Elizabeth Childers

Dust of my dust,
And dust with my dust,
O, child who died as you entered the world,
Dead with my death!
Not knowing breath, though you tried so hard,
With a heart that beat when you lived with me,
And stopped when you left me for Life.
It is well, my child. For you never traveled
The long, long way that begins with school days,
When little fingers blur under the tears
That fall on the crooked letters.
And the earliest wound, when a little mate
Leaves you alone for another;
And sickness, and the face of Fear by the bed;
The death of a father or mother;
Or shame for them, or poverty;
The maiden sorrow of school days ended;
And eyeless Nature that makes you drink
From the cup of Love, though you know it’s poisoned;
To whom would your flower-face have been lifted?
Botanist, weakling? Cry of what blood to yours?—
Pure or fool, for it makes no matter,
It’s blood that calls to our blood.
And then your children—oh, what might they be?
And what your sorrows? Child! Child!
Death is better than Life!

§


Polvere della mia polvere,
e polvere con la mia polvere,
o bimbo, che moristi mentre entravi nel mondo,
morto della mia morte!
Che non conoscesti il respiro, nonostante gli sforzi,
e il cuore ti batteva quando vivevi con me,
e si fermò quando mi lasciasti per la vita.
E’ bene così, bimbo mio. Così non percorresti mai
la lunga, lunga strada che inizia coi giorni di scuola,
quando le piccole dita si fanno sfuocate dietro le lacrime
che cadono sulle lettere sbilenche,
e la prima ferita, quando il tuo piccolo compagno
ti abbandona per un altro;
e la malattia, e il volto della paura accanto al letto;
la morte del padre o della madre;
o la vergogna per causa loro, o la miseria;
poi, cessato il virgineo dolore dei giorni di scuola,
una natura cieca ti fa bere
alla coppa dell’amore, che tu sai avvelenata.
A chi avresti proteso il tuo viso di fiore?
Un botanico, fragile creatura? Quale sangue avrebbe
gridato col tuo?
Puro o contaminato, non importa,
è sangue che chiama il nostro sangue.
E poi i tuoi figli – oh, che sarebbe stato di loro?
E quale il tuo dolore? Figlio! Figlio!
La morte è migliore della vita!

EDGAR LEE MASTERS

Working Class Hero

As soon as your born they make you feel small
by giving you no time instead of it all
Till the pain is so big you feel nothing at all
Working Class Hero is something to be
Working Class Hero is something to be

They hurt you at home and they hit you at school
They hate you if you’re clever and despise a fool
Till you’re so fucking crazy you can’t follow their rules
Working Class Hero is something to be
Working Class Hero is something to be

When they’ve tortured and scared you for 20 odd years
then they expect you to pick a career
When you can’t really function you’re so full of fear
Working Class Hero is something to be
Working Class Hero is something to be

Keep you doped with religon, sex and T.V.
and you think you’re so clever and classless and free
but you’re still fucking peasents as far as I can see
Working Class Hero is something to be
Working Class Hero is something to be

There’s room at the top I’m telling you still
but first you must learn how to smile as you kill
if you want to be like the folks on the hill
Working Class Hero is something to be

Yes , A Working Class Hero is something to be
If you want to be a hero well just follow me
If you want to be a hero well just follow me

§

EROE DELLA CLASSE OPERAIA

Appena nato ti fanno sentire piccolo
non ti danno il tempo, invece di dartelo tutto
finché il dolore si fa così grande
che non senti proprio niente
bisogna essere un eroe della classe operaia
bisogna essere un eroe della classe operaia

prima ti feriscono a casa tua e colpiscono la tua scuola
ti odiano se sei intelligente e disprezzano gli stupidi
finché sei così dannatamente pazzo
che non riesci a seguire le loro regole
bisogna essere un eroe della classe operaia
bisogna essere un eroe della classe operaia

quando ti hanno torturato e terrorizzato per venti assurdi anni
poi si aspettano che intraprendi una carriera
quando non puoi funzionare davvero sei così impaurito
bisogna essere un eroe della classe operaia
bisogna essere un eroe della classe operaia

ti tengono drogato con la religione, il sesso e la TV
e pensi di essere così intelligente,
di non appartenere a nessuna classe e di essere libero
ma resti dannatamente zotico, per come la vedo io
bisogna essere un eroe della classe operaia
bisogna essere un eroe della classe operaia

continuo a dirti che c’è una stanza in cima
ma prima devi imparare a sorridere mentre uccidi
se vuoi imparare a essere come la gente sulla montagna
bisogna essere un eroe della classe operaia

si, bisogna essere un eroe della classe operaia
se vuoi essere un eroe, bene, seguimi
se vuoi essere un eroe, bene, seguimi.

JOHN LENNON

Andiamo a casa

La scuola è ancora lì, uguale a quel tempo,
nulla è cambiato e tutto torna alla mente.
Il primo giorno di scuola, la grande paura,
che voglia di fuggire e a casa tornare.
Timido da morire da maleducato apparire.
Dalla finestra il polveroso cortile vedevo,
la ricreazione, minuti di respiro infinito,
di libertà sospirata e sognare il profumo
del ritorno tra piccole e dolci mura di casa,
del pranzo ormai pronto.
Breve sogno e triste rientro tra quei muri
bianchi e verdi, tra banchi scheggiati,
di memorie incise da chi prima di me tribolò
tra loro.
Ci sono tornato e da fuori la vedo, uguale…
Solo io sono cambiato, non più verde l’età,
ma quasi bianchi i miei capelli e i baffi.
Chissà se i colori di muri presaghi non furono
di vita che nasce e al fine tramonta.
Sono tornato e dietro una finestra vedo
un bambino silenzioso che il fuori scruta.
Ha l’aria timida quasi impaurita.
Mi vede, sorride e con la mano saluta.
Andiamo a casa ora, il tempo è passato.
Lo prendo per mano e in silenzio andiamo.
Cinquant’anni, quanto tempo ci ho messo
per riprender quel che ero, per riprender
me stesso.

Claudio Pompi

Caro papà i limoni

 
Caro papà i limoni
non fanno più la schiuma
quando li metto nel tè
e ci metto lo zucchero
come facevi te tutte le mattine
per noi che ci alzavamo dopo
.
non so dove sei te com’è
qua han cambiato tutto
.
il grano non fa più la semente
perché bisogna andare a comperarla
mica puoi lasciar fare alla natura
bisogna pagarla c’è il commercio di tutto
ma questo già lo sapevi da quando
piangevi per i camion di arance
rovesciati in discarica il raccolto distrutto
“con tutta la gente che muore
di fame” dicevi “in psevan brisa
derla a laur invezi ed cazerla vì!”
.
caro papà la Marisina dove lavora c’era crisi
per fortuna una ditta del nord ha comprato tutto
così lei lavora ancora
caro papà la Marisina è stanca lavora doppio
e la pensione l’han spostata chissà a quando
io aspetto tutti i giorni se mi chiamano
a scuola non ho più l’incarico tutto l’anno
la mamma sta bene lo sai credo che la vedi
anche i gemelli tutto bene
e ci vogliamo tutti in fondo sempre bene
.
caro papà dove sei tu com’è? C’è il Paradiso?
un mondo migliore almeno là!
Buon Natale papà!

azzurrabianca

Piccola città

Piccola città, bastardo posto,
appena nato ti compresi o fu il fato che in tre mesi mi spinse via;
piccola città io ti conosco,
nebbia e fumo non so darvi il profumo del ricordo che cambia in meglio,
ma sono qui nei pensieri le strade di ieri, e tornano
visi e dolori e stagioni, amori e mattoni che parlano…

Piccola città, io poi rividi
le tue pietre sconosciute, le tue case diroccate da guerra antica;
mia nemica strana sei lontana
coi peccati fra macerie e fra giochi consumati dentro al Florida:
cento finestre, un cortile, le voci, le liti e la miseria;
io, la montagna nel cuore, scoprivo l’ odore del dopoguerra…

Piccola città, vetrate viola,
primi giorni della scuola, la parola ha il mesto odore di religione;
vecchie suore nere che con fede
in quelle sere avete dato a noi il senso di peccato e di espiazione:
gli occhi guardavano voi, ma sognavan gli eroi, le armi e la bilia,
correva la fantasia verso la prateria, fra la via Emilia e il West…

Sciocca adolescenza, falsa e stupida innocenza,
continenza, vuoto mito americano di terza mano,
pubertà infelice, spesso urlata a mezza voce,
a toni acuti, casti affetti denigrati, cercati invano;
se penso a un giorno o a un momento ritrovo soltanto malinconia
e tutto un incubo scuro, un periodo di buio gettato via…

Piccola città, vecchia bambina
che mi fu tanto fedele, a cui fui tanto fedele tre lunghi mesi;
angoli di strada testimoni degli erotici miei sogni,
frustrazioni e amori a vuoto mai compresi;
dove sei ora, che fai, neghi ancora o ti dai sabato sera?
Quelle di adesso disprezzi, o invidi e singhiozzi se passano davanti a te?

Piccola città, vecchi cortili,
sogni e dei primaverili, rime e fedi giovanili, bimbe ora vecchie;
piango e non rimpiango, la tua polvere, il tuo fango, le tue vite,
le tue pietre, l’oro e il marmo, le catapecchie:
così diversa sei adesso, io son sempre lo stesso, sempre diverso,
cerco le notti ed il fiasco, se muoio rinasco, finchè non finirà…

FRANCESCO GUCCINI

 

Voglio emularlo!

 
Voglio emularlo…per l’ottimismo!
Ci riuscirò,
col simile sorriso stampato
a lenire la fame ai :
pensionati,  disoccupati e cassintegrati
Voglio emularlo…per l’imprenditoria!
Con i capitali e le banche,
mi ci ritrovo in piena armonia   
Voglio emularlo …per i contatti di potere!
Non vi sono problemi,
alla fine , basta solo volere
Voglio emularlo…per la parlantina,
e la sua sicurezza!
Con un po’ di scuola appropriata
otterrò l’uguale scioltezza
Ed infine,  voglio emularlo…
per la sua faccia  che non cambia colore 
nel dire, promettere e del non mantenere!
Ma qui l’argomento  si complica …
perché dovrò chiedere a lui,
personalmente…l’insegnamento
o chiedere d’affidarmi,  per le lezioni,
ad uno dei suoi tanti amici di merenda
o altrimenti, rivolgermi ai suoi concorrenti,
in materia, anch’essi…molto competenti

Ciro Germano

‘U terremote

… è menùte pe z’ècchièppà i guègliùne
che stévene nè scóle cà mèéstre:
i libbr’èpiérte, ù sóle n’ ì fenèstre,
pe crésce bbenedìtte dà fèrtùne.

Mó, mbéce, c’è remàste ù hióre e ù chiànde
ngòpp’è llù sànghe de pìnge e mètùne;
vìndinóve so’ muórte ndùtte, ognùne
cà vóce sìje: tèvùte gghiànghe, e ande

de ràne sótt’ù mùre sdèrrepàte,
tègliàte cùrte, sènze cchiù fetùre
nguìstu brèsciàte córe dù Molise.

Nùj séme ggènde sèmbe cù sèrrìse
pùre se nguólle càsche ù pepetùre:
mè pùre cuìlle mó z’è cuènzemàte!

 §

IL TERREMOTO

…è venuto per prendersi i bambini

che stavano nella scuola con la maestra:

i libri aperti, il sole alle finestre,

per crescere benedetti dalla fortuna.

Ora, invece, c’è rimasto il fiore e il pianto

sopra quel sangue di tegole e mattoni;

ventinove sono morti in tutto, ognuno

con la propria voce: bare bianche, un mucchio

di grano sotto i muri dirupati,

tagliato corto, senza più futuro

in questo bruciato cuore del Molise.

Noi siamo gente sempre col sorriso,

anche se addosso ci cade la ronca,

ma quello anche si è ora consumato.

GIOSE RIMANELLI

Torino

Quante volte tra i fiori, in terre gaie,
sul mare, tra il cordame dei velieri,
sognavo le tue nevi, i tigli neri,
le dritte vie corrusche di rotaie,
l’arguta grazia delle tue crestaie,
o città favorevole ai piaceri!

E quante volte già, nelle mie notti
d’esilio, resupino a cielo aperto,
sognavo sere torinesi, certo
ambiente caro a me, certi salotti
beoti assai, pettegoli, bigotti
come ai tempi del buon Re Carlo Alberto…

“…se ‘l Cônt ai ciapa ai rangia për le rime…”
“Ch’a staga ciutô…” – “‘L caso a l’è stupendô!…”
“E la Duse ci piace?” – “Oh! mi m’antendô
pà vaire… I negô pà, sarà sublime,
ma mi a teatrô i vad për divertime…”
“Ch’a staga ciutô!… A jntra ‘l Reverendô!…”

S’avanza un barnabita, lentamente…
stringe la mano alla Contessa amica
siede con gesto di chi benedica…
Ed il poeta, tacito ed assente,
si gode quell’accolita di gente
ch’à la tristezza d’una stampa antica…

Non soffre. Ama quel mondo senza raggio
di bellezza, ove cosa di trastullo
è l’Arte. Ama quei modi e quel linguaggio
e quell’ambiente sconsolato e brullo.
Non soffre. Pensa Giacomo fanciullo
e la “siepe” e il “natìo borgo selvaggio”.

Come una stampa antica bavarese
vedo al tramonto il cielo subalpino…
Da Palazzo Madama al Valentino
ardono l’Alpi tra le nubi accese…
È questa l’ora antica torinese,
è questa l’ora vera di Torino…

L’ora ch’io dissi del Risorgimento,
l’ora in cui penso a Massimo d’Azeglio
adolescente, a I miei ricordi, e sento
d’essere nato troppo tardi… Meglio
vivere al tempo sacro del risveglio,
che al tempo nostro mite e sonnolento!

Un po’ vecchiotta, provinciale, fresca
tuttavia d’un tal garbo parigino,
in te ritrovo me stesso bambino,
ritrovo la mia grazia fanciullesca
e mi sei cara come la fantesca
che m’ha veduto nascere, o Torino!

Tu m’hai veduto nascere, indulgesti
ai sogni del fanciullo trasognato:
tutto me stesso, tutto il mio passato,
i miei ricordi più teneri e mesti
dormono in te, sepolti come vesti
sepolte in un armadio canforato.

L’infanzia remotissima… la scuola…
la pubertà… la giovinezza accesa…
i pochi amori pallidi… l’attesa
delusa… il tedio che non ha parola…
la Morte e la mia Musa con sé sola,

Ch’io perseguendo mie chimere vane
pur t’abbandoni e cerchi altro soggiorno,
ch’io pellegrini verso il Mezzogiorno
a belle terre tiepide e lontane,
la metà di me stesso in te rimane
e mi ritrovo ad ogni mio ritorno.

A te ritorno quando si rabbuia
il cuor deluso da mondani fasti.
Tu mi consoli, tu che mi foggiasti
quest’anima borghese e chiara e buia
dove ride e singhiozza il tuo Gianduia
che teme gli orizzonti troppo vasti…

Evviva i bôgianen… Sì, dici bene,
o mio savio Gianduia ridarello!
Buona è la vita senza foga, bello
godere di cose piccole e serene…
A l’è questiôn d’ nen piessla… Dici bene
o mio savio Gianduia ridarello!..

GUIDO GOZZANO

 

Il volo

Io gli versavo il vino peggiore
e lui, contento.
Davanti a scuola, in viale Gorizia.
I muratori
fingevano un mestiere di mani e di galera;
portavano le assi a morire dentro un muro
la loro vita a spasso
aspettando una balera. Due ore di sapone
per farsi via il cemento, il freddo
e le fischiate alle donne
laggiù in strada.
Ce n’era uno biondo, chiamato l’Angelino:
un giorno vide l’ombra di ali che credeva
e cadde, a maritare quella che preferiva.

Massimo Botturi

Avevi ragione tu…


Avevi ragione tu, come sempre
i figli mi contano i capelli bianchi
ma sono convinti
di sapere più cose di me,
del mio dolore credano sia stemperato
sui minuti le ore e gli anni
senza sapere che tutti insieme
fanno un minuto fa dalla tua fine.
Avevi ragione tu che si perde solo tempo
a pensar male, e che il bene ti ricade addosso
appena lo hai fatto, e che l’amicizia spesso
e vuoto a rendere e che l’amore s’impara
guardando i figli dormire, monitorando il loro respiro
nel tentativo, spesso inutile,di sincronizzarlo col battito
del nostro cuore già così pesante.
Avevi ragione tu, nessuno ti dice che sei importante
se non sei tu il primo a sentirti migliore,
e che le montagne sono sacre come i pascoli,
che la famiglia è una prigione che potrebbe essere dorata
ma a vole è soltanto filo spinato
quello che ci avvolge e ci riavvolge
e scappare è inutile, le femmine hanno il senso di colpa
dentro le ossa, nel sangue versato nei parti ripetuti,
nei primi dentini caduti conservati per anni,
nelle ginocchia sbucciate, nelle materie che a scuola non
riuscivamo a capire.
Avevi ragione tu su ogni cosa,
se mai hai avuto una colpa, ora è mia
e nemmeno voglio sapere il suo nome
da che parte dell’anima urla,
devo solo abituarmi o fingere di non sentirla.

Maria Attanasio