Sera

S’àncora la vela
Vola la falena
Plana l’aquilone

Canta il grillo all’aria una canzone.

Sfreccia giù una stella
Dondola la culla
Dorme la farfalla

Muggono i sospiri nella stalla.

Corrono le ruote verso casa
per strade scure o poco illuminate
nella sera spalmata a distesa.

Poi le ore portano la notte
che s’empie di gioventù fremente.
Volano i pensieri, e nella mente
nasce una preghiera al buon Gesù.

Armando Bettozzi

Cantavano le donne

EXPOSICION   (Pange lingua gloriosi corporis misterium)

Cantaban las mujeres por el muro clavado
cuando te vi, Dios fuerte, vivo en el Sacramento,
palpitante y desnudo, como un niño que corre
perseguido por siete novillos capitales.

Vivo estabas, Dios mío, dentro del ostensorio.
Punzado por tu Padre con aguja de lumbre.
Latiendo como el pobre corazón de la rana
que los médicos ponen en el frasco de vidrio.

Piedra de soledad donde la hierba gime
y donde el agua oscura pierde sus tres acentos,
elevan tu columna de nardo bajo nieve
sobre el mundo de ruedas y falos que circula.

Yo miraba tu forma deliciosa flotando
en la llaga de aceites y paño de agonía,
y entornaba mis ojos para dar en el dulce
tiro al blanco de insomnio sin un pájaro negro.

Es así, Dios anclado, como quiero tenerte.
Panderito de harina para el recién nacido.
Brisa y materia juntas en expresión exacta,
por amor de la carne que no sabe tu nombre.

Es así, forma breve de rumor inefable,
Dios en mantillas, Cristo diminuto y eterno,
repetido mil veces, muerto, crucificado
por la impura palabra del hombre sudoroso.

Cantaban las mujeres en la arena sin norte,
cuando te vi presente sobre tu Sacramento.
Quinientos serafines de resplandor y tinta
en la cúpula neutra gustaban tu racimo.

¡Oh Forma sacratísima, vértice de las flores,
donde todos los ángulos toman sus luces fijas,
donde número y boca construyen un presente
cuerpo de luz humana con músculos de harina!

¡Oh Forma limitada para expresar concreta
muchedumbre de luces y clamor escuchado!
¡Oh nieve circundada por témpanos de música!
¡Oh llama crepitante sobre todas las venas!

§

Cantavano le donne lungo il muro inchiodato
quando ti vidi, Dio forte, vivo nel Sacramento,
palpitante e nudo come un bambino che corre
inseguito da sette torelli capitali.

Vivo eri, Dio mio, nell’ostensorio
trafitto da tuo Padre con ago di fuoco,
palpitando come il povero cuore della rana
che i medici mettono nel fiasco di vino.

Pietra di solitudine dove l’erba geme
e dove l’acqua scura perde i suoi tre accenti,
alzano la tua colonna di nardo sotto la neve
sopra il mondo che gira di ruote e di falli

Io guardavo la tua forma deliziosa fluttuante
nella piaga d’oli, nel panno d’agonia,
e socchiudevo gli occhi per centrare il dolce
tiro a segno d’insonnia senza un uccello nero

E’ così, Dio accorato che voglio averti,
tamburello di farina per il neonato
brezza e materia unite in espressione esatta,
per amore della carne che non sa il tuo nome.

E’ così, forma breve d’ineffabile rumore,
Dio in fasce, Cristo minuscolo ed eterno,
mille volte ripetuto, morto, crocifisso
dall’impura parola dell’uomo che suda.

Cantavano le donne nell’arena senza guida,
quando ti vidi presente sopra il tuo Sacramento
Cinquecento serafini di splendore e colore
nella cupola neutra gustavano il mio grappolo

O Forma consacrata, vertice dei fiori,
dove tutti gli angoli prendono luci fisse
dove numero e bocca costruiscono un presente
corpo di luce umana con muscoli di farina!

O Forma limitata per esprimere concreta
moltitudine di luci e clamore ascoltato
O neve circondata da timpani di musica!
O fiamma crepitante sopra tutte le vene!

FEDERICO GARCIA LORCA

(da Oda al Santisimo Sacramento del Altar – Traduzione di Marcello Plavier)

Suono di pioggia


si sta bene
sotto le onde d’oca
ascolto quel rumore diverso
come un ballo festoso
cambiano i suoni, i ritmi, di
quel scrosciare imprevedibile
un rito che invoca tacchi di flamenco
sferzate di luce piena
disegnano lance in volo
e corde d’acciaio precipitano
balzando a zampillo
ruote schiacciano a ventaglio
vuoti riempiti
e suoni si ripetano, anche nella mente
tra ricordi di baci bagnati,
una pioggia, gustata
nella placida pigrizia

Rosy Giglio

I poeti

Ci sono al mondo i superflui, gli aggiunti,
non registrati nell’ambito della visuale.
(Che non figurano nei vostri manuali,
per cui una fossa da scarico è la casa).

Ci sono al mondo i vuoti, i presi a spintoni,
quelli che restano muti: letame,
chiodo per il vostro orlo di seta!
Ne ha ribrezzo il fango sotto le ruote!

Ci sono al mondo gli apparenti – invisibili,
(il segno: màcula da lebbrosario)!
ci sono al mondo i Giobbe, che Giobbe
invidierebbe se non fosse che:

noi siamo i poeti – e rimiamo con i paria,
ma, straripando dalle rive,
noi contestiamo Dio alle Dee
e la vergine agli Dei!

MARINA IVANOVNA CVETAEVA

In memoriam

Be near me when my light is low,
When the blood creeps, and the nerves prick
And tingle; and the heart is sick,
And all the wheels of Being slow.

Be near me when the sensuous frame
Is rack’d with pangs that conquer trust;
And Time, a maniac scattering dust,
And Life, a Fury slinging flame.

Be near me when my faith is dry,
And men the flies of latter spring,
That lay their eggs, and sting and sing
And weave their petty cells and die.

Be near me when I fade away,
To point the term of human strife,
And on the low dark verge of life
The twilight of eternal day.

§

Stammi vicina quando la mia luce si sta spegnendo
quando il sangue mi scorre lento e i nervi mi pizzicano
e formicolano, e il cuore è malato
e tutte le ruote dell’essere sono lente.

Stammi vicina quando il corpo sensuale
è tormentato dai dolori che sconfiggono la fiducia
e il Tempo un maniaco che sparpaglia la polvere
e la Vita una furia che getta le fiamme.

Stammi vicina quando la mia fede si sarà prosciugata
e gli uomini le mosche della primavera inoltrata
che depositano le uova e pizzicano e cantano
e tessono le povere cellule e muoiono.

Stammi vicina quando mi spegnerò
per porre fine alle fatiche umane
e sul ciglio basso e buio della vita
il crepuscolo della giornata eterna.

ALFRED TENNYSON