Poeti di fiducia

 
Abbiamo traversato
150 anni
narrati dai poeti
italiani: evvviva!
Emozionanti scritti,
fiumi folli palloni,
dilanianti poesie,
illustrazioni d’oro,
salti saettanti vite,
sterili accattivanti
promesse dentro albe
in fretta tramontate.
Animazioni colte
non so se ben raccolte
oppur se in sogno accolte:
certo la vita regge,
ma come regge, fugge?
Il popol del Cantiere
starà al tavolino
per un gelato caldo
siccome noi vorremmo
che questa nostra Italia
svegliassesi dal sonno:
oh quante amare pillole
i vati han combattuto,
facciam piazza pulita
lecchiamoci le dita
e su a governare
vogliam ora mandare
Poeti di Fiducia!
Si risvegli il Cantiere
e il Verbo Scintillante
penetri dappertutto:
riavrem l’Italia Nuova
e un Buon Paniere d’Uova!

Sandro Sermenghi

Saltimbanchi

Bum! Bum! Bum! Fuori ragazzi!

Ecco in piazza i saltimbanchi!

Spiccan salti, lancian lazzi;

vien dal rider male ai fianchi.

Bum! Bum! tuona la grancassa,

la trombetta rauca strepe.

Ecco, fermasi chi passa,

altri accorrono e fan siepe.

A slargare il cerchio intorno

della banda il capo or gira,

suona in faccia a tutti un corno,

ed indietro ognun si tira.

Quella banda si compone

d’un pagliaccio infarinato

con in testa un berrettone

bianco, lungo, acuminato;

d’una donna macilente,

dalla strana acconciatura,

che con voce sonnolente

indovina la ventura;

v ’è un ragazzo capelluto,

che a far ridere si sforza;

ma il meschino è sordo e muto

saltator di prima forza,

Viene infin Lulú, ch ’è un cane

barboncin di buona scuola;

par che dica: “Oh Dio, c ’è pane?”

ma gli manca la parola.

Questa banda pel paese

già da un mese in giro va,

con la fame ell ’è alle prese

ma com ’andar via non sa.

È domenica. Ha piovuto,

e bagnata è ancor la piazza;

Roro, il bimbo capelluto,

e Lulú, cane di razza,

al comando del pagliaccio

spiccan salti in sú e in giú.

“Roro, lèvati su un braccio!

Lulú, opla! opla! sú”

Roro or via di tra ’ ginocchi

si fa uscir la testa; caccia

fuor la lingua, strizza gli occhi,

si contrae tutta la faccia.

Ognun ride, a ognun fa pena,

ma nessuno un soldo dà

a quel bravo Roro appena

col piattello in giro va.

Muto ei guarda quella gente

senza cuor, guarda la mano

tesa indarno, e mestamente

la reclina piano piano.

Dai balconi ah non scappate

anche voi, cari bambini!

Se v ’han fatto rider, date,

date un soldo a quei tapini!

LUIGI PIRANDELLO

A Senhal


A  CLÎ

Quand l’è tänp ed caranvèl
fèr di sèlt sanza grinbèl
pò cuntént andèrsen vî
in silänzi e in pónta ed pî
a zarchèr una caśleńna
dóvv tafièr un’anadréńna
e vulèr såtta un linzôl
par magnèr sfrâpl e raviôl!
Pò, in sta mûśica fiuré,
lûv biasèr un dåulz candé
dåu fritèl cån sî grasû
e ala lómm di mirasû
chèld gustèr ranûc’ cån Clî
ch’la s fa vgnîr la freneśî,
ch’l’é l’insónni d nôstra vétta,
che però l’é tante drétta
ch’an s’ariès mai ed ciapèrla,
pzigutèrla e intànt baśèrla!
L’é un źarmói, l’é un sprucajén,
l’ha del cûruv da viulén
l’é una źòja l’é un zriśén ,
cån Clî psairi ciacarèr
cån Clî psairi anc źughèr,
la Sô véggna… psair vindmèr!

§

A  SENHAL 1

Quando è tempo di carnevale
far dei salti senza grembiale
poi contenti andarsene via
in silenzio e in punta di piedi
a cercare una casina
dove ingollare un’anatrina
e volare sotto un lenzuolo
per mangiare sfrappole e raviole!
Poi, in questa musica fiorita,
ghiotti masticare un dolce candito
due frittelle con sei ciccioli
e alla luce dei girasoli
caldi gustare ranocchi con Senhal
che ci fa venire la frenesia,
che è il sogno della nostra vita,
che però è tanto scaltra
che non ci riesce mai di acchiapparla
pizzicottarla e intanto baciarla!
È un germoglio, è snella carina,
ha delle curve da violino
è una gioia è un ciliegino/sorrisino 2,
con Senhal poter chiacchierare
con Senhal poter anche giocare
la Sua vigna… poter vendemmiare!

Sandro Sermenghi

1 Senhal” (Clî) nome fittizio che nella poesia dei  trovadori provenzali adombrava il nome della  donna amata che, per rispetto e per sana gelosia, veniva tenuto segreto.

2 ciliegino e/o sorrisino (zriśén) in bolognese si scrivono nello stesso modo.