Evoluzione

Evolversi crescere svilupparsi
Modificare il proprio modello di vita
Ecco ciò che preme nel mio mondo segreto
Andarsene fuggire da questo vuoto opprimente

Come una ferita aperta stillante sangue
Mi irride il senso del nulla
amaro ma incredibilmente vivo
mentre voci ridenti risuonano prive d’ogni logica

ho sepolto la mia razionalità
sotto un fiume di fango
in attesa di un nuovo restauro vitale
pieno di amore e musicalmente pregno

il mio tempo affronta il presente
penetrando come schegge di vetro nella viva carne
i ricordi di ieri ed i progetti del domani
umiliandomi nel ristagno dell’inutile oggi

Marcello Plavier

Misteriosi sguardi

Misteriosi sguardi s’intrecciano
nell’aura notturna creata dalla luna
che si cela tra nuvole soffici
come carezze di seta.
Il mio pensiero, tra implacabili
nervature d’ombra,
si scaglia in frammenti
taglienti come schegge di vetro
per poi farsi silenzio
e spegnersi nel vasto universo
costellato dal bianco riverbero
di logore e tristi realtà.

Patrizia Mezzogori

Le ali di un angelo

Avevo scolpito una statua di dolore,
freddo come quel marmo il mio cuore.
Solo pensieri e interminabili silenzi,
notti di luna senza poesia e dolcezza,
stelle che schegge di felicità sembravano.
Frammenti di una sola stella distrutta.
Davanti a lei passai i giorni e gli anni,
lucida di lacrime su di lei versate.
Dal buio dei pensieri spuntò un angelo,
con le sue ali l’anima mia avvolse,
a se la strinse e la portò in volo, a lei
mostrò un cielo dimenticato da tempo.
Restarti accanto, disse, voglio per sempre.
Mai è per sempre, guardati intorno.
Volerai lontano al primo alito di vento
Che avverso soffierà su di noi.
-Se è questo che temi apri il tuo cuore-
Tagliò le sue ali e le pose ai miei piedi.

Claudio Pompi

Tatto

Devi far piano
tra nodi e nastrature:
ho piccole conchiglie di gelo nate ieri.
Un colpo poi deciso ti chiedo,
chiudo gli occhi,
volassero le schegge fino alle acque pure;
un colpo più deciso come alle pietre bianche.
Chi lo fa di mestiere t’indicherà se il peso
è quello giusto messo in amore
oppure meno;
così che scalfittura mi resti a sanguinare
la forma di un mancato coraggio
di una bocca, tenuta chiusa
proprio sul lascito di un fiume
sul piccolo tripudio che fanno, ormai maturi
i melograni sporti dagli alberi
polposi.

Massimo Botturi

Notturno amalfitano

 
Luna ruffiana dell’ultima sera
che in mille schegge argentee sull’acqua
sei dolce culla a barche addormentate.
Ora mi appare questa primavera
stupendamente bella,  se   ripenso
a questi luoghi, alle gioie provate.
Liquida azzurrità, che va   sfumando
all’orizzonte….e si perde nel cielo,
dove l’anima vinta ……si confonde!
Infrattati sentieri, col pensiero,
io ripercorro, e borghi assolati
tra il respiro di felci e verdi fronde;
e su vetuste, frastagliate rupi
ove odorano il mirto e il rosmarino
e scarabeo trascina il suo lavoro;
sgombro la mente dai pensieri cupi.
Ancora giù per bianche scalinate
tra il giallo profumato dei limoni,
finchè il sordo fragore del torrente
mi dà ristoro tra spume ghiacciate.
Violando il sonno delle antiche ville
fantastico di fasti e di esistenze,
gli occhi socchiusi a trattenere il sogno
tra il viola intenso delle b0uganville.

Viviana Santandrea

Innamoramenti

Sono nato in primavera
nell’ aria profumata
sotto il sole che non brucia
tra il giallo, il verde, il rosso e l’ azzurro
com’ era dolce quella primavera
in cui, solo, lungo la strada
non riuscivo a sentire più il tempo
come se non esistesse,
com’ era dolce quella primavera
e com’ è lontana ora
mentre affondo le gambe
nella neve e sento
le ossa dei morti
spezzarsi sotto i piedi nudi
e ferirmi con miriadi di schegge
perché non li debba dimenticare
e voglio pensare che siano sterpi
e voglio credere di poter guarire,
dovrò tagliare i miei piedi
perché il freddo dell’ inverno
mi costringerà a perderli
e carponi la prossima primavera
sentirò da vicino
il profumo dei fiori
e sotto il giallo e il verde
e il rosso, così vicino, scorgerò
le tombe malcelate e saprò che un altro
inverno mi attende
e ancora, per il gelo
perderò le gambe e le braccia
solo il tronco resterà a primavera e
sarò disteso sopra quelle ossa
sotto quello splendido
ingannevole tremendo azzurro,
così mi coglierà l’ inverno pietoso
e non sarà più niente di me
solo il suono delle ossa
che si spezzeranno
sotto il passo
del prossimo illuso.

Gian Luca Sechi

L’Inganno

La prima volta
non sembri che acqua immacolata,
battesimale piovischio
discreto minuto,
quasi lusinga
sul peristilio sedotto
d’una antica Residenza.

Ed invece…

Al profilarsi irreale del levante
non spargi che umide schegge,
frantumi di schizzi crocchianti,
lontani calpestii.

Sono l’Ore nostre dolenti
dal boccio passito
ore sorbite ormai divorate.

Non sei che infinito ponente,
tronfio picchiettio delle dita
sulla corta parabola del Domani.

Un regolare cessare di cicli
dove Ieri è già meno d’un sogno
e l’Oggi non è che agonia.

Daniela Procida

Non credo più all’Apocalisse


Domani il sole sorgerà di nuovo,
darà conferma del sentirmi vivo,
diffonderà la luce tra le pieghe
di un’anima da esplorare ancora.

Ecco perché di me non ho paura,
di certe debolezze ingannatrici,
delle sconfitte che pure io vivo
se in malo modo tutto si oscura.
No, non credo più all’Apocalisse,
al suo incedere così spettrale
che poi così spettrale non mi appare
rispetto a quando e come già la vidi.
Basterebbe, e proprio non ne ho voglia,
rispegnere i tramonti non vissuti
per via di vespri che si son venduti
a sere dal pronostico suadente;
per via di quelle sere insolenti,
prostrate a notti cariche di vuoti
per caldeggiare anticipi di ombre
che toniche farcivano all’istante
l’ultimo arco manifesto in cielo,
l’azzurro eroico del mare offeso
dove la vela tutta mi spariva
e stolto ormai l’occhio insisteva.
Sentivo, dentro, uno sgretolio
e per la prima volta m’accorgevo
di come l’anima si può toccare,
di sue schegge nella pazza via.
No, non credo più all’Apocalisse…
al suo incedere così spettrale
che poi così spettrale non mi appare
rispetto a quando e come già la vidi.

Aurelio Zucchi

Cimitero di Montichiari

Invano, la sgraziata andatura, il piede allatta
in questo cinerario di pini qui zittiti.
Poiché non è del vento la terra che calpesti,
ma di quell’aria immobile che ruggina anche il bere,
di umide marane fuori paese
e fieno, che ci fermenta in ogni narice
verso sera
quando più basso sosta, a dirci vita dura
su dalle concimaie
da quei bitumi morti
di vecchie costruzioni incompiute.
Qui è la storia
che ancora porta schegge sul vecchio campanile:
la fuga dei gerarchi
la lotta per salvare da grandine e rapine
quel poco che dagli orti veniva.
Qui tu arrivi
ad annotare un nome agli andati
a constatare, di quanto spazio ancora necessiti
quel sito,

che sempre più vicino alle case si fa, gli anni.

Massimo Botturi

My Dickinson’s wave

Non credo a nessuna ora rimossa
dall’epicentro
d’una fede praticata sensorial/mente

-suddivido in scenico rattoppare
smaniose manie da (di)mostrare

(piccola e spettrale la luce d’una lucciola
spenta nella sua breve scia durante il giorno
senza assiderarsi in morte intermittente)

quando adesso, nell’esser debitrice alla vita
smantello toni da una qualsiasi gratitudine
sul dorso della Luna

-d’ombra bianca
senza bandiera d’appartenenza-

di cui son Figlia in silenzioso osare d’esperienza
sul ciglio d’un passato:

[\\L’incompreso silenzioso//

E’ la luna.

Si chiede il perché
del sole
che splende.

Tace.]

Mi resisto a volare sul dorso
della lucciola patteggiando con corpo tondeggiante
schegge vitree e trasparenti
su scia intermittente d’una ME
che sto (ancora) afferrando
in volo di luce……

Glò