Le ortensie

Sembravano tuonare, le ortensie, nel giardino
quando nascosti bene per gioco là amavamo
fare come gli uccelli che s’alzano, improvvisi
per correre alla tana da tutti noi decisa:
la bocca di una vecchia fontana.
Era settembre
il fresco delle sei della sera ci incontrava
come le madri uscite dagli stabilimenti,
pronte a dettare burro e due cose per bottega.
Un’ora solamente e poi casa, era settembre
il rischio grande d’esser felici a poche cose:
i fuochi per il santo, le bancarelle e i dolci.
Il rivolo che s’era formato il nostro fiume
la meliga e le vecchie robinie un po’ Salgari.
E poi i saluti dalle ringhiere
giù in cortile, le bici incatenate, i gatti rossi usciti
a fare scorta d’ultime luci
e poi la notte.

Massimo Botturi

Carillon

Si, ciò che vedi risponde a verità:
piegato sui ginocchi non sono Medjugorie,
nemmeno il rabdomante di Creta
un elfo
un dio.
Ma il ragazzino andato a bottega,
ultima fila, la scatola del latte
su in alto
in punta dita.
Sono il libretto inciso del debito perenne
la strada verso il buio improvviso
e un’altra strada
il passo falso e il tutto versato.

E poi mia madre
che trova me riverso nel sangue della neve.

E quel che vedi è come un tic tac
un carillon
la storia che ritorna a vestirmi di quaggiù
di maglie regalate a Natale
e date via, qualche stagione dopo
a chi viene dopo me.

E quel che vedi è il sole negli occhi
la palla alle robinie, sgonfiata
lei che va
braccetto alle sue amiche, a ridere di me.

È questa stanza in cima alla via, i prati
poi.
La vecchia col bucato che vive ancora un po’
piena di guai e dolori
di freddo
di poesia: ché ha un nido sulla testa
lo vedo solo io.

Massimo Botturi

Published in: on gennaio 2, 2010 at 07:22  Comments (5)  
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