di questa vita sempre
più desiderata, sempre
più amata.

Che cos’ho?
Non lo so.
Mi pervade
un’ignota gioia:
della vita non ho
più noia e di slancio
rido, e amo
della vita il ricamo.

Nino Silenzi

E IO CANTO IL GABBIANO BANALE


E io canto il gabbiano
banale e perduto
canto lo scoglio muto
poco frequentato dall’umano
il mare di sera o fuori stagione
praticato dall’innamorato
o dal coglione
dall’ultimo romantico
con poco senso pratico

azzurrabianca

§

Che ne dite, gente che frequenta poesia, dei gabbiani? I primi giorni caldi, anticipo di stagione, mi hanno portata al mare. E vi dico che non è niente male passeggiare verso sera alla riva coi gabbiani che planano agli scogli, con la luce rosata del tramonto. I gabbiani, tanto citati in poesia e canzone da farli poi rifiutare, indicati come clichè trito e quindi aborriti. Ebbene, consapevole di questo, ne voglio comunque parlare. Perchè? E come si può dimenticare “L’albatro” di Baudelaire, mentre i tuoi passi solitari sulla rena umida lasciano impronte subito cancellate dal mare, e sei tutt’uno con la natura, e ti senti respirare in quel vivere?

Alessandra Generali

All’arenile

Ti ravvisai un dì seduto all’arenile
privo di augurali pensieri, rilassato quasi,
in malinconica lucida rassegnazione.
La schiena provata, nuda, dignitosa insieme
non chiedeva favore, convessa se ne stava
in accoglienza d’amarezze sue percorse.
Poca conoscenza d’acquietante pienezza
così da affiorare priva di clamore, umida,
sulle creste saline di gocce fra le tue ciglia,
pesando in solitudine gli anni, raggranellandoli,
come a tenere la sabbia sospinta da un soffio.
A lungo, immobile, contemplai il tuo profilo,
un che di noto aveva, di familiare allo sguardo
che raro propinavo scontenta alla mia vita.
In te mi riconobbi e irrefrenabile provai
l’impulso attonito di sederti accanto,
di scorrerti il mio braccio intorno al collo
e con te ultimare la linea curva interrotta
del cuore che tracciavi sulla rena.

Daniela Procida

Spaggia di Oplonti


Dardeggia nel cielo
l’astro brillante,
la gente distesa
sulla rena cocente.
Il mar che fermenta
di luce accecante,
il bagnasciuga
che cambia
di colore costante
L’azzurro ed il nero
si sposano ad arte
creando fusione
di simbiosi perfetta.
Arride alla natura,
che l’ha cosi dipinta
l’antica spiaggia…
della città di Oplonti

Ciro Germano

Published in: on febbraio 25, 2011 at 07:24  Comments (2)  
Tags: , , , , , , , , , , , , , , , ,

Tra il giorno e la notte

Ti ritrovai,
nell’orfica battigia,
proprio
tra il giorno e la notte,
di un mio miraggio
spiaggiato.

Immobile,
l’oceano attendeva,
pacifico, un palpito
e il levigato planare
d’albatri assordanti;
ma il loro volo
sminuzzato
dal ristagno del tempo
stramazzava, tarpato,
ai miei piedi argillosi

Solo la tua immagine,
folle di Sole,
delirante di stelle
danzava,
tra il giorno e la notte,
proprio
sulla rena deserta,
fradicia
della mia malinconia

Flavio Zago

Published in: on febbraio 23, 2011 at 07:28  Comments (2)  
Tags: , , , , , , , , , , , , , , , ,

III Epilogo

Sentivo lo scricchiolio,

nel buio, delle mie scarpe:

sentivo quasi di talpe

seppellite un rodio

sul volto, ma sentivo

già prossimo ventilare

anche il respiro del mare.

Era una sera di tenebra,

mi pare a Pegli, o a Sestri.

Avevo lasciato Genova

a piedi, e freschi

nel sangue i miei rancori

bruciavano, come amori.

M’ approssimavo al mare

sentendomi annientare

dal pigolio delle scarpe:

sentendo già di barche

al largo un odore

di catrame e di notte

sciacquante, ma anche

sentendo già al sol, rotte,

le mie costole, bianche.

Avevo raggiunto la rena,

ma senza avere più lena.

Forse era il peso nei panni,

dell’ acqua dei miei anni.

GIORGIO CAPRONI