Maremma

Terra dal gusto amaro,
zolle grigie strappate al mare,
cespugli d’erba cattiva
come capelli radi
di vasi senz’acqua.

Letti di torrenti senza voglia
su ragnatele profonde
di terra spaccata
ormai smemore di sé
s’affastellano in parata.

Tracce di falò dagli occhi truci
intorno al ferro rosso
del marchio di schiavitù
di società maschiliste
di femmine di fuoco.

Lorenzo Poggi

UNA FREDDA STAGIONE

 

E’ una stagione calda, questo dicembre insolitamente mite allontana l’idea del Natale e del clima freddo e inclemente che ci attende. Il tempo che verrà è un inverno gelido: problemi (ma non per tutti), ristrettezze, poca voglia di ridere e scherzare. C’è però anche chi non resiste nemmeno a questo clima, per quanto la stagione sia favorevole. E’ il caso della mia tartaruga, che vedete nella fotografia. Era abituata ad un clima africano, e per questo aveva bisogno di caldo tutto il giorno. Qui non era possibile, perchè il mio appartamento, per quanto ampio, o forse proprio per questo, non dava abbastanza calore. Inutile cercare sistemi artificiali, riscaldarla con una lampada speciale e costosa, accendere la stufa e farle trovare sempre la sua foglia di lattuga fresca. La mia tartaruga deperiva ogni giorno di più, non mangiava, si muoveva sempre meno. Eppure le tartarughe della sua specie sono molto longeve, chissà, forse gli esperti diranno pure che con le comodità moderne la loro speranza di vita è cresciuta moltissimo. Sarà, ma io vedevo sempre quelle rughe, quello sguardo un po’ spento, un occhio semichiuso, un’aria come per dire “lasciatemi in pace, questo non è posto per me”. Forse era solo una creatura nata per essere libera, che invece tenevo in una schiavitù forzata. Io ero il padrone, e avevo deciso quanto tempo lei doveva rimanere con me, senza chiedere il suo parere. Avrò avuto i miei buoni motivi, come li hanno tutti i padroni del mondo quando decidono le sorti di chi è sottoposto al loro potere; magari anche qualche motivo che poteva essere scambiato per buono e giusto. Non esistono motivi giusti per imporre sacrifici se non l’egoismo e l’indifferenza verso i problemi degli altri, specialmente quando questi “altri” non hanno armi per difendersi e devono stare buoni e zitti, sopportando la loro condizione. Stamattina la mia tartaruga se n’è andata, con una grandissima dignità. Si è richiusa nel suo guscio, dopo aver sopportato chissà per quanti anni di essere sballottata tra una fiera, un mercato o una fredda casa che non era la sua. Si è ritirata con grande dignità nel suo rifiuto di una condizione non cercata, non voluta, non meritata. Il freddo di questa stagione incipiente  l’ha uccisa. Ha preferito uscire di scena ora piuttosto che adattarsi a questo clima malsano, a quest’aria cattiva che sta per arrivare. A questa maledetta, spietata, insensibile e fredda nuova stagione. Un saluto a Chelona, la mia tartaruga, e un augurio a tutti noi. Ne avremo bisogno.

Massimo Reggiani

 

Sei la mia schiavitù

Sei la mia schiavitù sei la mia libertà

sei la mia carne che brucia

come la nuda carne delle notti d’estate

sei la mia patria

tu, coi riflessi verdi dei tuoi occhi

tu, alta e vittoriosa

sei la mia nostalgia

di saperti inaccessibile

nel momento stesso

in cui ti afferro.

NAZIM HIKMET

Published in: on ottobre 23, 2011 at 07:35  Comments (3)  
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Il silenzio dell’allodola

Non importa che giorno è oggi.
La sveglia suona anche nei giorni di festa
come oggi, che non è necessariamente domenica.
Giorni uguali a quotidianità rattoppate da doveri
e inseguimento di soldo sporco, letale
d’ogni libertà ormai usurata
dagli incravattati perbene.

Tu dormi ancora nel tuo letto
e mai vorrei farti vedere il vuoto
dei miei occhi che non sanno uscire
da una prigione d’amore
consumata in violenza d’un vizio
che ho lasciato perdere
da quando hai deciso di venire al mondo.

Mi ascolti sovrano nei miei sensi di colpa;
lo trasmetto col mio portarti un pezzo di pane
con una nutella che non potrei permettermi,
ma tutto accetto, tranne quel po’ di buono
che mai oserei togliere ad un palato
che fino all’altro ieri mi rigavi d’emozione il viso
e non riuscivo a trattenermi dal pianto.

I giorni di sole come giorni di pioggia.
Non sanno fare la differenza.
E’ tutto annebbiato da tristezza di solitudine
non condivisa.

Parlano di luoghi lontani tutte queste voci
ammassate nella ricerca di scoop inventati
oltre le semplici verità di immense sofferenze.

E di me si parla poco.
Solo perché sono italiana generosa di vita
alla cui vita non so dare altro che assenza.
Il sostegno è una sabbia mobile che mi sta facendo affogare.
L’italianità e la mia unione con te
è spenta da bombe lacrimogene
che mi sento sullo sguardo anche se buttate a distanza.

Gioia come tristezza.
Non c’è nessuna differenza.

Almeno oggi sto afferrando la mia apatia
incarnata da una scopa che spolvera tutte le sporcizie
d’una ricchezza falsamente raccomandata
in uffici di Gran Ricchezza:
simboleggiano il potere
e la mia schiavitù venduta al miglior offerente.

Glò

Il vampiro

LE VAMPIRE

Toi qui, comme un coup de couteau,
Dans mon coeur plaintif es entrée;
Toi qui, forte comme un troupeau
De démons, vins, folle et parée,

De mon esprit humiliè
Faire ton lit et ton domaine;
– Infâme à qui je suis liè
Comme le forçat à la chaîne,

Comme au jeu le joueur têtu,
Comme à la bouteille l’ivrogne,
Comme aux vermines la charogne
– Maudite, maudite sois-tu!

J’ai priè le glaive rapide
De conquérir ma libertè,
Et j’ai dit au poison perfide
De secourir ma lâchetè.

Hélas! le poison et le glaive
M’ont pris en dédain et m’ont dit:
“Tu n’es pas digne qu’on t’enlève
À ton esclavage maudit,

Imbécile! – de son empire
Si nos efforts te délivraient,
Tes baisers ressusciteraient
Le cadavre de ton vampire!”

§

Tu, che come un colpo di coltello

nel mio cuore gemente sei entrata;

tu che, forte come un armento

di demoni, venisti, folle e ornata,

del mio spirito umiliato

a fare il tuo letto e il tuo regno;

 

– infame, a cui sono attaccato

come il forzato alla catena,

come al gioco il giocatore accanito,

come l’ubriaco alla bottiglia,

come ai vermi la carogna infetta,

– Maledetta, che tu sia maledetta!

Ho pregato la spada rapida

di conquistare la mia libertà,

ho chiesto pure al veleno perfido

di soccorrere la mia viltà.

 

Ahimè! sia il veleno che la spada

m’hanno sdegnato e m’hanno detto:

“Tu non sei degno di essere sottratto

alla tua maledetta schiavitù,

imbecille! Anche se fossimo capaci

di liberarti dal suo dominio,

risusciterebbero i tuoi baci

il cadavere del tuo vampiro!”

 

CHARLES BAUDELAIRE

La verità non può morire

Solo, con le sue verità scritte perché
gli uomini sappiano in che mondo
stanno morendo, lentamente uccisi
da veleni incontrollati.
Tumulati nel cemento che come
fredda lava li avvolge
non hanno del pericolo sentore
alcuno.
Solo, tra la colpevole indifferenza,
vive senza di vita certezza
e con gli occhi scruta i volti di chi
della morte la tragica maschera
potrebbe calare.
Strade bagnate che non odorano di pioggia,
ma di sangue che mai si raggruma,
mai si cancella perché nuovo sangue
ad esso si aggiunge.
Percorse da anime nere alle quali
vi inchinate deferenti e pavidi.
Semmai il fato triste avrà l’osceno
trionfo, sarete silenziosi carnefici.
Non rallegratevi della vostra
atavica, radicata schiavitù.
Agli antichi padroni dei vostri corpi,
di nuovi ne avete,
delle vostre anime pavide e imbelli
signori assoluti.
Tornate ad esser emuli di chi
a suo tempo al tallone straniero
si sottrasse.
Tornate ad esser persone tra le genti,
orgogliosi di guardare i vostri figli
negli occhi.
Fate che la vostra terra sia degli uomini,
non delle bestie.

Claudio Pompi

a Roberto Saviano che non deve morire

Supplica a mia madre

E’ difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

PIER PAOLO PASOLINI

Commissione

COMMISSION

Go, my songs, to the lonely and the unsatisfied,
Go also to the nerve wracked, go to the enslaved by convention,
Bear to them my contempt for their oppressors.
Go as a great wave of cool water,
Bear my contempt of oppressors.

Speak against unconscious oppression,
Speak against the tyranny of the unimaginative,
Speak against bonds.
Go to the bourgeoise who is dying of her ennuis,
Go to the women in suburbs.
Go to the hideously wedded,
Go to them whose failure is concealed,
Go to the unluckily mated,
Go to the bought wife,
Go to the woman entailed.

Go to those who have delicate lust,
Go to those whose delicate desires are thwarted,
Go like a blight upon the dullness of the world,
Go with your edge against this,
Strengthen the subtle cords,
Bring confidence upon the algae and the tentacles of the soul.

Go in a friendly manner,
Go with an open speech.
Be eager to find new evils and new good,
Be against all forms of oppression.
Go to those who are thickened with middle age,
To those who have lost their interest.
Go to the adolescent who are smothered in family___
Oh how hideous it is
To see three generations of one house gathered together!
It is like an old tree with shoots,
And with some branches rotted and falling.

Go out and defy opinion,
Go against this vegetable bondage of the blood.
Be against all sorts of mortmain.

§

Andate, mie canzoni, dai solitari e dagli insoddisfatti,
Andate anche da chi ha i nervi a pezzi, dagli schiavi delle convenzioni,
Portate loro il mio disprezzo per i loro oppressori.
Andate come un’onda d’acqua fresca,
portate il mio disprezzo per gli oppressori.

Parlate contro l’oppressione inconscia,
Parlate contro la tirannia di chi è privo di fantasia,
Parlate contro i vincoli.
Andate dalla borghesia che sta morendo della propria noia,
Andate dalle donne dei sobborghi.
Andate da quelle orrendamente maritate,
Andate da coloro il cui fallimento è celato,
Andate dai malaccompagnati,
Andate dalla moglie comprata,
Andate dalla donna ereditata.

Andate da coloro che hanno una concupiscenza delicata,
Andate da coloro i cui desideri delicati vengono frustrati,
Andate come peste sull’ottusità del mondo;
Andate contro di essa con il vostro taglio,
Rafforzate le corde sottili,
Recate fiducia alle alghe e ai tentacoli dell’anima.

Andate in maniera amichevole,
Andate con parlar aperto,
Siate tesi a scoprire nuovi mali, nuovi beni,
Siate contro ogni forma di oppressione.
Andate da coloro che sono ispessiti dalla mezza età,
Da coloro che hanno perso ogni tipo d’interesse.

Andate dagli adolescenti soffocati dalle famiglie-
Oh quanto è odioso
Vedere tre generazioni della stessa famiglia riunite!
E’ come un vecchio albero con dei germogli,
E con alcuni rami marci e cadenti.

Andate e sfidate l’opinione pubblica,
Andate contro questa schiavitù vegetale del sangue.
Siate contro ogni forma di manomorta.

EZRA POUND

Stagionali

Non parlerò d’amore
né di manti stellati
né di luccichio del mare
né di tramonti infuocati
né di aurore rosate.

Parlerò di fame, sudore e fatica.

Parlerò delle schiene spezzate
dall’alba al tramonto
per un pezzo di pane.

Parlerò della schiavitù ritrovata.

Adesso non c’è più bisogno
di pagare uomini
per razziare i villaggi.
Non c’è più bisogno
di spendere soldi
per le navi negriere.

I nuovi schiavi
ora vengono da soli
e si pagano il viaggio.

Miracoli del libero mercato!

L’antico contratto è superato.
Non più vitto e alloggio
in cambio di permanente schiavitù,
ma salario di fame
solo nei giorni più fortunati
e in ruderi di case e fabbriche
ospitati.

Lorenzo Poggi