Terremoto

Questo terremoto
ha fermato tutto e tutti.
Ha fermato il pensiero,
il nostro,
là, dove vite umane
han perso la propria via
in un tracciato improvviso,
non previsto, dicono,
nè da scienza nè da conoscenza.

Molti han visto la luce del sole
con le tenebre negli occhi,
nel dolore, nell’amore
di chi non è più,
nella rassegnazione ad un evento
ahimè!, che non perdona.

Gavino Puggioni

D’impronte mobili

E se il mio scrivere
fosse estiva pigrizia
da nascondere al sole?
Mai ho voluto parlare di rivalse
poiché uccise
dal centro periferico
d’esibizionistica prosa inesistente
al cospetto d’impronte mobili
su inchiostro d’avventurosa superbia.

Non transigo nelle rime inesatte del mio vivere
la perfezione delle arrendevolezze mai scoperte
(o sciolte)
come ghiacci imponenti sui poli;
non sarei in grado di stratificarmi
in scienza disordinata
accampata nell’intonazione
d’un caos curativo delle mie ferite
seminate, ormai, dalla longevità
malsana della sua stessa bellezza.

La densità gassosa delle maledizioni interiori
lasciano all’aria senza tempo
il fulcro esistenziale d’un vivere
senza mèta
poiché amiamo le magiche incoscienze
che non osano, con naturalezza, filtrare
persuasioni associate all’arrivo d’armi
nell’immobilità inerme del loro stesso sapore.

Glò

Castoro (Ricordi catturati)

 
Non trovo il punto interrogativo / come faccio / a togliermi d’impaccio / è tremenda questa / tastiera  di computer / e adesso tutto il mondo è in mano a loro!
Senza scrupolo alcuno / uccidono Natura
i loro interessi di crescente oro.
Fittizio bluff:  mai  un’epoca intrigante come questa,
coi  microchips, surrogano la scienza / nascosta col tempo senza tempo / ci fanno credere ciò che voglion loro.
Meno di nulla / quello che accompagna / la  vita dell’indomito castoro.
Dal nulla senza nulla siam venuti e, ricordando niente,
ci si appresta, senza equivoco alcuno, alla Gran Festa.
Finale  d’altri  tempi di altri luoghi,  anticipo di sogni
mai vissuti,  strani ricordi che non passan mai,  
né intelligenza rendon manifesti.
Ma manifesti a chi,  se non son nati,  passanti
d’ogni volta e d’altri lidi,  passanti che, continuamente infidi,  
ricordano la vita ad altri cuori.
E giunge – giorno dopo giorno – l’esperienza  del sempre,
sempre in cadenza simile,  indelebile, che  scivola nel vento
ad ogni vita.
Grama nei più.  Per tutti l’esperienza in quel tratto di penna
di . . . chi non vuol morire. Paradossale:
perché  non  siamo  nati  mai, e mai morremo, eterni,
in ogni forma di tempo.  Non certi di certezza,  né di vaghe blandizie,  ci avviciniamo in relativo lento,  decadimento  umano come lieve carezza.
Lesta,  e vicina,  Festa Grande è la nostra,  terminale,
vibra lasciando fuori dell’Essere, di tutti noi,
la cenere.

Paolo Santangelo

…Il sogno

Intanto che la morte ci separi
il sogno ci accompagna ad altra assenza
aereo quanto mai, esatta scienza:
studi di notte, il giorno disimpari.

Allotropo addolcisce cieli amari
con battiti di rara intermittenza
tanto da non poter più fare senza
come onda che attraversi tutti i mari.

Come ogni ombra illumina la stanza,
come il mare contiene tutte l’ onde,
come il tempo cancella la distanza:

ogni orizzonte più non fa confine,
ogni contorno sfuma e si confonde,
che il tempo dell’inizio, è della fine.

Silvano Conti

Canzone quasi d’amore

Non starò più a cercare parole che non trovo
per dirti cose vecchie con il vestito nuovo,
per raccontarti il vuoto che, al solito, ho di dentro
e partorire il topo vivendo sui ricordi, giocando coi miei giorni, col tempo…

O forse vuoi che dica che ho i capelli più corti
o che per le mie navi son quasi chiusi i porti;
io parlo sempre tanto, ma non ho ancora fedi,
non voglio menar vanto di me o della mia vita costretta come dita dei piedi…

Queste cose le sai perchè siam tutti uguali
e moriamo ogni giorno dei medesimi mali,
perchè siam tutti soli ed è nostro destino
tentare goffi voli d’ azione o di parola,
volando come vola il tacchino…

Non posso farci niente e tu puoi fare meno,
sono vecchio d’ orgoglio, mi commuove il tuo seno
e di questa parola io quasi mi vergogno,
ma c’è una vita sola, non ne sprechiamo niente in tributi alla gente o al sogno…

Le sere sono uguali, ma ogni sera è diversa
e quasi non ti accorgi dell’ energia dispersa
a ricercare i visi che ti han dimenticato
vestendo abiti lisi, buoni ad ogni evenienza, inseguendo la scienza o il peccato…

Tutto questo lo sai e sai dove comincia
la grazia o il tedio a morte del vivere in provincia
perchè siam tutti uguali, siamo cattivi e buoni
e abbiam gli stessi mali, siamo vigliacchi e fieri,
saggi, falsi, sinceri… coglioni!

Ma dove te ne andrai? Ma dove sei già andata?
Ti dono, se vorrai, questa noia già usata:
tienila in mia memoria, ma non è un capitale,
ti accorgerai da sola, nemmeno dopo tanto, che la noia di un altro non vale…

D’ altra parte, lo vedi, scrivo ancora canzoni
e pago la mia casa, pago le mie illusioni,
fingo d’ aver capito che vivere è incontrarsi,
aver sonno, appetito, far dei figli, mangiare,
bere, leggere, amare… grattarsi!

FRANCESCO GUCCINI

 

Parole

Noi che crediamo
di possedere il mondo,
dall’alto della nostra scienza
per cui ci sentiamo padroni
ricordiamoci
che tutto il nostro
rumore
tornerà a essere aria
e tutta
la nostra tecnica
polvere
e non basta
la facoltà di
parlare
per giustificarci
nel doverlo fare;
perciò torniamo a essere
uomini
perché intorno
io non vedo
altro che bestie
e vuoto
d’amore.

Gian Luca Sechi

Published in: on aprile 5, 2011 at 07:12  Comments (6)  
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Il discorso

interroga la geometria celeste
dove il sole condannato dalla legge
lotta per la riforma dell’ellisse,
vuole allontanarsi
dall’orbita inquinata del pianeta.
Il progetto che pubblica risorse
ha perso il controllo
sulla piattaforma
dove si fondono scienza e l’incoscienza
seminando la plaga di rovine.
Il tragitto che apre uno spiraglio
da cui trapela luce di domani
è monito severo
a questa civiltà
tarata dagli abusi
che predica la pace e insozza l’uso,
gridano le ragioni nucleari
con la voce venefica potente
che aspettano un errore per sognare…
ed il velo rognoso sotto il cielo
ha preso piede.
L’abbozzo di fede di speranza e carità
sono sterili voci
soffocate dall’orgoglio e da brame
arrampicati all’albero di mele
per la mela più grossa della cima.

Giuseppe Stracuzzi

Natura umana

Fuggi da me che vuoi gioire
malinconia è il mio stato perenne
torna se ti sentirai di soffrire

allora non sforzerò per capirti
vedendoti solcar dal dolore
parlerò per mancar di ferirti

or di sorrisi non faccio emozione
già non suscitan altro che rabbia
certi li contan come evasione

e rinviene la frase famosa
che trovai sì tanto profonda,
vera e non proprio giocosa

un amico che soffre fa male
empatia la dice la scienza
io la chiamo natura banale

ma il difficile è l’esser contento
dell’amico quando ha fortuna
senza udir dell’invidia lamento.

Gian Luca Sechi

Il computer

Le ore zoppicanti
posate sopra un tavolo randagio
forano gli occhi alle pareti,
guardano il computer
che profonde luce moderna
saltando a balzi sul tempo,
non più come un miracolo,
come un’abitudine, ormai
la scienza ha preso il sopravvento
sulla fantasia,
gli incubi stanno invece dei sogni,
allatta l’internet
frotte fumanti nei vivai,
lo schermo imbarca
sensazioni alla rinfusa
nelle stive vuote dei bambini.

Giuseppe Stracuzzi

Notte

Attraverserò la notte così
A piedi scalzi a pugni chiusi
Col sonno corto
Di chi ha troppi pensieri
E non basta mai schiarirsi le idee
Sapendo per certo che ridere fa bene
Che la scienza ci farà vivere fino a 120 anni
Per fare cosa non è dato sapere.
La notte ha le sue facce
Di vino andato giù veloce
Di auto  potenti
In mani troppo giovani
E a volte sa di pane oltre d’asfalto
Ma ci arrivi dentro sempre col fiato corto
Di chi sa che nulla potrà più fare
Di quel giorno che è passato lento
E quello che arriva
Ad essere fortunati ha un buon presentimento.

Maria Attanasio

Published in: on ottobre 24, 2010 at 07:37  Comments (4)  
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