E ti restituisco alla parola

 
E ti restituisco alla parola
ti rimetto fra i segni
nelle grafie delle pagine
ti sfoglio in bianco e nero
ti leggo in tonalità muta
.
nel silenzio che allarga nel cuore
chiazzato di muschio e brina
.
il tuttopossibile dell’altrove
raccoglie a larghe mani i fiori
bianchi del giorno che si allontana
sbocciano di nuovo a stupirmi i tuoi occhi
e le mani la voce la bocca
.
ti canto senza parole
sulle scale del ricordo
.
poi siedo fra i rumori della gente
non c’è più spazio al sogno
chiudo il libro
appiattito il futuro in bidimensione
resto in un vasto presente di niente
.
batto i denti accanto al termosifone
non mi proteggerai dal freddo che mi hai messo addosso

azzurrabianca

Infinito è l’approdo


Infinito è l’approdo
scale da brivido
per il sogno inaudito
ancora è livido il sole
trema e dipinge
d’istinto nel cuore
fiati di aquilone,
sospiri d’arcobaleno
mentre la luna ascolta
e sussurra vibrazioni antiche
d’arpe e violini
sfiorate da ali d’angelo
accordi armonici
che ormai sulla terra
hanno perso dimora.

Roberta Bagnoli

Il cerchio che si chiude

Si parte da lontano
a ricercar certezze
e giostre paesane
a rivangare il poco
del sale della vita.

Vivere con il poco
non impedisce il riso,
le chiacchiere nel fuoco,
il senso delle cose
davanti al firmamento.

C’è poi il gioco d’amore
il prendersi e lasciarsi
la corsa nelle stelle
il sangue che ribolle
i sensi devastati.

Ci sono anche le vette
di chi non s’accontenta
mettendo a dura prova
un abito già pronto,
la sorte già assegnata.

Si sfrutta l’intelletto
come una pianta viva,
un ceppo rampicante
che tutto verde avvolge
per risalir le scale.

Si succhia dalla terra
il sale delle cose,
si beve conoscenza
per giunger alla saggezza
da cui s’era partiti.

Ma con le scarpe sporche
e suole consumate
per tante scale fatte
per soddisfar la voglia
d’illuminar cervello.

Lorenzo Poggi

Dove sei…?


Dove sei
i miei occhi non riconoscono i tuoi colori
le mie mani un tempo prensili
ora sono di neve,
dove sei
sopra la mia vita c’è il sole
ma non riscalda non illumina
sembra la predica di un prete
la domenica,
buona per pochi minuti di devozione
e poi di nuovo fuori
nell’abisso dell’orrore,
insieme a gente che si mette in fila con me
regge sulle spalle la fatica
che rinnova la sua, gente che sale
e scende scale e sbaglia stazione
e mette le mani dove vuole
e non si commuove
e non mi commuove
e tu dove sei.
Io ho orecchie che sentono falsi suoni
mi invitano a feste ma non ho più compleanni,
se ti muovi a scatti è difficile che ti prenda,
se mi mandi fiori è possibile che non ne sappia i nomi,
dove sei.
Guardo sempre sulle fermate dei Bus
di auto tue non ne servono al traffico
al brusio delle api
davamo più ascolto
ma era altro tempo,
era altra vita, adesso mi scrivo i discorsi da farti
e sbaglio tutte le parole,
forse per quello che vorrei dirti nemmeno esistono
ma almeno chiederti, dove sei?

Maria Attanasio

Scuote gli alberi il vento d’autunno

Der Herbstwind rüttelt die Bäume,

Die Nacht ist feucht und kalt;

Gehüllt im grauen Mantel

Reite ich einsam, einsam im Wald.

Und wie ich reite, so reiten

Mir die Gedanken voraus;

Sie tragen mich leicht und luftig

Nach meiner Liebsten Haus.

Die Hunde bellen, die Diener

Erscheinen mit Kerzengeflirr;

Die Wendeltreppe stürm’ ich

Hinauf mit Sporengeklirr.

Im leuchtenden Teppich gemache,

Da ist es so duftig und warm,

Da harret meiner die Holde,

Ich fliege in ihren Arm!

Es säuselt der Wind in den Blättern,

Es spricht der Eichenbaum:

«Was willst Du, törichter Reiter,

Mit Deinem törichten Traum?»

§

Scuote gli alberi il vento d’autunno,

nella notte umida e gelida;

avvolto nel mio grigio mantello,

cavalco tutto solo nel bosco.

Mentre cavalco, io vedo in frotta

cavalcare con me i miei pensieri;

come il vento mi portan leggeri

a casa della mia diletta.

I cani abbaiano e la servitù

accorre con le fiaccole in mano;

salgo con furia su per le scale

facendo risuonar gli speroni.

La sala splendida degli arazzi,

è pervasa di aromi e calore,

lì m’attende il dolce mio amore…

mi precipito tra le sue braccia.

Il vento mormora tra ‘l fogliame,

e si sente la quercia parlare:

<< Cosa vuoi, folle cavaliere,

con questo tuo folle sognare ?>>

HEINRICH HEINE

Frenesia fra i ginocchi

Guarda intenso in quegli occhi
per scacciare l’abulia
quindi cerca La Poesia
dentro al sacco dei balocchi:

poi fra il suono dei rintocchi
viaggia svelta l’elegia
reca doni di allegria
pur se tremano i ginocchi:

ecco è qui quel Buon Natale
che col sal della sapienza
allontana tosto il male:

e già spinge, che impazienza,
l’Anno Nuovo per le scale
per portare nuova essenza:

s’apron le ante al davanzale
e or ch’è fatta pulizia
può arrivare La Poesia!

Sandro Sermenghi

Tieni stretto il pensiero

Natale che affascina gli animi
regali, cori, vetrine spumeggianti.

La felicità avvilita
di chi ha poco da festeggiare
lutti di sentimenti
distacchi di figli
separazioni di affetti.

Il panettone abbellisce la tavola
senza le risa dei bambini
occhi tristi di chi ha solo ricordi
cuori di speranza
consapevolezza di un susseguirsi
di scale più o meno alte
da salire senza cadere.

L’amore illumina gli occhi
tutto risplende
l’aroma di caffè
gli acquisti, gli sguardi intensi
la candela accesa
osservi la luna, la neve sul viale.

Ascolta il cuore che ti avvolge
in una calda coperta di baci
con soffici carezze che ti cullano
tieni stretto il pensiero
che scalda e ti prende per mano.

Maristella Angeli

Insonnia

Vorrei sapere che senso può avere
inseguire un sogno e mettersi a guardare
quel che succede cambiando alcune cose
per poi svegliarsi e rimanere lì a pensare.

Vorrei sapere da che parte è il mio destino
e quanto dista nel sogno il cimitero
prender la spada e combattere da uomo
in questa stanza che mi vide già bambino

E all’orizzonte cavalieri medievali
vengono avanti senza far rumore
le nubi bianche fanno da cornice
e un sole grande sia arrende e poi muore.

Anche domani scenderò le scale
di questa vita sempre più banale
senza sapere cosa devo fare
per impedire al sogno di tornare

Poter dormire e non stare più a fissare
là nella notte le stelle silenziose
sperando che nel buio del mio cuore
venga poi l’alba e quindi nasca il sole.

Sandro Orlandi

Dolcenera

Amìala ch’â l’arìa amìa cum’â l’é
amiala cum’â l’aria ch’â l’è lê ch’â l’è lê
amiala cum’â l’aria amìa amia cum’â l’è
amiala ch’â l’arìa amia ch’â l’è lê ch’â l’è lê

Guardala che arriva guarda com’è com’è
guardala come arriva guarda che è lei che è lei
guardala come arriva guarda guarda com’è
guardala che arriva che è lei che è lei

nera che porta via che porta via la via
nera che non si vedeva da una vita intera così dolcenera nera
nera che picchia forte che butta giù le porte

nu l’è l’aegua ch’à fá baggiá
imbaggiâ imbaggiâ

Non è l’acqua che fa sbadigliare
(ma) chiudere porte e finestre chiudere porte e finestre

nera di malasorte che ammazza e passa oltre
nera come la sfortuna che si fa la tana dove non c’è luna luna
nera di falde amare che passano le bare

âtru da stramûâ
â nu n’á â nu n’á

Altro da traslocare
non ne ha non ne ha

ma la moglie di Anselmo non lo deve sapere
ché è venuta per me
è arrivata da un’ora
e l’amore ha l’amore come solo argomento

e il tumulto del cielo ha sbagliato momento
acqua che non si aspetta altro che benedetta
acqua che porta male sale dalle scale sale senza sale sale
acqua che spacca il monte che affonda terra e ponte

nu l’è l’aaegua de ‘na rammâ
‘n calabà ‘n calabà

Non è l’acqua di un colpo di pioggia
(ma) un gran casino un gran casino

ma la moglie di Anselmo sta sognando del mare
quando ingorga gli anfratti si ritira e risale
e il lenzuolo si gonfia sul cavo dell’onda
e la lotta si fa scivolosa e profonda

amiala cum’â l’aria amìa cum’â l’è cum’â l’è
amiala cum’â l’aria amia ch’â l’è lê ch’â l’è lê

Guardala come arriva guarda com’è com’è
guardala come arriva guarda che è lei che è lei

acqua di spilli fitti dal cielo e dai soffitti
acqua per fotografie per cercare i complici da maledire
acqua che stringe i fianchi tonnara di passanti

âtru da camallâ
â nu n’à â nu n’à

Altro da mettersi in spalla
non ne ha non ne ha

oltre il muro dei vetri si risveglia la vita
che si prende per mano
a battaglia finita
come fa questo amore che dall’ansia di perdersi

ha avuto in un giorno la certezza di aversi
acqua che ha fatto sera che adesso si ritira
bassa sfila tra la gente come un innocente che non c’entra niente
fredda come un dolore Dolcenera senza cuore

atru de rebellâ
â nu n’à â nu n’à

Altro da trascinare
non ne ha non ne ha

e la moglie di Anselmo sente l’acqua che scende
dai vestiti incollati da ogni gelo di pelle
nel suo tram scollegato da ogni distanza
nel bel mezzo del tempo che adesso le avanza

così fu quell’amore dal mancato finale
così splendido e vero da potervi ingannare

Amìala ch’â l’arìa amìa cum’â l’é
amiala cum’â l’aria ch’â l’è lê ch’â l’è lê
amiala cum’â l’aria amìa amia cum’â l’è
amiala ch’â l’arìa amia ch’â l’è lê ch’â l’è lê

Guardala che arriva guarda com’è com’è
guardala come arriva guarda che è lei che è lei
guardala come arriva guarda guarda com’è
guardala che arriva che è lei che è lei

FABRIZIO DE ANDRÉ


Ricordi


Sola mi avvio lungo la via
poco importa il luogo
la frenesia del tempo
Ciò che voglio sei tu
i tuoi silenzi
il tuo salire e scendere le scale
mi mancano i nostri dialoghi
il nostro andare senza meta
tra la folla indifferente
Ora lentamente sola arrivo a te
per accarezzare il tuo volto pallido
per stringerti la mano
perché tu possa
assorbire il mio calore
percepire la mia presenza
ora mi deve bastare
il tuo sguardo
carico di parole non dette
di frasi incomplete
che mai conoscerò
ma le mie parole bastano
per farti sognare luoghi lontani
memorie  vissute nella
spensieratezza della verde età
con l’energia dei sogni
quando parlavano non le labbra
ma i nostri corpi  stretti uno all’altro
Ora basta la mia voce e i tuoi occhi
Si illuminano di una luce lontana
E si riflettono sui miei
mentre le mie labbra sussurrano ti amo

Gianna Faraon