Destino e libero arbitrio

 
Ecco quel che idearon,
antichi savi greci,
per fiabe raccontare
a lor concittadini:
.
Clothò tesseva un filo.
Làchesis l’avvolgeva
attorno al corpo umano
e vita gli donava.
In tempo stabilito,
Atròpos,  con cesoia,
quel filo recideva,
ponendo fine al duolo.
.
Ma tutta questa storia,
da saggi progettata
per ingannar balordi,
ebbe un  proseguimento.
.
Un giorno in Palestina
da immacolata nacque
uomo pien di carisma
ed ordine rimise.
Lui vide l’ingiustizia
ed elencò peccati
regole e norme emise.
Conformemente visse.
.
Però per gli altri il cuore
avea d’amor stracolmo,
così  regole e  norme
flessibili egli rese.
Donò libero arbitrio
a tutti i suoi seguaci.
Di questi fu la scelta:
seguirle o interpretarle.
.
Ma ci pensò Ireneo,
alcuni anni dopo,
a sceglier tra i vangeli
quelli più confacenti,
più convenienti a chiesa
allora in formazione.
Suggestionar le  menti
 serviva a quel potere.
 .
Così,  frammezzo a tanti,
scelse quelli opportuni,
quelli  magnificanti
l’umanità del Cristo.
Degli altri documenti,
parlando di scintilla,
un grande rogo fece.
.
Chiesa volle premiarlo
rendendolo suo padre.
.
Ma il tempo galantuomo,
tra Nag Hammady e Qumran
ci rese quei volumi
facendoci più edotti.
.
Così potremo sceglier
tra umanità e divino,
tra libero pensiero
e sorte d’altri scritta.

Piero Colonna Romano

Un sogno mi ha preso

un sogno mi ha preso sottobraccio
ma io non ricordo i sogni
era un arcobaleno di luci
a cui non ero abituato
una nebulosa m’era attorno
ma non era oscura
era un arcobaleno di colori
a cui non ero abituato
s’aprì un sipario di pensieri
alcuni saggi
inutili i più
che mi destarono
nel fastidio che provavo
a leggere di quel che si nutre
l’umana vanità

sono diventato ombra
aprendo gli occhi
ho chiuso quel sipario
scoprendo il nulla
che mi ha circondato

Gavino Puggioni

Published in: on novembre 27, 2011 at 07:12  Comments (6)  
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Egregi signori…

 
Noi, egregi signori,
ci scapestriamo in atti di perbenismo agguerrito
laddove la consumazione dei pasti  poeticamente romanzati
si svolge in Tavole Rotonde di Circoletti Viziosi
Gareggiare di “reminiscenze” nell’ogni giorno indebolito
di malattia planetaria sprofondiamo nella miseria
d’un saper guardare attraverso un minuscolo buco di serratura
costruendo lungometraggi di pensieristiche considerazioni
battendo col martello di parole cervelli
perché l’intelligenza ha  sapore metallico, scuote scuoiando
emotive sensibilità nella loro inferiorità.
Ancora si assiste a genocidi aberranti
nei silenzi politici d’intese democratiche
mentre nei deserti diversificati dalle loro naturali scenografie
spuntano cadaveri con i loro maleodoranti diritti negati.
Nessun tramonto, nessuna alba fredda o calda
nessun mare o lago o terra di fango di fiori e di cemento
merita l’assistenza di cuori deboli che sprofondano in girotondo astemio.
Egregi Signori
noi sempre gravidi di buoni propositi,
noi sempre protagonisti della nostra storia,
noi sempre portatori di (favolose) intimità,
noi sempre nascosti dietro il voler comprendere,
noi sempre egregiamente ci troviamo
a nascondere sotto la copertura della codardia
poesie romanzi trattati e saggi
in un’enciclopedia mai sfogliata
perché al minimo accenno d’orrore
maltrattiamo la verità nelle sue architettoniche
lingue esauste di umiltà.

Glò

Un matto indimenticabile

UN MÂT INDIMENTICÂBIL

L’andèva in gîr pr i prè
a tèsta bâsa
e cûl al’èlta,
cåntracuränt,
e quî ch’i pasèven,
in frazza cme del sajatt mo,
incunsapevolmänt,
sänza traguèrd,
i al deridèven sughignand:
– L’é mât! l’é mât! l’é un miserâbil!
cun tótta cla verdûra ch’l’an cåssta gnínta
al’iper
scuizères i vintrón
par cojjer trî streccapoggn! –
Mo
la zant, låur,
i sâg’, i récc,
in savèven brisa che ló,
såtta la camîsa,
l’aveva ancåura un côr,
un tesôr ch’al sbattèva furiosamànt
quand,
dåpp avair zarchè/guardè col dîda
int al prè,
ed pónt in bianc stra la móccia
al truvèva, l’ammmmirèva,
una viulatta un quederfòi,
o una furmighénna cun na brisla
in spâla,
o un grapadén d ûc’ dla madòna zilèst,
o rusè!
Par ló,
al sugnadåur,
quasssta l’éra LA VÉTTA!
Par låur,
i prâtic, i concrét,
ló l éra… UN MÂT!
E la vétta l’andèva avanti:
fén a quand?

§

Andava in giro per i prati
a testa bassa
e culo all’alto,
controcorrente,
e quelli che passavano,
in fretta come delle saette ma,
inconsapevolmente,
senza traguardo,
lo deridevano sogghignando:
– È matto! è matto! è un miserabile!
con tutta quella verdura che non costa niente
all’iper
schiacciarsi il ventre
per cogliere tre radicchi matti! –
Ma
la gente, loro,
i saggi, i ricchi,
non sapevano che lui,
sotto la camicia,
aveva ancora un cuore,
un tesoro che sbatteva furiosamente
quando,
dopo aver cercato/guardato con le dita
nel prato,
di punto in bianco fra il mucchio
trovava, ammmmirava,
una violetta un quadrifoglio,
o una formichina con una briciola
in spalla,
o un grappoletto d’occhi della madonna celesti,
o rosati!
Per lui,
il sognatore,
quesssta era LA VITA!
Per loro,
i pratici, i concreti,
lui era… UN MATTO!
E la vita andava avanti:
fino a quando?

Sandro Sermenghi